Fates Warning – Awaken the Guardian (1986)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEAwaken the Guardian (1986) dei Fates Warning è un album molto importante per la storia del metal e in particolare della branca progressive.
GENEREDi base è ancora molto legato all’heavy metal classico americano, con in più qualche potenziamento power e thrash. C’è però una grande complessità in fatto di strutture e atmosfere, che vanno verso il progressive.
PUNTI DI FORZAUno stile complicato ma efficace e innovativo per l’epoca, che influenzerà poi tantissimi gruppi in futuro. Una buona potenza, un’atmosfera magica, tantissima sostanza.
PUNTI DEBOLIUn paio di episodi meno belli degli altri, ma comunque di qualità.
CANZONI MIGLIORIThe Sorceress (ascolta), Guardian (ascolta), Giant’s Lore (Heart of Winter) (ascolta)
CONCLUSIONIAwaken the Guardian è un lavoro al tempo stesso storico e grandioso, un vero must per tutti i fan del progressive e dell’heavy metal più cervellotico!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
97
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Parlando di metal, mi vengono in mente davvero pochi gruppi che siano tanto sottovalutati quanto fondamentali per un genere come i Fates Warning. Nel corso della sua lunga carriera, la band guidata da Jim Matheos non ha mai raggiunto il successo toccato ad altri gruppi progressive come i Dream Theater o i Symphony X. Eppure, il quintetto del Connecticut questo genere lo ha creato. Nati nel 1982 col nome di Misfit, poi cambiato in quello definitivo due anni dopo, l’ensemble proponeva un heavy metal classico non troppo lontano da quello di tante altre band dell’epoca. Lo si può ben sentire nell’esordio Night on Bröcken (1984), album a metà tra il metal americano e la NWOBHM. Già dal successivo The Spectre Within (1985), tuttavia, i Fates Warning dimostrarono un’evoluzione notevole: il loro genere si raffinò molto, con soluzioni ardite che rimandavano a volte anche al rock progressivo – qualcosa di inedito per l’epoca. Passò ancora un anno e gli americani compirono un ulteriore passo in avanti: alla fine del 1986 vide così la luce Awaken the Guardian, probabilmente il primo vero lavoro progressive metal della storia. Mai prima di allora, all’interno del metal, era uscito un album fatto di canzoni così complesse e labirintiche, piene di cambi di atmosfera e di tempo repentini e imprevedibili, che poi diverranno la norma nel prog degli anni successivi. I Fates Warning avevano già lo sguardo rivolto verso il futuro, ma non rinunciavano del tutto al passato: dopotutto la loro base era ancora il classico speed/heavy metal di estrazione americana. Anche per questo, nonostante sia tortuoso Awaken the Guardian suona incisivo e pesante: merito anche di influssi thrash e dal primissimo power, che rendono il tutto più robusto. Ma non c’è solo potenza: in queste otto tracce c’è anche una magia unica, sottolineata del resto pure dai testi, fantasy in una maniera inedita sia nel passato che nel futuro del gruppo. Il risultato finale è un album dalle mille sfaccettature, apprezzabile sia dai fan del semplice heavy che di quelli progressive più ricercati, che alla fine riesce a sfiorare la perfezione.

Le danze prendono il via da un intro con solo una chitarra acustica lontana, ma presto il metal irrompe in scena. È il punto di partenza per The Sorceress, tortuosa e piena di controtempi fin dall’inizio, ma anche molto potente: merito del riffage, ma anche della prestazione istrionica di John Arch (qui all’ultima prova con la band), che dà un tocco in più all’atmosfera. Quest’ultima è piuttosto sfaccettata: se le strofe sono arcigne e quasi lugubri, con persino vaghe inflessioni doom, i ritornelli virano su un certo pathos, seppur l’oscurità sia ancora ben presente. Le due parti si incastrano molto bene tra loro, anche se il meglio è la lunga progressione centrale, che oscilla tra malinconia, aggressività e cupezza, cambiando spesso faccia, sempre con cognizione di causa. È il momento più riuscito di una opener fantastica in ogni istante, che trova posto di diritto tra i punti più alti dell’album. La successiva Valley of the Dolls si rivela persino più complessa della precedente: dopo un avvio duro, da heavy classico, comincia una fuga che sarebbe di tipico speed metal, se non fosse per il tempo dispari che la regge. La norma infatti è incredibile, con il riffage della coppia Jim Matheos/Frank Aresti e la batteria di Steve Zimmerman che cambiano di continuo, un vortice di note che però risulta non solo coerente, ma anche di gran potenza. Sono eccellenti anche le tante variazioni che spuntano qua e là: l’esempio migliore sono quelli considerabili ritornelli, che svicolano dalla frenesia generale e seppur molto pesanti possiedono una forte espressività. Vale però lo stesso anche per tutti gli altri passaggi, da quelli più energici con notevoli influssi thrash a quelli più preoccupati, grazie a giri convulsi di chitarra, passando per le tante frazioni strumentali che arrichiscono ancor di più lo spettro del pezzo. In ogni caso, la scrittura è ancora di livello molto alto, ogni tassello è perfettamente al suo posto: ne risulta un altro pezzo eccelso, appena sotto al precedente per qualità.

Inizialmente, Fata Morgana si avventura su territori power: il suo avvio infatti è molto melodico, anche se pian piano si indurisce. In scena resta però una certa aura magica, potente e a tratti vagamente epica, che avvolge quasi tutta la canzone. Essa accompagna l’ascoltatore attraverso le strofe, sfaccettate tra i sentieri tortuosi percorsi della voce di Arch e i fraseggi maideniani, fino a esplodere con anche più intensità nei refrain. Questi ultimi sono più semplici e diretti, e presentano un’aura sognante, che li rende il momento più coinvolgente del pezzo. E se stavolta la struttura è più lineare che in precedenza, le variazioni sono comunque parecchie: si può citare per esempio la frazione sulla tre quarti, più oscura del resto ma senza stonare con ciò che ha intorno. Al contrario, il complesso funziona alla grande: ne risulta un altro brano di caratura elevatissima! A chiudere il meraviglioso lato A del vecchio vinile giunge quindi Guardian, traccia che può essere considerata una ballata, anche se molto lontana da quelle classiche. Lo si sente già dalle chitarre pulite iniziali, debitrici al vecchio progressive rock, prima che entri in scena un pezzo non teso ma esuberante, in cui si mettono in mostra i veloci assoli di chitarra. È solo un breve sfogo, prima che la canzone entri nel vivo con strofe placide, quasi con un velo di oscurità, ma anche molto malinconiche grazie all’ennesima prova di forza di Arch. Questa norma va avanti a lungo, ma ogni tanto viene interrotta da ritornelli heavy ma dolci e sognanti, con una splendida atmosfera piena di sfumature. Il tutto avanza con lentezza, il ritmo è sempre placido, a eccezione di qualche breve fiammata speed metal nella seconda metà, peraltro mai troppo tesa. Per il resto però la traccia è sempre riflessiva e profonda, sia nella norma sia nelle tante variazioni, che non ne modificano la natura. È questo uno dei segreti che la rende perfetta, trascendentale, non solo uno dei picchi dell’album ma addirittura del metal anni ottanta!

Prelude to Ruin ha un avvio melodico, con fraseggi che in certi momenti ricordano da lontano addirittura il black metal melodico che sarebbe arrivato in futuro (!). Questa sensazione si acuisce addirittura in certi momenti obliqui e sinistri, che spuntano ogni tanto intorno a una norma più rocciosa e incalzante, con ancora vaghe influenze thrash. Questa falsariga è spesso diretta, con dalla sua un certo impatto, ma a tratti i ritmi rallentano: spuntano allora momenti dal mood quasi trionfante, esplosivi. La divisione tra le due parti è netta all’inizio, ma dopo poco la traccia comincia a evolversi più velocemente, mescolando varie sensazioni fino a trasformarsi nell’equivalente musicale di una storia appassionante, piena di colpi di scena e di cambiamenti. Si tratta di un brano molto difficile da seguire, di fatto, visti i tantissimi elementi che gli americani infilano in questi sette minuti e mezzo, ma alla fine risulta convincente. Seppur i pezzi che ha intorno siano migliori – e in generale questo sia il meno bello del lotto – ne risulta lo stesso un piccolo gioiello, che di sicuro non sfigura in un album del genere, anzi. Un altro avvio di grande coefficiente melodico, poi prende il via Giant’s Lore (Heart of Winter), episodio incalzante e dall’incedere epico, che esce fuori con potenza nella norma principale. Questa è abbastanza semplici, con una base di heavy metal melodico ma al tempo stesso teso e battagliero, grazie ad Arch, al tempo marziale che la regge e a piccole ma importanti variazioni. Sono proprio queste ultime a rendere il pezzo mai noioso, nonostante per lunghi tratti sia ossessivo e ripeta gli stessi temi. Si cambia del tutto direzione solo al centro, dove i Fates Warning tornano alla loro tipica complessità, alternando momenti power a passaggi di vago eco maideniano e a repentine mutazioni di carattere progressive. Anche le due componenti di base si incastrano alla perfezione: abbiamo infatti un pezzo splendido in ogni momento, il migliore in assoluto di Awaken the Guardian insieme a The Sorceress e Guardian!

Time Long Past non è altro che un breve interludio: serve principalmente per riposare le orecchie con l’intreccio tra le dolci melodie della chitarra distorta e l’arpeggio pulito di base. L’effetto che si crea è intimista e di vaga tristezza, molto avvolgente a dispetto della durata molto ridotta. Nonostante questo però abbiamo un bel frammento, oltre che un’introduzione più che adeguata per la conclusiva Exodus. Quest’ultima entra quindi subito nel vivo presentandosi ancora una volta tesa ed evocativa, con venature epic metal anche più spinte che in passato. Lo evidenziano bene le lunghe strofe massicce ed evocative, con l’incedere battagliero impresso da Zimmerman e le melodie fantasy che spuntano qua e là. Si cambia radicalmente verso coi ritornelli, che pur non essendo molto diversi dal punto di vista musicale si spostano con decisione verso un mood malinconico e pieno di pathos, per merito anche delle tante sovraincisioni della voce di Arch. Se questa è la base del pezzo, al centro c’è spazio per una lunga frazione, divisa tra una prima parte morbida e progressiva e una seconda che invece strappa con energia, con una fuga speed convulsa e potente. Questo passaggio divide esattamente a metà la traccia: quando la falsariga ritorna, infatti, è molto meno epica e più progressiva, oltre a farsi bizzarra nel finale, psichedelico e pieno di strani echi. È una conclusione non male, anche se si rivela un po’ sottotono rispetto al resto della canzone, che invece è eccezionale. È per questo unico dettaglio che il risultato è un pezzo meno bello dei picchi dell’album, seppur sia lo stesso grandioso e di sicuro non è indegno come finale di un album del genere.

Insomma, Awaken the Guardian è un capolavoro immortale che sfiora la perfezione – e la mia personale idea è che se tutto fosse stato del livello del lato A, l’avrebbe anche raggiunta. Oltre a questo, è una pietra miliare per la storia del progressive metal, ma anche per la carriera dei Fates Warning, che da qui cominceranno a indirizzarsi sempre più verso il prog puro. Per tutti questi motivi, se siete fan del genere più complesso del metal ma anche dell’heavy americano anni ottanta meno immediato, questo è un album che non vi può mancare in nessun caso. Correte a recuperarlo!

All’incirca trent’anni fa, il 10 novembre del 1986, vedeva la luce Awaken the Guardian dei Fates Warning. Come già detto più volte, è probabilmente il primo album progressive metal moderno della storia, e ha influenzato tutti i gruppi successivi. Perciò, come al solito questa recensione vuole celebrare in piccolo il trentesimo compleanno di questo lavoro così importante.
Mattia

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1The Sorceress05:43
2Valley of the Dolls05:24
3Fata Morgana05:25
4Guardian07:34
5Prelude to Ruin07:23
6Giant’s Lore (Heart of Winter)06:00
7Time Long Past01:51
8Exodus08:37
Durata totale: 47:57
FORMAZIONE DEL GRUPPO
John Archvoce
Frank Arestichitarra
Jim Matheoschitarra
Joe DiBiasebasso
Steve Zimmermanbatteria
OSPITI
Jim Archambaulttastiera
ETICHETTA/E:Metal Blade Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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2 risposte

  1. Antonio ha detto:

    Complimenti, è forse la prima recensione decente italiana che leggo su internet riguardo a questo capolavoro. Purtroppo qui in Italia, ed è incredibile questo considerando che abbiamo una solida tradizione prog rock alle spalle, ma dicevo qui in Italia siamo molto indietro sul piano della critica per quanto riguarda il prog metal, con tizi che ancora fanno la tremenda associazione di prog metal= metal melodico e sinfonico partendo quindi solo dai '90. Ed è una cosa tipicamente italiana: nel mondo anglosassone e tedesco, cioè la critica che conta, CHIUNQUE parli di Awaken the Guardian lo fa come un capolavoro che ha contribuito a rivoluzionare il metal e dar vita al progressive metal; solo qui si parla di fantasy metal, non-ancora-prog, epic metal, parallels-primo-disco-prog e altre cazzate varie. Basta vedere poi i libri pubblicati sull'heavy metal, da persone anche che stimo come Signorelli, ma la cui scheda sui Fates Warning è lacunosa e fa pena.Per il resto: non concordo con il tuo giudizio personale sui brani, per me Prelude to Ruin è LA canzone (assieme a Guardian) e a seguire Exodus. Un disco che è poco meno che perfetto. Fata Morgana, per carità, sublime, ma per me è la meno interessante (a parte il bello intermezzo strumentale che fa da preludio ad Exodus), quella più legata ancora troppo all'heavy classico, seppur deviandolo completamente. Non frantendere, sublime ho scritto…ma cavolo Prelude To Ruin è IL Prog Metal.

  2. Mattia Loroni ha detto:

    Come prima cosa, grazie mille per i complimenti ^_^ .Concordo molto sulla critica italiana (e non solo): anche io ho visto spesso che è parecchio \”a compartimenti stagni\” a volte. Giusto per fare l'esempio dei Fates Warning, cominciano ad avere elementi progressive già da The Spectre Within e poi ne hanno aggiunti sempre di più. Parallels forse è il primo album progressive \”puro\” (ma più probabilmente è Perfect Symmetry a meritare questo primato), ma non si può dire che prima non lo facevano . E comunque, in generale qui in Italia i Fates Warning mi sembrano molto sottovalutati, e a torto: sia nel primo periodo che in quello più prog, hanno fatto grandi cose 🙂 . Per quanto riguarda invece i brani, il mio è appunto un giudizio soggettivo. Per esempio Prelude to Ruin mi piace meno degli altri nell'album, ma se tu pensi che sia il pezzo più bello dell'album la cosa non mi scandalizza né mi dà fastidio: sono gusti, appunto 🙂 . E del resto qui a Heavy Metal Heaven si rispettano i gusti di tutti, recensori compresi: cerchiamo per quanto possibile di essere onesti col nostro sentire personale nelle recensioni, anche se a volte i nostri giudizi vanno un po' controcorrente 🙂 .In ogni caso, grazie ancora per i complimenti e per il commento ^_^ !

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