Cradle of Filth – Cruelty and the Beast (1998)

Per chi ha fretta:
Nonostante siano bistrattati e sottovalutati, gli inglesi Cradle of Filth hanno scritto grande musica nella loro carriera, come dimostra per esempio il loro terzo album Cruelty and the Beast (1998). È un lavoro con molti spunti interessanti, a partire dal concept sulla Contessa Báthory – che torna anche nell’artwork. Il meglio è però a livello musicale: il black/gothic metal sinfonico con influenze estreme degli albionici è molto equilibrato, con una forte cura sia per la potenza che per le atmosfere, variegate e oscure. Ne risulta un album scritto divinamente e molto incisivo, con una scaletta di livello altissimo: lo dimostrano pezzi splendidi come Thirteen Autumn and a Widow, Cruelty Brought Tee Orchids e Desire in Violent Overture. Dall’altra parte, forse il suono generale dell’album è rivedibile, ma è un difettuccio: Cruelty and the Beast si rivela lo stesso un album quasi perfetto, un must per gli amanti del symphonic black metal!

La recensione completa:
Senza dubbio, il black metal sinfonico è uno tra gli stili più odiati tra i fan più duri del metal, che gli addebitano una scarsa aderenza alla linea originale del genere e un appeal commerciale che esso non dovrebbe avere. In realtà non è sempre così: ci sono gruppi che suonano questa particolare branca del black in maniera ben poco accessibile – il che li rende infatti più apprezzati tra il pubblico “hardcore”. Anche per quanto riguarda le band più “mainstream”, però, i pregiudizi non sono quasi mai giustificati – ciò del resto vale spesso in ogni campo. Prendiamo per esempio gli inglesi Cradle of Filth: sono probabilmente il gruppo più bistrattato nel genere dopo i Dimmu Borgir. Eppure, nella loro carriera non mancano album eccellenti, come ad esempio il terzo, Cruelty and the Beast del 1998. Si tratta di un lavoro intrigante sotto molti punti di vista, a partire dal fascinoso e oscuro concept sul personaggio della contessa ungherese Erzsébet Báthory (1560 – 1614), celebre per la leggenda dei suoi interessi occulti e dei suoi bagni nel sangue di ragazze uccise allo scopo di mantenersi giovane (da cui l’artwork). Tuttavia, anche dal punto di vista musicale i Cradle of Filth sono grandi. Il loro black metal sinfonico, pieno di melodie gothic e con sparuti elementi presi altrove (thrash, death e doom più estremo), è molto fascinoso. Merito di una scrittura molto equilibrata con una grande attenzione sia per la potenza, che si esplica in una lunga serie di riff davvero incisivi, sia per le atmosfere, delegate alla tastiera sinfonica di Lecter. Si tratta di una componente indispensabile per il suono degli inglesi, a cui conferisce tantissime sfumature a livello di atmosfera, e rende Cruelty and the Beast a volte orrorifico, a volte caldo, in altri momenti invece oscuro e freddissimo. È questo il segreto migliore di un album che a livello di oscurità incide molto più di tanti gruppi medi nel black metal tradizionali, solo ripetitivi e mai così avvolgenti. Unendo tutto ciò, il risultato è un album che sfiora la perfezione, e con un solo difetto: la produzione. Il suono di Cruelty and the Beast non è ottimale: le chitarre sono un po’ piatte, come anche la batteria di Nicholas Barker, che sembra quasi finta. In più il mixing a volte è un po’ sbilanciato verso uno strumento a discapito però degli altri, che vengono un po’ sacrificati. C’è da dire che pur togliendo la possibilità ai Cradle of Filth di raggiungere la perfezione, in realtà non è un gran difetto: abbiamo lo stesso un capolavoro stupefacente, come leggerete tra poco.

L’oscurità prende il via da Once Upon Atrocity, cupo intro che già preannuncia le atmosfere del concept album, attraverso l’intreccio di cori profondi e orchestrazioni altrettanto lugubri. È un pezzo breve ma incalzante, che si fa sempre più convulso finché Thirteen Autumn and a Widow non esplode. Abbiamo allora un brano veloce e oscuro, che punta molto sull’incrocio tra un riffage black metal e cori oscuri, sia nei momenti strumentali che in quelli in cui il mastermind Dani Filth sfoggia il suo cantato estremo. La struttura comincia quasi subito a progredire, e se all’inizio l’atmosfera è solo lugubre, presto diventa più espressiva e intensa, coi primi elementi gothic che affiorano tra le melodie del gruppo. I giochi inizialmente sono ancora piuttosto estremi, il tempo forsennato di Barker domina, ma poi il tutto si apre: è l’inizio di una norma lacrimosa e dimessa, seppur la tensione non venga mai meno. I momenti più gotici e intensi e quelli più selvaggi si alternano più volte nel corso della canzone, in una progressione non troppo variegata ma in cui i piccoli arrangiamenti fanno la differenza. Lo si può sentire per esempio nell’inquietante finale a tinte doomy, o ancor meglio nella fuga convulsa sulla tre quarti, un vortice di note che peraltro sintetizza al meglio le varie anime della canzone – e anche i suoi pregi. Ne risulta una opener grandiosa, da subito tra i pezzi migliori del disco. Dopo un brevissimo intro è quindi il turno di Cruelty Brought Thee Orchids, traccia dal riffage splendido, tempestoso come da norma black ma con un forte gusto melodico gothic. È la base di partenza per una struttura che sin dall’inizio si mostra mutevole, con le ritmiche che a tratti pendono da una o dall’altra parte delle due anime dei Cradle of Filth, e assume a volte anche vaghe influenze thrash o death. A cambiare più spesso è però l’aura: in certi momenti, lenti e potenti, assume persino un vago mood epico, reso però decadente dalle malinconiche tastiere sinfoniche di Lecter. In altri momenti è invece il pathos a dominare, mentre nelle accelerazioni più estreme sale in cattedra l’aggressività, seppur con un velo di tristezza mai lasciato da parte. In ogni caso, ogni frazione è ben incastrata con le altre, il mood è sempre avvincente, e sono tantissimi i passaggi che spiccano. Abbiamo perciò uno dei picchi non solo di Cruelty and the Beast, ma probabilmente anche dell’intera carriera degli inglesi. La successiva Beneath the Howling Stars riprende l’aura orrorifica sentita all’inizio, come si sente già dalle cupe orchestrazioni che continuano poi anche quando il metal entra in scena. Parte da qui un brano che alterna brevi aperture oscure, con le sole tastiere, e lunghe fughe tortuose e rapide. In esse penetra ogni tanto un po’ di melodia, unito a un mood caldo, angoscioso, ma si tratta di momenti relativamente brevi. Più spesso abbiamo una norma aggressiva, in cui anche le tante melodie servono più a sottolineare la malvagità generale che a esprimere sentimenti. Degna di nota è anche la frazione centrale, che abbandona la frenesia generale – ripresa solo più tardi – per una norma più aperta e quasi onirica, come un sogno oscuro ma con una sua bellezza. È probabilmente il passaggio più rilevante di una traccia comunque tutta di alto valore, con ben poco da invidiare a ciò che l’ha preceduta.

Venus in Fear può sembrare interludio per riposare le orecchie dopo un bel po’ di cattiveria, anche se non è proprio un pezzo tranquillo e solare, anzi. La base è quella di un pezzo ambient spaziale, con una tastiera fantascientifica, su cui presto si aggiungono urla di terrore miste a una donna in orgasmo – inquietante riferimento ai terribili atti della Contessa – presto sottolineate anche dalle orchestrazioni. È insomma un pezzo di forte effetto, inquietante al punto giusto, e di sicuro tutt’altro che inutile, nonostante i due minuti e mezzo scarsi di durata. Si torna quindi alla potenza in maniera brutale con Desire in Violent Overture, che alterna selvagge sfuriate a tinte black metal con fughe di forte ascendente thrash (!), leggermente più lente ma sempre devastanti. A metà tra le due norme si pongono i refrain, in cui il blast beat di Barker si mescola col riffage lento e con una componente sinfonica frenetica, per un effetto spiazzante ma grandioso, reso ancor più estremo dallo scream esasperato di Dani Filth. C’è spazio anche per frazioni più melodiche, dall’aspetto variegato: a volte sono i vari musicisti a mostrare la propria velocità, in altri frangenti sono presenti dei campionamenti che rendono il tutto più lugubre. In ogni caso, i tanti piccoli cambiamenti non danno troppo fastidio alla struttura, che è più lineare rispetto al passato, vista pure la corta durata (nemmeno cinque minuti). Anche per questo, abbiamo un pezzo che potrebbe essere l’ideale singolo del disco, oltre a rappresentare, per la furia sprigionata, uno dei punti più alti di Cruelty and the Beast col duo d’apertura! Un lungo intro inquietante, sulle cui orchestrazioni dissonanti si confondono le voci dell’ospite Sarah Jezebel Deva e quella della celebre attrice Ingrid Pitt (interprete proprio di Erzsébet Báthory nel film “Countess Dracula” del 1970), poi si avvia The Twisted Nails of Faith. È un brano dotato di ritmiche profonde e di una struttura labirintica, in cui ci si perde. Si passa da frazioni più aperte in cui la voce è sostenuta dalla sezione ritmica e dalle tastiere sinfoniche di Lecter, tratti tempestosi e dal mood davvero spaventoso e sfoghi di vera rabbia, che a volte spiazzano. Fa eccezione da questa impostazione la sezione finale, che trascina in una dimensione soffice, tiepida, accogliente, evocata dagli intrecci tra le due chitarre della coppia Stuart Anstis/Gian Pyres, solo in lead, le orchestrazioni e l’organo. Pian piano, attorcigliandosi su se stessa, la musica si sposta di nuovo su coordinate potenti, ma senza abbandonare il mood che si è creato, rinforzandolo anzi in modo che sia potente e quasi trionfale. Ne risulta un finale strano, a metà tra la luce e l’oscurità, il passaggio migliore di una traccia che però ancora una volta risulta splendida in toto.

Bathory Aria è una lunga suite in tre atti che stavolta entra nel vivo con placidità. Si parte infatti da un intro oscillante e lento, col pianoforte che disegna un ritmo ripresa poi dalle orchestrazioni e dalla chitarra. È un avvio molto melodico, gothic quasi puro se non fosse per lo scream di Dani Filth, intenso e lacrimoso. Pian piano il tempo sale e le ritmiche si fanno più dure, ma le melodie restano in evidenza a lungo, anche quando l’atmosfera si sposta verso qualcosa di più oscuro. Solo dopo un po’ la musica vira verso il black metal, cominciando al contempo un’evoluzione più varia, con tanti cambi di tempo repentini e inaspettati. A volte compaiono frazioni molto aggressive, anche se spesso il gruppo non può fare a meno di guardare ancora verso le melodie iniziali, che tornano a iniettare calore all’interno del pezzo. C’è da citare anche la lunghissima frazione al centro, lenta e in cui ancora una volta i Cradle of Filth dimostrano la loro natura gothic e le piccole influenze doom, mutuate dai grandi gruppi conterranei. È un passaggio che ha lo stesso spirito evocativo, seppur con alcune variazioni: l’atmosfera non è sempre triste e intensa, a volte assume anche una nota lugubre, seppur in generale abbia un certo pathos. Se essa, come molti altri dei passaggi che si alternano negli undici minuti del pezzo, sono molto positivi, ogni tanto è presente anche qualche momento morto – citerei per esempio il lungo e lento finale, lugubre ma anche un po’ prolisso. Ne risulta perciò una suite meno valida di ciò che ha intorno, anche se questo significa poco: se è vero che in Cruelty and the Beast è l’episodio di qualità più bassa, in un album di livello anche ottimo sarebbe tra i picchi! È ora il turno di Portrait of a Dead Countess: si tratta di un interludio esclusivamente sinfonico con un atmosfera infelice in maniera quasi lancinante, ma calmo a livello musicale. Di fatto è un requiem per la Contessa, morta alla fine della suite precedente. Abbiamo insomma un bel pezzo, tre minuti scarsi per far rifiatare le orecchie prima dell’assalto finale. Dopo un ulteriore intro sinfonico, più rarefatto di ciò che l’ha preceduto, esplode all’improvviso Lustmord and Wargasm (The Lick of Carnivorous Winds), brano ossessivo e doloroso, almeno all’inizio. In questo avvio sono le tastiere sinfoniche a farla da padrone, in un affresco energico ma mai troppo aggressivo. La rabbia si scatena solo dopo un po’, quando d’improvviso si scatena una norma feroce, che nonostante i tanti sprazzi di melodia fugge con gran rabbia, grazie anche a forti influenze death che entrano a tratti. È una fuga potente, che si spezza solo al centro, con un interludio ambient espanso ma cupo al punto giusto. Ciò non dura, però: se infatti per un po’ si mantiene calma, alternando passaggi espansi e altri lievemente più densi, di pura oscurità, presto la musica ricomincia a crescere verso la frenesia precedente. Ne risulta un finale ancor più intenso e rabbioso, che tra le urla di Filth, assoli di chitarra e tastiera e momenti vorticosi e teatrali, conduce l’ascoltatore verso il gran finale. Nel complesso risulta un pezzo non al livello dei migliori, ma ottimo e più che adatto per chiudere un capolavoro simile.  

Come già accennato, Cruelty and the Beast è un grande album, che rasenta quasi la perfezione – e la manca giusto per pochi difettucci veniali. Dall’altro lato è inutile dire che se per voi il black metal è solo quello di Mayhem, Darkthrone, Marduk e simili, di sicuro non troverete nulla di buono né qui né tantomeno nella carriera dei Cradle of Filth. Se però il black sinfonico fa per voi, allora questo è uno dei veri capolavori del genere, e non può mancarvi: il consiglio è perciò quello di recuperarlo senza pensarci due volte!

Voto: 98/100

Mattia

Tracklist:

  1. Once Upon Atrocity – 01:43
  2. Thirten Autumns and a Widow – 07:14
  3. Cruelty Brought Thee Orchids – 07:18
  4. Beneath the Howling Stars – 07:42
  5. Venus in Fear – 02:20
  6. Desire in Violent Overture – 04:16
  7. The Twisted Nails of Faith – 06:50
  8. Bathory Aria (Benighted like Usher/A Murder of Ravens in Fugue/Eyes that Witnessed Madness) – 11:02
  9. Portrait of the Dead Countess – 02:52
  10. Lustmord and Wargasm (The Lick of Carnivorous Winds) – 07:30
Durata totale: 58:47
Lineup:

  • Dani Filth – voce
  • Stuart Anstis – chitarra
  • Gian Pyres – chitarra
  • Lecter – tastiera
  • Robin Graves – basso
  • Nicholas Barker – batteria
Genere: symphonic black/gothic metal

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