Mist of Misery – Absence (2016)

Per chi ha fretta: 
Col loro primo full-lenght Absence (2016), gli svedesi Mist of Misery dimostrano che per suonare metal fresco non serve essere radicalmente innovativi, basta avere personalità. Il loro è un originale black metal calmo, melodico e con suggestioni depressive, a cui si unisce una componente sinfonica altrettanto tranquilla, il loro punto di forza più grande. Questi elementi sono tutti votati all’evocazione di atmosfere tristi e dimesse, che risultano avvolgenti ai massimi termini. Dall’altro lato, gli svedesi non sono esenti da difetti: l’album è lievemente inconsistente, con ben quattro interludi e tanti stacchi morbidi che lo rendono un po’ prolisso, e soffre anche di una leggera omogeneità. Non sono comunque pecche così castranti: in fondo i quarantatre minuti dell’album sono godibili, come dimostrano per esempio la title-track, Epitaph of Penitence e Mist of Misery. In conclusione, Absence si rivela un disco molto buono, adatto per gli amanti del black più melodico e intimista – anche se gli svedesi possono dare di più.

La recensione completa: 
Spesso si dice che il metal ormai da tempo non ha più molto da dire. È un’affermazione vera solo in parte: se di innovazioni totali, come quelle che hanno portato alla nascita dei vari generi, non se ne vedono più da oltre un decennio, i gruppi originali non sono poi così rari. Si tratta infatti di band che pur senza fare nulla di radicalmente nuovo riescono a rileggere in maniera inedita e personale il genere. Tra le tante uscite di questo tipo del 2016 va annoverato sicuramente Absence, primo vero full lenght degli svedesi Mist of Misery. Band proveniente da Stoccolma, è però molto lontana dai nomi storici della scena classica svedese, come Marduk, Dark Funeral e Dissection. Il loro è invece un black metal molto melodico che evoca tristezza e malinconia, a volte sfiorando suggestioni depressive (presenti anche nei testi) pur senza il nichilismo di questo genere. A questa base si unisce un’onnipresente componente sinfonica, anch’essa lontana dalla tradizione: non è mai pomposa né serve a sottolineare la cupezza del tutto, spesso anzi è lieve, intimista e tranquilla. È un dettaglio funzionale a sottolineare le atmosfere dimesse dei Mist of Misery, che ne vengono molto amplificate, e risulta per questo il loro punto di forza assoluto. Absence si rivela perciò un lavoro originale e incisivo, ma non è esente da difetti. Spicca su tutti una certa inconsistenza: su nove canzoni, solo cinque sono veri brani, il resto sono interludi più morbidi. Anche i pezzi veri e propri sono punteggiate da lunghi stacchi che fanno abbandonare loro il black: se spesso non è un problema, ogni tanto la musica ne viene appesantita e risulta prolissa. In più, Absence soffre un po’ di omogeneità: certi schemi melodici tendono infatti a ripetersi di tanto in tanto, anche se la situazione non è accentuata come in tanti dischi che escono al giorno d’oggi. Si tratta un gran numero di piccoli difetti, che impediscono ai Mist of Misery di raggiungere il livello di capolavoro, altrimenti a portata di mano. Anche così però Absence rimane un album rilevante, come leggerete tra poco.

Il preludio di rito, intitolato Melancholic Thoughts, è tranquillo e lieve, placida musica da camera che avanza lenta e omogenea per oltre tre minuti. L’atmosfera intimista e nostalgica che evoca è un’ottima porta d’ingresso per l’album, prima che giunga la opener vera e propria, Euthanasia. Anche quest’ultima entra nel vivo lentamente, con un ulteriore preludio sinfonico – che prosegue il discorso del preludio – lungo quasi due minuti, prima di entrare in scena come un pezzo black solido ma lento. Presto però gli svedesi cambiano binario, e la musica si fa più dura: spunta infatti una fuga in blast beat, resa più melodica dagli archi e dai cori sintetici di Mortuz Denatus, ma selvaggia. Anche il cuore del pezzo è piuttosto pestato ma non rapidissimo né troppo rabbioso, con addirittura vaghe inflessioni da metal classico. Per questo, nonostante elementi come lo scream di Mortuz la progressione che segue è riflessiva, quasi sognante, e tocca a tratti momenti quasi ottimisti, anche se con la solita malinconia di fondo. In ogni caso, è buono il lavoro dei Mist of Misery sulle varie sfumature e sugli elementi che si susseguono. Perciò, a dispetto di qualche momento morto abbiamo una opener di buon livello, con degli spunti ottimi. Un esordio molto morbido, con la sola tastiera in scena, quindi entra in scena Absence, brano con un velo di oscurità notevole. Per la prima parte la musica è più vicina al black classico che altrove nell’album, ma non è certo la ferocia a dominare: anche nei momenti più vorticosi, in cui Mortuz sfodera il blast beat, la componente melodica è ben presente. Di norma inoltre il brano è meno aggressivo: la norma principale è lenta, e sopra alla base della chitarra dominano orchestrazioni  corpose e avvolgenti. A un certo punto però tutto si spegne: la lunga frazione centrale perde tutta la densità precedente e si mostra soffice e calma, dominata dalle progressioni del pianoforte e delle tastiere sinfoniche. È un tratto adatto a riposare le orecchie e non risulta nemmeno prolisso: dura anzi il giusto, prima che il metal torni in scena. Abbiamo allora una coda all’insegna del black metal melodico, con il lead di Phlegathon in primo piano a disegnare melodie dolci e disperate, che ben si incrociano con il growl lancinante del frontman. È un momento davvero da brividi, il più bello di un pezzo di alto livello in ogni passaggio, appena sotto al meglio dell’album a cui dà il nome.

Final Departure si rivela un breve intermezzo in cui dominano i semplici arpeggi e fraseggi delle chitarre, elettrica pulita e acustica, su uno sfondo indistinto di effetti ambientali. Si tratta di un episodio molto semplice, che passa in fretta e risulta piacevole, pur non aggiungendo molto all’album. Un nuovo preludio sinfonico, stavolta anche più dimesso del solito, poi Epitaph of Penitence si avvia lenta e cadenzata. La sua base è un riff ossessivo e martellante senza però cercare troppo la potenza, che si intreccia con un lead di forte malinconia per un connubio di grande impatto emotivo. L’aura è infatti cupa e angosciosa, molto triste, e avvolge in ogni passaggio, dai brevi stacchi di sola musica sinfonica alle fughe in blast che si aprono di tanto in tanto. Il merito è principalmente dei fraseggi di base, che si ripetono simili lungo tutto il pezzo, ma senza annoiare, anzi. Il merito è delle tante variazioni sullo stesso tema, tutte vincenti (basta sentire per esempio il florilegio della chitarra di Phlegathon sulla tre quarti), e anche del contributo notevole delle tastiere orchestrali di Mortuz. Il risultato finale è un pezzo in fondo anche lineare ma sempre emozionante, di sicuro uno dei migliori dell’intero Absence! Giunti a questo punto, si evade per un attimo dalla tristezza con Wistful Twilight, nuovo intermezzo che stavolta si presenta tranquillo e accogliente, quasi allegro, grazie alle trame degli archi, delle tastiere e di lievi percussioni. Proprio grazie a questa diversità, abbiamo un episodio con alte potenzialità, che però non vengono sfruttate a pieno: per colpa della durata inferiore ai due minuti il complesso lascia poco, e sembra quasi essere incompleto.

Paragon of Perdition prende il via da un arpeggio di chitarra acustica, che lascia presagire un altro brano lento e dimesso. Ora però i Mist of Misery stupiscono: d’improvviso esplode una norma potente e oscura, addirittura blasfema a tratti, che ricorda da lontano i migliori Dimmu Borgir. Questa norma va avanti per poco, lasciando però il segno con la sua carica di rabbia e infelicità. Il suo spazio viene preso quindi da una nuova apertura sinfonica dalle suggestioni cupe e misteriose. A un certo punto però la quiete riprende il sopravvento con l’entrata in scena del pianoforte: è il preludio al ritorno del metal, stavolta tranquillo e nostalgico, senza quasi traccia della cattiveria precedente. La traccia va avanti così ancora per qualche minuto, prima di spegnersi nell’arpeggio già sentito all’inizio. Sembra tutto finito, ma dopo alcuni secondi di silenzio si riprende con un lungo interludio ambient. In principio si sentono solo i classici rumori d’ambiente (la campana di una chiesa, passi, il vento), ma poi entra in scena l’organo, vero protagonista del frammento prima di un outro che torna agli effetti precedenti. Si tratta di un finale un po’ lungo ma interessante, che non rovina troppo una canzone di qualità elevata. È ora il turno di Mist of Misery: il piano le dà il la, prima che parta come un mid tempo pieno di melodie lacrimevoli, che ricorda da lontano generi come il gothic e addirittura l’alternative rock (!), pur restando ancorato nel black metal. È questa la base di partenza per un viaggio che pian piano si evolve in una direzione più cupa e opprimente, senza tuttavia perdere troppo in sentimento, grazie ai lead di Phlegathon e alle onnipresenti orchestrazioni. Se non è mai troppo aggressiva, l’aura della parte centrale è pesante, per colpa dello scream e del drumming martellante di Mortuz, oltre che alle venature black classico presenti qua e là. Toccato un apice in fatto di vorticosità,il brano comincia a perdere di energia: è il preludio alla parte finale, che riprende la norma iniziale con ancor più pathos ed energia, un momento da brividi prima che un breve outro orchestrale metta fine alle danze. Nel complesso si tratta di un brano lineare ma splendido, il migliore del lotto con Epitaph of Penitence, oltre che un segno che gli svedesi fanno meglio quando puntano sulla semplicità! A questo punto, Absence è agli sgoccioli: c’è spazio solo per Serenity in Nothingness, outro strumentale in cui di nuovo si mescolano lievi orchestrazioni  e pianforte su uno sfondo di pioggia. Si tratta di un pezzo piacevole – forse il migliore in assoluto tra i quattro della scaletta – e anche per questo adatto come finale per questi quarantatre minuti.

Insomma, per colpa delle sue atmosfere Absence è un album molto intimo e difficile da penetrare, nonostante la semplicità a livello musicale. Se però si riesce a sfondarne le pareti, si scopre un album ottimo, che a dispetto dei già citati difetti sa essere convincente e molto incisivo. C’è da dire, d’altra parte, che i Mist of Misery potrebbero fare anche di meglio, vista l’originalità e la bravura dimostrate a tratti qui. In fondo però chi si accontenta gode: per questo, se le branche del black metal meno feroci e più profonde fanno per voi, troverete nell’esordio degli svedesi un lavoro adatto alle vostre esigenze!

Voto: 80/100

Mattia
 
Tracklist:

  1. Melancholic Thoughts – 03:15
  2. Euthanasia – 06:36
  3. Absence – 07:15
  4. Final Departure – 02:08
  5. Epitaph of Penitence – 06:00
  6. Wistful Twilight – 01:48
  7. Paragon of Perdition – 07:41
  8. Mist of Misery – 06:17
  9. Serenity in Nothingness – 02:28 
Durata totale: 43:28
Lineup:
  • Mortuz Denatus – voce, programming, batteria
  • Phlegathon – chitarra e basso
Genere: symphonic/black metal
Sottogenere: melodic black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Mist of Misery

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