Nefesh – Contaminations (2014)

Per chi ha fretta:
Al contrario di tanti gruppi nel progressive metal “puro”, gli anconetani Nefesh non si limitano a copiare i Dream Theater, ma hanno una personalità forte, come dimostra il terzo album Contaminations (2014). Il loro è un progressive molto sfaccettato, con influssi sia dai generi del metal più estremi che da quelli più melodici, nonché dal metal sinfonico. Il gruppo lo maneggia piuttosto bene, grazie a doti tecniche ottime, a buone capacità di songwriting e a qualche spunto di personalità – tra cui spiccano la voce rabbiosa di Paolo Tittarelli e alcune canzoni con lodevoli testi in italiano. Dall’altro lato, il gruppo soffre a volte del difetto di tanti gruppi tecnici e progressive, quello di perdersi in eccessivi tecnicismi sacrificando la musicalità dei pezzi. Non è però accentuato come in altri gruppi: l’album è infatti tutto di buon livello, con squilli ottimi come The Shades, My White Star e After the End. Concludendo, Contaminations è un lavoro buono e personale, adatto a ogni fan del progressive metal stufo dei soliti cloni dei Dream Theater. 

La recensione completa:
Il progressive metal “puro” è uno stile musicale che ha del paradossale. Per le sue caratteristiche, è il genere con più potenzialità di suonare sempre fresco e mai trito all’interno del metal, eppure è oltre un decennio che non fa che stagnare. Se infatti nello stesso periodo sono usciti tantissimi gruppi interessanti che ibridavano il genere con altro (death, power, thrash, doom e così via), lo stesso non si può dire di quello puro. Nella maggior parte dei casi, infatti, i nuovi gruppi sono palesemente ispirati ai grandi nomi – e soprattutto ai Dream Theater – quando non dei veri e propri cloni, e il risultato è stata una mancanza di spinta verso l’innovazione. Eppure, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: ci sono anche ensemble originali, come per esempio gli anconetani Nefesh. Band nata nel 2005, all’inizio suonava un misto di prog e death, ma presto quest’ultimo genere fu abbandonato. A oggi infatti il gruppo suona un progressive metal  con tantissime influenze, che però non diventano mai preminenti: ogni elemento è soltanto funzionale alla loro musica. In particolare, nei momenti più aggressivi i Nefesh mostrano influssi da generi come il thrash, il metalcore, il groove e addirittura reminescenze death a tratti. Altre volte però tutto ciò scompare, e il genere si fa più melodico, deviando a volte pure verso il power; infine, in altri frangenti ancora sono presenti forte venature sinfoniche e neoclassiche, che contribuiscono alla peculiarità del tutto.

Si tratta insomma di un genere con tantissime sfaccettature, come dimostra il loro terzo album Contaminations (un nome, un programma!), uscito nel 2014 sotto Revalve Records. Abbiamo un lavoro molto difficile da ascoltare, ma che risulta di alto livello se si riesce a penetrarlo. Merito in primis delle grandi capacità degli anconetani dal punto di vista tecnico e da quello compositivo. Tuttavia, contribuiscono molto anche alcuni spunti di originalità, come ad esempio la voce di Paolo Tittarelli: è mutevole, ma spesso indugia su registri rabbiosi e sporchi, a volte vicini al metalcore. È qualcosa che si sente di rado nel progressive metal, come raramente nel genere sono presenti testi in italiano accostati a quelli in inglese, il che ovviamente è lodevole. Il risultato è un lavoro interessante, anche a dispetto di alcuni difetti, che ne abbassano un pochino il valore. Soprattutto, Contaminations soffre del problema tipico di tanti nei generi tecnici e progressivi: ogni tanto il gruppo perde il focus sulla canzone per la tecnica, e la musicalità ne risente. Rispetto a tanti altri però è un difetto meno spinto, che di sicuro non dà troppo fastidio alla resa dell’album, come leggerete nel corso della recensione.

Si parte da Intro, un preludio in realtà abbastanza diverso da quello classico: invece che elementi sinfonici o sonorità elettroniche, abbiamo un pezzo vicino al noise e al post-rock più d’avanguardia. È infatti una chitarra pesantemente distorta ed effettata la protagonista all’interno di un ambiente calmo ma al tempo stesso misterioso. Si tratta di un preludio strano ma in fondo non spiacevole. Si cambia però totalmente registro con Reborn Together, che mostra subito una norma aggressiva e potente, resa oscura dalle tastiere vagamente sinfoniche di Stefano Carloni. La struttura di base si divide tra momenti più vorticosi e cupi in cui Tittarelli sfodera un cantato urlato e graffiante, e frazioni più nei canoni del progressive metal, lievemente più aperte seppur una certa preoccupazione rimanga. Come da norma del genere, il brano è soggetto a notevoli variazioni, che la porta a volte su territori lugubri e dal vago retrogusto death, in altri momenti in scenari molto più tranquilli, ambient spaziale e quasi etereo, seppur un vago velo di oscurità sia sempre almeno sullo sfondo.  La parte che spicca di più è però quella sulla tre quarti, lenta e piena di pathos, grazie anche a un bell’assolo del chitarrista Luca Lampis. È uno dei tratti meglio riusciti di una buona canzone, che apre le danze a dovere. La successiva Una Piacevole Sorpresa è più calma della precedente: lo si vede sin dalle strofe, che nonostante ritmiche potenti e un Tittarelli ancora aggressivo sono lente e molto riflessive. L’effetto si accentua ancor di più nei lunghi bridge, abbastanza espressivi ma ancora obliqui e frenetici a livello ritmico, grazie al batterista Michele Baldi e al piano di Carloni. È però coi refrain veri e propri che si raggiunge l’apice: si tratta di passaggi lenti ed emotivamente carichi, quasi lancinanti, per merito della grazie prestazione del frontman e delle docili chitarre alle sue spalle. In ogni caso, la struttura è abbastanza lineare, e a parte qualche stacco più prog – come per esempio il bel finale – è piuttosto ligia alla classica forma-canzone. Non che sia un problema, comunque: abbiamo un pezzo molto valido, poco lontano dai picchi di Contaminations. Va però ancora meglio con The Shades, suite di media lunghezza che si avvia in maniera energica ma in qualche modo anche sognante, per merito dell’accoppiata chitarre potenti/carillon. Parte da qui una traccia in principio diretta e compatta, ma anche con un certo pathos, che ogni tanto prende il sopravvento. La situazione non è destinata a durare: presto prende vita un’evoluzione labirintica. Tra un tratto dilatato ed etereo, quasi psichedelico  e fughe lugubri con ritmiche groove metal corredate di sinistre orchestrazioni, passando per momenti di impostazione melodica power e per altri arrangiamenti ancora, il fluire del pezzo è in effetti difficile da seguire, nonostante la lentezza con cui cambia. Ogni passaggio è però scritto a meraviglia, e anche gli incastri funzionano bene tra loro, gli spigoli sono davvero pochi: il risultato è uno degli squilli assoluti dell’album!

È ora il turno un terzetto di canzoni accomunate a livello lirico ma molto diverse dal punto di vista musicale, intitolata semplicemente Trilogy. La prima di esse, My Black Hole, si rivela subito cupa, sin dal preludio con echi di campane, che dà il la a un pezzo possente e quasi orrorifico, per merito della solita accoppiata chitarre grasse/oscure orchestrazioni. La sua falsariga è piuttosto mutevole, con cambi improvvisi che la portano di volta in volta a passare per frazioni di coordinate metalcore, tratti più tecnici e passaggi ossessivi e martellanti. Se quasi tutte le sezioni sono di buon livello, stavolta l’atmosfera funziona poco: forse i Nefesh esagerano nel voler essere aggressivi e oscuri a tutti i costi, e il risultato sembra un po’ finto, macchinoso. Poco male, in fondo: abbiamo un brano piacevole, anche se è probabilmente il peggiore dell’intera trilogia. È tutt’altra storia con Figlio della Vita, delicata ballad retta tutta dal pianoforte di Carloni, in cui solo ogni tanto interviene la chitarra acustica – che prende il sopravvento solo nel finale. Si tratta di un pezzo scarno e basilare, ma che riesce a essere lo stesso efficace: merito delle belle melodie, della solita prestazione di Tittarelli e di qualche variazione di spicco, come per esempio il semplice assolo centrale di Lampis. Si tratta insomma di un pezzo lineare ma splendido, poco lontano dal meglio che l’album abbia da offrire. Tuttavia, va ancora meglio con My White Star, traccia divisa tra due anime radicalmente diverse, ma che si uniscono a meraviglia. La parte principale – considerabile quella dei chorus – è zuccherosa e sognante, puro metal melodico con anche un ceto appeal commerciale, grazie anche al testo in italiano e al vago velo di malinconia che la avvolge. Al contrario, le strofe sono taglienti e cupe, con ritmiche vicine al metalcore e il cantante che sfodera una prestazione rabbiosa, ben supportato dal tipico connubio chitarra/tastiera di marchio Nefesh, qui ancor più incisivo che altrove. A un certo punto, quest’ultima norma sembra quasi prendere il sopravvento, ma poi il brano si raddolcisce pian piano fino all’esplosione finale, ancor più solare e liberatoria che in precedenza. Abbiamo insomma il pezzo migliore della trilogia, uno dei punti più alti dell’intero Contaminations e anche la traccia che mette meglio in evidenza la bravura degli anconetani nel cambiare le carte in tavola senza sembrare forzati o artificiosi.

Dreams Beyond the Sky possiede un riffage nervoso, in cui echi thrash, groove e power metal si intrecciano più volte, per un risultato molto incisivo. È una norma di ottima potenza, ma purtroppo il gruppo non riesce a sfruttarla al meglio: colpa dei ritornelli, aperti e obliqui ma con una melodia che esplode poco e limita un po’ la resa del tutto. Non è in realtà un problema così castrante, in fondo la base funziona bene, anche per merito delle tante variazioni in cui il gruppo la guida, spesso più potenti  della versione iniziale. Ci sono tuttavia alcuni passaggi piatti e che non coinvolgono con la loro energia, abbassando la qualità del complesso. In generale, il risultato è un brano con buoni spunti, ma che alla fine dei giochi risulta solo discreto. Oltre Me, che segue, è molto lineare. Alterna infatti lunghe strofe piene di controtempi, nascosti però tra le pieghe di un’impostazione potente e diretta, e ritornelli elementari e scarni, che però sanno incidere a meraviglia. C’è poco altro da riferire per un pezzo molto breve e che rispetta la classica forma-canzone quasi alla lettera, il che però non è certo un problema. Tra la norma di base e le piccole cesellature che appaiono qua e là (come per esempio il romantico finale), il risultato è un episodio di tutto rispetto, a un pelo dai migliori di Contaminations. Quest’ultimo è ormai alla fine, e per l’occasione i Nefesh schierano After the End. Si tratta di una suite che dopo un intro dai toni fantasy, dato dal lead di Lampis incrociato con un florilegio di tastiere sinfoniche, prende il via con inediti toni evocativi, vicini a certo power epico. È un mood sottolineato da tanti particolari, dagli interventi del corno di Tittarelli al ritmo impostato da Baldi, incalzante e battagliero, fino a raggiungere il testo, addirittura di stampo viking all’inizio – anche se poi prende un’altra strada. Questa impostazione è la base da cui la traccia comincia a evolversi. All’inizio si tratta brevi aperture tranquille, ma presto si cambia binario: abbiamo allora una norma che guarda al power più malinconico. È una frazione che va avanti a lungo, prima di confluire in qualcosa di più ritmato e progressive, che rallenta la musica ma la rende paradossalmente più convulsa e intensa. Da qui momenti più intricati e altri più diretti e power cominciano ad alternarsi senza urgenza né cambi troppo repentini, ma l’atmosfera si fa comunque sempre più drammatica, fino a confluire in una coda espansa e tranquilla, con la voce di un bambino e un carillon, un finale decisamente enigmatico. Nel complesso, abbiamo un pezzo splendido, non solo adattissimo a mettere la parola fine all’album ma anche uno dei suoi picchi con The Shades e My White Star. La conclusione vera e propria è affidata però ad Outro, che ricalca le sonorità di Intro, anche se in maniera leggermente più densa. È un frammento che non aggiunge molto all’album, anche se prosegue con il mood misterioso della traccia precedente e di sicuro non è spiacevole.

Insomma, al netto di qualche pezzo sottotono e di alcuni difetti, Contaminations si rivela un buonissimo album, forse difficile da ascoltare ma che sa regalare grandi soddisfazioni se lo si assorbe. Dall’altro lato, c’è da dire che da un gruppo con il talento e la personalità dei Nefesh forse ci si potrebbe aspettare di più. Se però l’alternativa è ascoltare l’ennesima copia dei Dream Theater tutto tecnica e zero emozione, allora ben venga un lavoro del genere: se siete amanti del progressive metal, non lasciatevelo scappare!

Voto: 83/100


Mattia
Tracklist:
  1. Intro – 02:03
  2. Reborn Together – 06:20
  3. Una Piacevole Sorpresa – 04:20
  4. The Shades – 07:32
  5. My Black Hole (Trilogy part I) – 04:10
  6. Figlio della Vita (Trilogy part II) – 03:30
  7. My White Star (Trilogy part III) – 04:12
  8. Dreams Beyond the Sky – 04:16
  9. Oltre Me – 04:20
  10. After the End – 07:26
  11. Outro – 02:23
Durata totale: 50:32
Lineup:
  • Paolo Tittarelli – voce e corno
  • Luca Lampis – chitarre
  • Stefano Carloni – tastiera
  • Diego Brocani – basso
  • Michele Baldi – batteria
Genere: progressive metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Nefesh

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