Great Master – Lion and Queen (2016)

Per chi ha fretta:
Pur non avendo pretese di innovazione, i veneziani Great Master riescono a creare musica di buon livello, come dimostra il loro terzo album Lion and Queen (2016). Si tratta di un disco valido sotto molti punti di vista, in primis il genere: riff e temi musicali si rifanno al classico power metal tedesco e in special modo ai Running Wild, ma i veneti portano questa base in un ambiente melodic power moderno. È uno stile potente e al tempo stesso raffinato, che ha dalla sua atmosfere variegate e coinvolgenti. Dall’altro lato, il songwriting ogni tanto tende a perdersi, ed è presente qualche cliché: sono comunque difetti da poco, non disturbano molto la buona riuscita del tutto. Abbiamo infatti un album con una scaletta varia e di alto livello, in cui spiccano brani come la malinconica Oldest, la veloce Traveller of Time, l’elegante Time After Time e l’emozionante Walking on the Rainbow. Concludendo, Lion and Queen è un album tradizionale ma molto buono, che saprà soddisfare i gusti dei fan del power classico e di quello melodico.

La recensione completa:
Come ho già detto in altre recensioni, sono convinto che attualmente, dopo una fase di stagnazione, il power metal sta tornando a splendere. Chi sono però gli artefici di questa rinascita? Si tratta spesso di gruppi giovani che cercano una propria strada, con un suono personale che ribalta o addirittura abbandona i vecchi cliché triti e ritriti del genere. Per chi invece si muove ancora all’interno dei canoni del power è molto più difficile realizzare qualcosa di interessante. Non è impossibile, tuttavia: c’è anche chi riesce a essere efficace senza proporre nulla di radicalmente nuovo, come i veneziani Great Master. Nati addirittura nel 1993, non sono riusciti ad andare oltre a un demo prima di un lungo periodo di scioglimento. Tuttavia, nel 2008 il gruppo è rinato: in breve tempo hanno visto la luce l’esordio Underworld (uscito nel 2009, anche se con anni di lavorazione alle spalle) e il come-back Serenissima (2013), ambizioso concept sulla Repubblica di Venezia. È invece di quest’anno il terzo album Lion and Queen, di cui parliamo oggi. Si tratta di un lavoro rilevante sotto molti punti di vista, in primis nello stile: i Great Master suonano un genere molto tradizionale, che riescono però a rendere proprio. Se di base il loro sound è debitore della scena classica tedesca, ricordando in riff e melodie soprattutto i Running Wild (oltre che in minore misura Blind Guardian e Gamma Ray), i veneti riescono a portare questa impostazione all’interno di un moderno power melodico. Ne risulta uno stile con la giusta energia ma al tempo stesso elegante e raffinato, anche grazie a rari influssi progressive e sinfonici. Il segreto migliore di Lion and Queen è però la grande cura del gruppo per le atmosfere: a tratti sono epiche, a volte intimiste, in altri momenti risultano scanzonate, e in generale sono sempre studiate per coinvolgere al meglio l’ascoltatore. Certo, nemmeno i Great Master  sono esenti da qualche difetto: oltre a qualche stereotipo qua e là, spiccano soprattutto un paio di passaggi a vuoto durante la scaletta. In generale, se il songwriting è in media di alto livello e la gran parte delle melodie riescono a incidere bene, ogni tanto l’album tende a perdersi. Si tratta però di un difetto da poco, che non inficia un lavoro con molte frecce al proprio arco, come leggerete nel corso della recensione.

Le danze prendono il via da Voices, intro di rito sospeso a metà tra sonorità medioevali e sinfoniche. Il suo minuto è adatto a introdurre l’eleganza dei Great Master, prima che la vera opener Another Story entri in scena con forza. La musica ha molta energia, e dopo un inizio orientato verso le melodie dei pirati di Amburgo prende una strada un po’ più mutevole. La struttura è quella classica strofe/ritornelli, anche se tra le due parti c’è una certa differenza: le prime infatti sono particolari, sognanti ma piuttosto tese, mentre i secondi sono liberatori e tranquilli, corali, spezzano del tutto il mood precedente. C’è poco altro da dire per una canzone semplice e lineare, che passa tutto in un fiato ma lascia dietro di sé un’ottima impressione: è una grande apertura, anche se il meglio deve ancora arrivare. A ruota arriva infatti Oldest, che dopo un avvio gestito dalla chitarra di Jahn Carlini, di facile accessibilità, entra nel vivo con strofe abbastanza particolari. Il dettaglio che spicca di più è il botta e risposta tra cori possenti e la voce di Max Bastasi, che insieme alle chitarre alle sue spalle conduce l’ascoltatore attraverso un panorama esotico e immaginifico. È più o meno la stessa sensazione che domina con ancor più forza nei ritornelli, insieme catchy e malinconici, con il frontman particolarmente intenso che scandisce una melodia di forte impatto. Per il resto c’è spazio giusto per un rapido assolo di Francesco “Yackson” Russo degli Shadows of Steel (uno dei tanti ospiti presenti in Lion and Queen), adeguato per un brano brevissimo e molto lineare, ma che impressiona davvero, tanto da meritare un posto tra i punti più alti dell’album.

Dopo un pezzo relativamente melodico, Prayer in the Wind può sembrare un ritorno verso la potenza, ma passato il tempestoso intro si vira su una norma molto tranquilla. Le strofe sono aperte e placide, spesso con poco spazio per le chitarre e un ripieno di orchestrazioni, nonostante il batterista Massimo Penzo le renda ritmate e incalzanti. I ritornelli sono invece più densi, e alle onnipresenti orchestrazioni uniscono un florilegio di trame e un forte carico melodico, senza che si raggiunga mai l’energia del power più duro. In entrambe le parti sono presenti buone melodie, ma stavolta il complesso incide meno, per colpa di qualche cliché di troppo qua e là. Poco male, in ogni caso: seppur non trascendentale, abbiamo lo stesso una canzone di buona qualità. Anche Traveller of Time si avvia con tastiere sinfoniche, ma in breve si trasforma in un brano veloce e dinamico. Sia le strofe che i ritornelli sono molto rapidi, retti dalla doppia cassa di Penzo, anche se ci sono molte differenze tra loro. Le prime si rivelano possenti e rocciose, mentre i secondi si riempiono di melodie efficaci, tra cui spicca quella vocale di Bastasi, ancora una volta molto catturante. Stavolta inoltre i Great Master variano di più: c’è spazio qua e là per dei brevi stacchi più lenti e riflessivi ogni tanto, anch’essi ben incastrato: non solo non disturbano la dinamicità generale, ma le danno maggior respiro. Chiude il quadro un bell’assolo centrale (gestito stavolta da Simone Mularoni dei DGM, che tra l’altro è l’artefice anche dell’ottimo sound generale dell’album), degna quadratura di un cerchio di livello molto alto: si tratta infatti di un altro dei picchi del lavoro.

Stargate è una traccia lenta, cadenzata, e nonostante sia le tante suggestioni tedesche ricorda anche gli Stratovarius più solenni. Ciò accade specialmente nelle strofe, intimiste e delicate nonostante la presenza di un riffage maschio e potente. Anche i ritornelli hanno più o meno lo stesso mood, reso però più esuberante e lirico, con una malinconia forte data anche da Bastasi, che qui a tratti cerca di imitare Fabio Lione, peraltro con discreto successo. È più o meno tutto qui, la struttura è ancora una volta molto lineare, e il complesso risulta godibile, anche se forse non tra il meglio di Lion and Queen. La tradizione vuole che in un disco power le suite siano piazzate alla fine, ma i Great Master piazzano Mystic River al centro. Si tratta di un brano dominato per lunghissimi tratti dalle chitarre, che si intrecciano di continuo sin dal morbido intro. Quando poi entra nel vivo, il brano si mostra per lunghi tratti strumentale, con le sei corde di Carlini e dei vari ospiti (il già citato Russo, l’ex Bejelit Daniele Genugu e Shuai Xia) che continuano a inseguirsi, veloci e vorticosi. Fanno eccezione giusto brevi tratti cantati, in cui è un riffage di buona potenza ad accompagnare il frontman, specie per quelle che si possono considerare strofe. I ritornelli, corali e più tranquilli, presentano anch’essi una grande componente armonica, che peraltro incide bene, rendendoli il momento meglio riuscito del pezzo. All’interno della progressione in realtà non ci sono cambiamenti così grandi: se ogni tanto il ritmo muta, come in alcuni passaggi centrali più cadenzati, le melodie rimangono costanti. In tutto questo, sono parecchi i passaggi degni d’attenzione. Dall’altro lato, tuttavia, c’è da dire che alla lunga il pezzo soffre un po’ di prolissità, undici minuti sembrano davvero troppi. È un difetto che non rovina troppo un episodio piacevole, non fuori luogo in un album di questo livello, pur castrandolo leggermente.

Holy Mountain è veloce e coinvolgente sin da subito, col suo attacco che riporta ancora ai Running Wild. Parte da lì una progressione elementare, con strofe semplici e movimentanti che si scambiano velocemente con refrain più intensi e profondi, grazie al solito comparto melodico di alta caratura. In generale, ogni attimo della canzone è valorizzato da un gran lavoro oscuro in fase di scrittura, apprezzabile solo con un ascolto molto attento ma importantissimo. È infatti questo segreto a trasformare una traccia lineare, forse persino banale, in una piccola perla, appena sotto ai pezzi migliori della scaletta. La successiva Time After Time riprende ancora una volta gli stilemi del gruppo di Rock ‘n’ Rolf, ma li coniuga in maniera persino più elegante del solito. Lo si nota in special modo nei grandiosi chorus, immaginifici grazie all’accoppiata cori/Bastasi e al solito florilegio avvolgente di chitarre, molto bello e ricercato. Anche il resto non è da meno: per quanto possano sembrare scarne, le strofe sono un ottimo contrappeso per i ritornelli, e anche i vari arrangiamenti sono piazzati al punto giusto. Poche chiacchiere: abbiamo l’ennesimo pezzo semplice che però incide al punto di raggiungere Oldest e Traveller of Time al livello dei migliori pezzi di Lion and Queen! Anche la rapida The Other Side è molto lineare: alterna semplicemente strofe nervose e dirette con lunghi refrain altrettanto rapidi ma con un coefficiente di pathos maggiore, e bridge che mescolano le suggestioni delle due parti. C’è molto poco da dire, a parte questo: il ritmo veloce tenuto da Penzo rende la traccia molto incalzante, facendo sì che appaia anche più corta di quanto non sia in realtà. Nonostante questo, però, l’impressione che essa si lascia dietro è ottima: merito ancora una volta delle tante melodie ben riuscite e di arrangiamenti vincenti, come l’ottima sezione centrale, molto evocativa. Ne risulta un altro gran pezzo, di qualità poco lontana dal meglio che l’album abbia da offrire.

Dopo un breve intro morbido prende il via Walking on the Rainbow, più mutevole e variegata che in precedenza. Se la norma è melodica ma veloce, power melodico al cento percento, c’è spazio anche per notevoli aperture, specie nelle strofe, che nonostante il ritmo sostenuto si rivelano rilassate, calme. Più densi sono invece i ritornelli, sognanti e con una tensione emotiva palpabile, che li rende ottimi. Ad arricchire entrambe le parti c’è inoltre il duetto tra Bastasi e l’ospite Sy (Armonight), che con la sua voce particolare, simile per certi versi a quella di Elisa C. Martin, riesce a dare una sfumatura in più al tutto. È un altro dettaglio ben riuscito per una traccia particolare, ma in senso positivo, visto che chiude il quartetto delle canzoni più belle di quest’album! Siamo ormai alle battute finali, e per l’occasione i Great Master schierano la title-track. Lion and Queen è introdotta da un preludio gestito dal pianoforte dell’ospite Alessandro Battini (Dark Horizon), molto elegante, che dà il la a una traccia più o meno sulla stessa lunghezza d’onda. Lo si nota quasi subito quando entrano in scena i veloci giri delle chitarre, evocativi e profondi, ancora una volta scritti benissimo e che cancellano un filino di effetto già sentito. Non che il resto sia da meno: seppur molto classiche, le strofe incidono, grazie a una grande prestazione di Bastasi e a chitarre di buona energia. Va ancora meglio coi refrain, pomposi e dotati di cori possenti, che gli danno una vaga epicità, oltre che un’efficacia assoluta. Grandiosa è pure la parte solistica al centro, lunga ma non troppo e sfaccettata, con ogni passaggio efficace e mai noioso. Vale lo stesso per il brano in generale: nonostante gli oltre sette minuti abbiamo un episodio coinvolgente in ogni passaggio e di ottima qualità, insomma una conclusione più che adeguata alla situazione.

Per concludere, Lion and Queen è un album senza alcuna pretesa di innovazione, ma che riesce a coinvolgere per sostanza e freschezza. In virtù di ciò, se il power metal classico e quello melodico ormai vi annoiano, probabilmente i Great Master non faranno al caso vostro. Se però queste sonorità sono il vostro pane quotidiano, e cercate album che non suonino triti o stantii, i veneziani fanno assolutamente al caso vostro!

Voto: 81/100


Mattia

Tracklist:
  1. Voices – 01:00
  2. Another Story – 04:12
  3. Oldest – 03:51
  4. Prayer in the Wind – 04:27
  5. Traveller of Time – 04:40
  6. Stargate – 04:53
  7. Mystic River – 11:00
  8. Holy Mountain – 04:01
  9. Time After Time – 04:14
  10. The Other Side – 05:26
  11. Walking on the Rainbow – 04:48
  12. Lion and Queen – 07:15
Durata totale: 59:47
Lineup:
  • Max Bastasi – voce
  • Jahn Carlini – chitarra
  • Marco Antonello – basso
  • Massimo Penzo – batteria
  • Simone Mularoni – chitarra (guest)
  • Francesco “Yackson” Russo – chitarra (guest)
  • Shuai Xia – chitarra (guest)
  • Alessandro Battini – tastiera e pianoforte (guest)
  • Andreas Martin Wimmer – tastiera (guest)
Genere: power metal
Sottogenere: melodic power metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Great Master 

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