Serpentcult – Weight of Light (2008)

Per chi ha fretta:
Nonostante l’altissima qualità della loro musica, i belgi Serpentcult non sono mai riusciti a sfondare, per colpa di una bella dose di sfortuna e di traversie. Eppure lo avrebbero meritato, come dimostra il grandioso full-lenght d’esordio Weight of Light (2008). Si tratta di un album eccellente sotto molti punti di vista, in primis lo stile: è un’originale mix tra doom oppressivo e groove potente, uniti in un connubio ben coeso. Questo sound beneficia di un perfetto equilibrio tra oscurità e potenza, entrambi molto intense, come di una registrazione splendida, con chitarre bassissime e di impatto assoluto. Il dettaglio più evidente è però la voce della cantante Michelle Nocon, pulita e leggermente sguaiata, che dà al tutto un tocco alienante e malato. Sommando tutti questi elementi abbiamo un lavoro che sfiora la perfezione: brani come Screams from the Deep, la title-track, Arkanum e Serpencult sono solo la punta dell’iceberg in una scaletta quasi perfetta, che ha in Templar l’unica lieve sbavatura. Concludendo, Weight of Light è un album tra i più belli usciti negli ultimi anni: se siete fan del doom o del groove metal vi è straconsigliato!

La recensione completa: 
Il metal – e in generale la musica – è un mondo spietato e poco meritocratico. Spesso essere capaci non basta: ci vuole anche molta fortuna per poter andare lontano. Chi non ne ha invece è destinato a rimanere nell’ombra, anche se la qualità della sua musica è eccezionale. È purtroppo il caso dei Serpentcult, band di Gand (o Gent), in Belgio: si tratta di un nome sconosciuto ai più, ma con all’attivo almeno un album memorabile, l’esordio Weight of Light. Nati dalle ceneri dei Thee Plague of Gentlemen nel 2006, la band dimostrò subito le idee chiare con l’EP Trident Nor Fire dell’anno successivo; passano ancora dodici mesi, e nel 2008 è la volta del primo full-lenght. Il genere affrontato in esso è un originale mix tra un doom oppressivo, a volte al limite con lo sludge, e un groove metal aggressivo e potente. Queste due anime si uniscono alla perfezione – tanto che spesso non si capisce dove finisce l’uno e comincia l’altro – e generano  un connubio al tempo stesso cupo ed energico. In effetti è un gran equilibrio a dominare l’album: ogni momento è oscuro al punto giusto e ogni riff è di grandiosa potenza. Ciò è possibile grazie anche a una registrazione di livello altissimo: il suono della chitarra è massiccio e basso ai massimi livelli, e il complesso riesce a essere al tempo stesso pulito e grezzo, un altro dei segreti di Weight of Light. Il particolare più originale nella musica dei Serpentcult è però la cantante Michelle Nocon. È una strana scelta, ma che funziona alla grande: la sua voce pulita e leggermente sguaiata dà infatti un tocco alienante e malato alla musica del gruppo, molto di più di quanto un growler o un cantante hardcore potrebbero fare. Sommando tutti questi elementi, abbiamo un album eccezionale sotto quasi tutti i punti di vista, che sfiora addirittura la perfezione!

Un breve intro di fuzz, poi la opener New World Order parte in maniera movimentata ed energica, groove metal ai massimi livelli che crea un vortice mastodontico e lugubre, quasi spaventoso. È una lunga cavalcata attraverso l’oscurità retta dal ritmo terremotante e pieno di cambi del batterista Frederik “Cozy” Cosemans, su cui il bassista Steven Van Cauwenbergh e il chitarrista Frédéric Caure si inventano un gran numero di variazioni. Il tutto è all’insegna di una cupezza soffocante: c’è spazio per un po’ di speranza solo negli stacchi con la voce della Nocon, più aperti ma sempre potenti e malsani. Sono momenti fantastici, adatti a far respirare una traccia che in questo modo è ancor più incisiva: abbiamo infatti una opener grandiosa, anche se il meglio deve ancora arrivare. Lo si vede fin da Screams from the Deep, più lenta ma nera come la notte e di gran potenza. Si tratta peraltro solo dell’intro: la falsariga vera e propria entra in scena più tardi, mostrandosi meno oppressiva e più dilatata, psichedelica. L’aura però è  sempre tenebrosa e squilibrata, grazie alla sua sequenza di riff, da K.O. assoluto, e alla prestazione della frontwoman, come  sempre sopra le righe. È la sezione centrale il meglio che il pezzo abbia da offrire, anche se il resto non è da meno: la parte iniziale è di gran effetto, e lo stesso vale per quella finale, che torna ad accelerare e si sposta di nuovo sul lato groove dei Serpentcult. È una conclusione turbinosa e potente, breve ma di grandissimo impatto, la quadratura di un cerchio perfetto, che spicca molto anche in un album di questo livello. La successiva Weight of Light ha un avvio al rallentatore, strisciante e claustrofobico, doom a tratti ai limiti col funeral e in altri frangenti vicino all’epic, anche se sempre con velo lugubre. È una norma che avanza per metà canzone, ma senza annoiare: merito dei tanti particolari piazzati al punto giusto, come i passaggi resi dissonanti dalla Nocon o le variazioni che spuntano qua e là. Ancor più interessante è la seconda metà, che riprende i temi musicali della prima ma si pone leggermente più dinamica, accentuandone ancor di più il mood opprimente. La progressione porta il tutto ad accelerare sempre di più, fino a un breve finale potentissimo e vorticoso. Il risultato è un pezzo anche abbastanza semplice, ma di grande impatto, appena sotto al meglio dell’album a cui dà il nome.

Awaken the Kraken è una breve strumentale che ripete ossessivamente lo stesso tema, anche se con alcune differenze. Si scambiano più volte momenti lievi e striscianti, in cui è il basso di Van Cauwenbergh a mettersi in mostra, e tratti esuberanti e distruttivi, non troppo veloci ma con l’impatto di una schiacciasassi. Il tutto è all’insegna di una cupezza estrema che incide ancora a meraviglia: seppur sia quasi più un intro per il brano successivo, abbiamo comunque un brano di tutto rispetto. A ruota giunge quindi Arkanum, traccia dotata di un inizio monolitico: siamo infatti vicini al drone, con la sola chitarra di Caure in scena, potente e accompagnata da un gran numero di fuzz e ronzii. Parte da qui una evoluzione travolgente: in principio è lento e mastodontico, con chitarre grasse in bella vista e una lieve venatura solenne, che rende il tutto ancor più massiccio senza infastidire l’ambiente lugubre che si crea. Man mano inoltre il tutto cresce sempre più in potenza, oscurità e velocità, fino a trasformarsi in qualcosa di distruttivo e travolgente, quasi stordente per impatto. Se il ritmo non sale mai a limiti estremi, poco importa: il muro sonoro che si crea è comunque da brividi e coinvolgente ai massimi livelli. Tra le dissonanze di Caure e la voce urlata della Nocon, che finalmente rientra in scena dopo una lunga assenza, abbiamo un momento di pura estasi metallica, degna chiusura di un brano meraviglioso, uno dei picchi assoluti del disco. Giunge quindi Red Dawn: si avvia sotto la spinta di Cosemans, che si mette in mostra brevemente prima di entrare nel vivo in maniera labirintica, stavolta rapida e più spostata sul lato groove dei Serpentcult. In scena c’è sempre una certa urgenza, che porta la norma a cambiare faccia repentinamente, passando con disinvoltura da passaggi vicini al metal classico ad altri sludgy, lenti e oppressivi, con in mezzo tanto altro. Nonostante questo però il complesso risulta unitario, almeno fino alla parte finale, che invece accelera e si pone ancor più obliqua e strana, ma con grande potenza. Abbiamo un brano che pur non essendo tra i più belli del disco si rivela di livello stratosferico.

Templar in principio è movimentata e quasi stordente, visto il riff zigzagante e la frenesia della base ritmica al di sotto. È però solo l’avvio, presto la musica si fa più riflessiva: senza perdere di potenza, abbiamo infatti una falsariga più oscura e d’atmosfera, oltre che pesante e torva come sempre, specie nei momenti più lenti. Per questo, essi funzionano abbastanza bene, ma quelli più veloci incidono meno, con il loro riffage di influenza punk, molto dissonante e bizzarro. Anche la struttura stavolta sembra non funzionare come altrove, con tanti bei momenti ma anche qualche spigolo in alcuni dei passaggi. Ne risulta perciò l’unica lieve sbavatura dell’album, che forse gli toglie la possibilità di raggiungere la perfezione. Tuttavia, si tratta lo stesso un brano ottimo, e in un disco medio sarebbe tra i picchi assoluti. In ogni caso, non è un gran problema: prima che questo viaggio oscuro termini, l’album si ritira su alla grande con la conclusiva Serpentcult. Abbiamo un episodio tranquillo e caldo, con una falsariga potente ma molto più melodica che in passato. A questo contribuiscono sia le chitarre, che fluiscono in maniera quasi placida, sia la voce della Nocon, contenuta e melodiosa. Questa situazione però non dura a lungo: pian piano si insinuano infatti venature groove maschie e tenebrose. All’inizio si tratta di brevi stacchi, ma poi questa norma prende il sopravvento. Abbiamo allora una seconda metà che ripete ossessivamente lo stesso riff, seppur con dei cambi di dinamiche: a volte infatti il paesaggio si apre, per sezioni eteree e striscianti, mentre in altri momenti è un’energia di pura distruzione a dominare. Per il resto si tratta di una lunga parte ripetitiva, ma mai noiosa: merito del riff, di gran potenza, ma in parte anche delle tante variazioni che si aprono qua e là. È una sezione che sfoga la sua potenza in breve, prima di cominciare a disintegrarsi in qualcosa di psichedelico, tra echi e rumori vari che dopo un po’ rendono il tutto distorto e psichedelico, insalubre. È un finale particolare ma grandioso per una traccia che lo è altrettanto: abbiamo infatti il brano in assoluto migliore dell’album che chiude con Screams from the Deep e Arkanum!

Che dire ancora? Weight of Light è un album che sfiora la perfezione, quarantacinque minuti di viaggio oscuro e potente con centinaia di passaggi rilevanti e tanti pezzi memorabili. Purtroppo, la sua magia non si ripeterà: un paio di anni dopo l’uscita dell’album, Michelle Nocon abbandonerà la band, e dopo il valido ma meno particolare Raised by Wolves (2011), i Serpentcult spariranno nel nulla. È un vero peccato, in fondo, ma questo non deve distogliervi dal prendere in considerazione quest’album. Se siete fan del doom più opprimente o del groove e cercate qualcosa che vi faccia saltare sulla sedia, questo è uno degli album più interessanti degli ultimi anni. Recuperatelo a tutti i costi: troverete un gioiello sconosciuto ai più ma estremamente brillante!

Voto: 99/100


Mattia
Tracklist:
  1. New World Order – 04:18
  2. Screams from the Deep – 05:12
  3. Weight of Light – 05:08
  4. Awaken the Kraken – 03:00
  5. Arkanum – 05:39
  6. Red Dawn – 08:43
  7. Templar – 04:51
  8. Serpentcult – 08:04
Durata totale: 44:55
Lineup:
  • Michelle Nocon – voce
  • Frédéric Caure – chitarra
  • Steven Van Cauwenbergh – basso
  • Frederik “Cozy” Cosemans – batteria
Genere: doom/groove metal

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