My Haven My Cage – The Woods Are Burning (2016)

Per chi ha fretta:
The Woods Are Burning (2016), esordio della one-man band siciliana My Haven My Cage, è un album difficile da assorbire sotto molti punti di vista. Lo è in primis a causa del genere, un personale mix di heavy classico, thrash rabbioso e la schizofrenia del progressive più ardito, con in più tante altre piccole influenze. In più, il mastermind Mauro Cardillo può contare su una forte passione – mutuata probabilmente dal suo voler dare giustizia alle composizione degli Haven, sua vecchia band – e anche su ottime dosi tecniche. Dall’altro lato però l’album soffre di diversi problemi: il principale è il suono, sporchissimo e che valorizza poco la musica del gruppo. Il progetto soffre anche di qualche carenza a livello di songwriting e di una certa omogeneità tra le varie tracce. Sommando il tutto, abbiamo una lavoro limitato dai vari difetti ma interessante, specie con brani come l’umorale title-track, la dolce Could I, il bello stravolgimento di Running Free dei Maiden, la sofferta Unspoken e la diretta Kill the King. Concludendo, My Haven My Cage è un lavoro di livello discreto, che a dispetto dei suoi problemi è adatto agli amanti dell’originalità nel metal. 

La recensione completa:
Per la mia esperienza di recensore, posso dire che non tutti gli album sono uguali. Ci sono quelli che basta sentirli una dozzina di volte – o anche meno – per poter avere un quadro quasi definitivo, e quelli davvero impenetrabili, difficili da valutare anche dopo centinaia di ascolti. Ovviamente questi sono due casi limite: la maggior parte dei dischi ricade nella zona grigia compresa tra questi due estremi, che siano più spostati verso l’uno o verso l’altro. Ogni tanto però mi capitano album che mi mettono davvero in difficoltà, nonostante le ore spese per cercare di valutarli a dovere: è il caso di The Woods Are Burning, primo lavoro di My Haven My Cage. Si tratta di un progetto solista creato nel 2015 dal polistrumentista siciliano Mauro Cardillo con l’intenzione di recuperare e dare giustizia alle composizioni del suo gruppo precedente, gli Haven:  il tutto si è concretizzato in parte lo scorso sei luglio col suddetto full-lenght. Come già detto, è un lavoro molto arduo da assorbire e da comprendere, in primis per la grande complessità e varietà del suo stile. Quello di My Haven My Cage è un genere pieno di sfaccettature: da una parte c’è un heavy metal ispirato soprattutto alla NWOBHM e allo speed, dall’altro un thrash rabbioso con spunti tecnici. Il tutto è incasellato in strutture schizofreniche, con cambi di dinamiche e di atmosfere che guardano al progressive più ardito: per esempio, si passa spesso dall’aggressività alla delicatezza in maniera repentina. In più, sono presenti tante influenze: si va da black e death (che si ritrovano soprattutto nella voce di Cardillo, spesso in scream) al power, passando a volte persino per generi più alternativi. Tutto questo è unito dal mastermind in un miscuglio non solo originale, ma anche senza troppe forzature, risultando coeso e poco forzato: ne beneficia anche il fatto che Cardillo è un grande musicista, soprattutto alla chitarra. Il punto di forza maggiore della one-man band è però la passione, palpabile in tutto The Woods Are Burning: ovvio in fondo, altrimenti il mastermind avrebbe lasciato le sue vecchie canzoni a prendere polvere. Sono tutti elementi positivi, ma purtroppo la one-man band soffre anche di diverse pecche. La più evidente è la registrazione: risulta sporchissima a livello di scantinato, e non riesce a valorizzare a dovere i riff e le melodie dei My Haven My Cage. Inoltre il livello del songwriting è buono, ma non eccelso: ogni tanto il progetto mostra un po’ le corde, e in generale mancano quelle due-tre hit che avrebbero alzato di più la qualità. Infine, The Woods Are Burning soffre ogni tanto di una certa omogeneità: certi schemi e certe melodie tendono ad assomigliarsi qua e là lungo l’album, anche se non in modo drammatico. Sommando pregi e difetti, il risultato è un lavoro un po’ limitato nella sua resa, che poteva essere studiato un po’ meglio, ma interessante e per certi versi fresco, come leggerete.

Dopo un breve intro melodico si avvia Darkness, già da subito un buon manifesto della musica di My Haven My Cage. La prima lunga frazione è thrashy e potente, con una falsariga quadrata che a volte sale anche in velocità ed energia, lasciando spazio solo ogni tanto a qualche apertura in cui tornano le melodie del preludio. In principio sembra sulla stessa lunghezza d’onda anche la parte solistica centrale, ma poi il tutto si evolve pian piano verso un coefficiente di maggiore calma, accompagnata anche da un certo pathos. Seppur ogni tanto l’energia iniziale ritorni, questa seconda metà si rivela melodica e carica dal punto di vista emotivo: l’apice lo si raggiunge nel finale corale, bizzarro ma buono. In generale abbiamo un pezzo piuttosto valido, adatto come apertura per l’album. Si cambia totalmente binario per Full of Grace, traccia molto melodica: le strofe sono dominate dalle chitarre pulite, che accompagnano la sezione ritmica e la voce docile di Cardillo con tranquillità. Cambiano lievemente coordinate i ritornelli, più energici ma senza allontanarsi dal metal melodico: si rivelano infatti placidi e tranquilli, presentando tra l’altro una melodia di buona presa. Di fatto l’unico tratto movimentato della canzone è il vorticoso assolo centrale, in cui a volte tornano forti venature thrash e il cantato scream, che rendono l’ambiente aggressivo. Per il resto abbiamo una traccia melodica che avvolge discretamente, non splendida ma godibile. La successiva The Woods are Burning vive di repentini cambi d’umore: a tratti è molto aggressiva, mentre altrove diviene melodica e dolce di colpo. Appartengono alla prima norma le strofe, tempestose e aggressive, con al loro interno passaggi di puro thrash tecnico e melodie che più che addolcirla la rendono più sinistra. Cambiano verso in maniera radicale i ritornelli, tristi e intimisti, che sembrano quasi tratti da una ballata. Si tratta di due anime quasi antitetiche, ma Cardillo riesce a amalgamarle bene e a incidere a dovere. Degne di nota anche le frazioni delicate e di sapore progressive rock che si aprono al centro e poi nel malinconico finale, funzionali per rendere il tutto più particolare e vario. Sono buoni arricchimenti per un brano ottimo, uno dei punti più alti dell’album a cui dà il nome.

Con Crying si torna al lato più melodico del progetto My Haven My Cage: abbiamo infatti una semi-ballata tranquilla per lunghi tratti e avvolgente nella sua forte nostalgia. Vale più o meno lo stesso per i refrain, più potenti ma senza spezzare l’atmosfera generale: essi cercano, anzi, di essere ancor più sentiti. Il tentativo però è riuscito a metà: colpa non tanto della musica in sé, che è valida, quanto della registrazione, che qui dà fastidio più del solito: è sporchissima, gracchiante, e il risultato è un po’ cacofonico. Per il resto il brano è piuttosto lineare: la sua unica variazione è nella lunga frazione finale, che si riprende in potenza. Abbiamo allora un vortice di note maideniano corredata ogni tanto di qualche elemento più estremo ma senza lasciare mai da parte la melodia, che è anzi la protagonista in certi passaggi al limite con il power. Si tratta della parte migliore di un pezzo castrato dal suo problema, ma che nel complesso non è poi così male. È ora il turno di Could I, altra ballad stavolta senza il minimo elemento metal: per la sua corta durata è un pezzo dimesso e tranquillo, in cui si intrecciano gli arpeggi della chitarra pulita con un lieve riff di quella distorta. È una bella progressione strumentale, che solo alla fine vede il nuovo ingresso della voce, per una breve coda anche più malinconica del resto. C’è da dire che la posizione in cui è messa, dietro a un altro lento, forse non è l’ideale, e che la durata ridotta non è il massimo per renderla memorabile. Tuttavia, le melodie sono davvero belle: a dispetto di tutto, abbiamo un bell’episodio, appena sotto ai migliori di The Woods are Burning. Si torna quindi a correre con Running Free, cover del classico degli Iron Maiden con un testo cambiato per essere più aderente alle tematiche intimiste dell’album. Cardillo la rende più rapida e vorticosa, ma sono presenti anche melodie lacrimose assenti nell’originale a corredare le classiche armonie della band di Steve Harris, specie nei ritornelli. Il risultato finale è molto spiazzante, specie ai primi ascolti, ma non per questo  scadente. Si tratta anzi di una rilettura molto interessante, specie per chi – come me – apprezza molto di più le cover “stravolte” che quelle copiate nota per nota dall’originale.

Matthew Song si rivela da subito piuttosto peculiare, con una falsariga di base scomposta  e progressiva che regge chitarre soffici e la voce di Cardillo pulita sopra alla sezione ritmica. Presto però si aprono sfuriate di thrash metal potente e rabbioso, reso anche sinistro dalle melodie presenti, che prendono rapidamente il sopravvento. Se di norma le due anime sono separate, i ritornelli le riuniscono in qualcosa di bizzarro, al tempo stesso vorticoso e melodico. Stavolta però la fusione sembra un po’ forzata: essi risultano infatti i passaggi meno riusciti della traccia, carini ma senza emozionare troppo. Il resto invece è di livello buono, grazie anche a passaggi che lo valorizzano: citerei per esempio la solita sezione centrale, anche migliore del solito coi suoi cambi di dinamiche e le bellissime melodie della chitarra. È la ciliegina sulla torta di un pezzo che tutto sommato risulta di livello discreto. Unspoken, che segue, ripercorre sentieri già percorsi in precedenza, con strofe tranquille e potenti accelerazioni, il che aumenta la sensazione di già sentito. Nonostante questo il pezzo ha anche dei punti di forza, per esempio nei vortici di chitarra che si aprono nei tratti più d’impatto, aiutandola a creare un’aura lancinante e dolorosa. Questa è aiutata molto bene anche dal potente riffage e dallo scream di Cardillo, qui anche più estremo che altrove, per un notevole effetto di sofferenza. È ottima anche la solita sezione centrale tra il thrash tecnico e il progressive, che beneficia degli scambi tra momenti ritmici e solistici e anche di ottimi intrecci chitarra/basso. È un altro punto di forza per una canzone molto buona, poco distante dai picchi di The Woods Are Burning. Ormai quest’ultimo è agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per Kill the King, che stavolta mostra il lato più diretto dei My Haven My Cage. Persi per strada tutti gli abbellimenti e i tratti soffici di stampo prog, abbiamo un pezzo dinamico e potente, thrash metal di alto coefficiente tecnico con diversi cambi repentini e inaspettati. Momenti più lineari e massicci, come per esempio i ritornelli, si scambiano velocemente con passaggi  fulminanti e con altri più vorticosi e strani, a volte persino al limite con l’avant-garde per bizzarria. Il tutto è funzionale alla creazione di un forte impatto, che si sprigiona bene: merito non solo dei riff, ma anche delle onnipresenti melodie maideniane, che danno al tutto un mood minaccioso. In ogni caso, stavolta ogni arrangiamento è bene al suo posto, specie nelle lunghe frazioni strumentali. Abbiamo insomma il pezzo migliore in assoluto dell’album che chiude insieme alla title-track.

Come ho già detto all’inizio, The Woods Are Burning è un album molto difficile da valutare, vista la sua complessità. I difetti sono tanti e incisivi: credo per esempio che già con un sound all’altezza lo avrei apprezzato molto di più. Tuttavia, la sostanza e la passione ci sono: per questo, a dispetto di tutto ritengo che sia un album valido, di certo più di molti lavori derivativi o di maniera che escono ogni giorno. Insomma, anche se la mira è leggermente da correggere, il progetto My Haven My Cage mi sembra interessante e discretamente promettente. Perciò, se siete sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo e originale, il mio consiglio è di dargli una possibilità!

Voto: 70/100

Mattia

Tracklist:

  1. Darkness – 04:37
  2. Full of Grace – 04:54
  3. The Woods Are Burning – 04:46
  4. Crying – 06:35
  5. Could I – 02:28
  6. Running Free – 02:54
  7. Matthew Song – 06:34
  8. Unspoken – 05:38
  9. Kill the King – 06:38
Durata totale: 45:04

Lineup:

  • Mauro Cardillo – voce, tutti gli strumenti

Genere: heavy/thrash/progressive metal

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