Deep Purple – The Battle Rages On (1993)

Per chi ha fretta:
Al contrario di molti album nati in un clima di tensione, che risentono in qualità, The Battle Rages On… (1993) dei Deep Purple è un lavoro da non sottovalutare. Nonostante i litigi tra Ian Gillan e Ritchie Blackmore avvenuti subito dopo la seconda reunion della Mark II (che porteranno il chitarrista ad abbandonare il gruppo subito dopo in via definitiva), abbiamo infatti un lavoro fresco e di alto livello. Merito in primis della sua varietà, con uno stile che mescola diverse ere dell’hard rock e una scaletta variegata e piena di canzoni diverse tra loro, che non annoia mai. E se qualche brano meno bello è presente – per esempio la filler A Twist in the Tale – le varie hit come la tesa title-track, l’esotica Anya, la bluesy Ramshackle Man e la malinconica Solitaire compensano ampiamente. Per questo, pur non essendo tra i migliori della carriera dei Deep Purple, The Battle Rages On… si rivela lo stesso un album a un passo dal capolavoro, da ascoltare e possedere se si è fan dei britannici.

La recensione completa:
Tra le varie incarnazioni che i Deep Purple hanno avuto nel corso della loro carriera, la Mark II è di sicuro quella che ha reso meglio. Quasi tutte le canzoni più famose del gruppo sono state incise da questa lineup, che è di certo la prima a venire in mente quando si pensa agli inglesi. Un po’ assurdo, visto che in fondo questa formazione è sempre stata una polveriera pronta a esplodere, cosa accaduta più di una volta nel corso della storia. Come tutti sanno, la colpa è della storica inimicizia tra Ritchie Blackmore e Ian Gillan, che ha portato il secondo a un primo abbandono a metà degli anni settanta, e dopo la reunion un altro alla fine degli anni ottanta. Eppure, già qualche anno dopo il cantante venne richiamato al suo posto: sostituirlo con Joe Lynn Turner non aveva portato bene alla band, che col pur buono Slaves and Master (1990) aveva fatto flop. Così, il nuovo album venne concepito in un ambiente piuttosto teso, visto che la rivalità tra i due musicisti non era venuta meno ne breve periodo di separazione. A volte dischi nati in questi condizioni sono dei fallimenti assoluti, ma non è mai stato il caso della Mark II: quando, nel 1993, vide la luce The Battle Rages On… (un titolo alquanto eloquente), fu chiaro che i Deep Purple avevano fatto centro ancora una volta. Anche oggi, infatti, è un lavoro che suona fresco e ben fatto: il merito è principalmente della sua grande varietà. Il suo stile è particolare, mixa sonorità classiche direttamente dagli settanta con elementi più moderni in uno strano ibrido, che però funziona benissimo. Anche la scaletta è variopinta: ogni traccia ha caratteristiche peculiari e un’atmosfera diversa dai brani che ha attorno, il che aiuta a non annoiarsi mai. Soprattutto, con quest’album gli inglesi dimostrarono ancora una volta la loro classe: nelle loro mani anche un album non ispirato quanto il meglio della loro carriera può diventare grande. È proprio per questo che pur con qualche brano meno riuscito e qualche calo di tensione The Battle Rages On… sfiora il capolavoro e di sicuro merita un posto nella discografia di un gruppo importante come i Deep Purple!

Le danze cominciano da The Battle Rages On, una canzone molto atipica per i Deep Purple. Sin dal breve intro orchestrale a dominare è un’atmosfera cupa e tesa, vicina più al metal che all’hard rock tradizionale. Vale lo stesso anche per i giri energici della chitarra di Blackmore, che punteggiano le strofe e ne accentuano le suggestioni: sono malinconici e con un gran pathos, grazie alle tastiere del compianto Jon Lord e alla sofferta voce di Gillan. Si cambia lievemente strada ritornelli, che perdono molto di potenza – le ritmiche che li reggono sono vicine al funk – ma risultano anche più nervosi e oppressivi del resto. Chiudono il cerchio un buon numero di sprazzi strumentali di alto livello, su cui svetta la parte centrale, che vede il chitarrista e l’organista dei Deep Purple mettersi in mostra come ai vecchi tempi. È la ciliegina sulla torta di una traccia particolare ma splendida, che apre l’album col botto. Con la successiva Lick It Up si torna a qualcosa di più classico: abbiamo un pezzo allegro, che fa della semplicità la sua forza. La struttura scambia strofe leggere e disimpegnate con brevi bridge che introducono ritornelli più potenti e sensuali, il tutto impostato in scioltezza e senza spigoli. Non c’è molto altro da dire: nel pezzo c’è spazio solo per qualche arrangiamento strumentale qua e là, che arricchisce la struttura. Di fatto abbiamo un brano davvero elementare ma molto godibile, non lontano dal meglio che The Battle Rages On… abbia da offrire. È ora il turno di Anya, che prende il via da preludio di chitarra acustica vicino al flamenco, con un gusto esotico che poi viene accentuato anche di più dal clavicembalo di Lord. La stessa atmosfera è ben presente quando entra nel vivo una norma dinamica e seriosa, dotato di un tema musicale iconico che torna più volte nel suo corso. Ciò succede in particolare nei refrain, che con l’intreccio tra varie melodie nostalgiche risultano splendidi, oltre che molto catchy. Strofe e bridge però non sono da meno, più dirette e semplice ma che l’organo di Lord, la chitarra di Blackmore e il basso di Roger Glover rendono incalzanti e fascinose. Contribuiscono alla buona riuscita del brano un’altra frazione centrale di alta qualità e un gran numero di piccole variazioni, quasi invisibili se non si fa attenzione ma importantissime per rendere la canzone mai noiosa. È anche per questo che il risultato finale è magnifico, uno dei punti più alti del disco,forse degno addirittura di essere incluso tra i più grandi pezzi nella storia dei Deep Purple.

Con Talk About Love si torna a un’atmosfera leggera e giocosa, che guarda all’hard rock anni ottanta, nonostante le onnipresenti venature bluesy. Esse sono presenti in molte trame di chitarra che appaiono nei tanti momenti strumentali e nei ritornelli, i passaggi più densi e vorticosi del pezzo, oltre che cantabili e catturanti grazie ai cori che accompagnano Gillan. Meno appariscenti sono le strofe, che risultano però piacevoli e adatte a incastrarsi col resto del pezzo. Il risultato della somma di questi elementi è una traccia semplice ma godibile al punto giusto, anche se non tra le più in vista del lotto. Il disco cambia quindi volto di nuovo con Time to Kill, in cui i britannici si impegnano in qualcosa di vicino all’hard rock melodico. Si tratta infatti di un pezzo tranquillo e con un velo di malinconia che avvolge ogni passaggio, specialmente nei ritornelli, intimisti grazie all’ennesima melodia azzeccata dal frontman, accompagnato anche stavolta da lievi cori. Essa è però presente anche nelle strofe, leggermente più tese ed energiche, ma che non salgono mai troppo in potenza, preferendo mostrarsi dimesse. L’ennesimo grande assolo di Blackmore fa il resto: abbiamo un brano di nuovo semplice dal punto di vista musicale, ma molto incisivo da quello emotivo, che lo fa brillare appena al di sotto dei pezzi migliori di The Battle Rages On…. La seguente Ramshackle Man si rivela da subito un movimentato brano hard blues, che sullo shuffle incalzante impostato da Ian Paice si evolve con rapidità. La struttura alterna momenti lievi con il piano vintage di Lord e l’armonica, mentre la chitarra è protagonista solo di brevi incursioni, e passaggi più potenti e densi, in cui è invece il riffage di Blackmore a imporsi a livello ritmico, spesso sotto a Gillan, autore qui di un’altra bellissima prestazione vocale. Stavolta inoltre gli inglesi non lesinano in variazioni, che rendono la traccia più vicina a un flusso musicale da jam che alla classica forma-canzone. Poco male, comunque: ogni arrangiamento funziona benissimo, e contribuisce a creare un’altra delle hit assolute dell’album!

A Twist in the Tale è un up-tempo vorticoso, che per certi versi ricorda l’heavy e lo speed metal, nonostante ritmiche più distese e hard rock. Su questa base, si incolonnano velocemente strofe dirette e  chorus vorticanti, nervosi. L’energia sprigionata da questa impostazione è abbastanza buona, ma purtroppo entrambe le parti – e in special modo i secondi – stavolta sono un po’ insipidi. In generale nessuna delle melodie esplode, a volte anzi il tutto appare moscio, come dimostra bene il finale. L’unica frazione godibile è quella centrale, bizzarra e obliqua; per il resto però abbiamo un riempitivo bruttino, per fortuna l’unico all’interno di The Battle Rages On…. A questo punto l’album si riprende subito con Nasty Piece of Work, traccia crepuscolare e strisciante ma non troppo cupa, possedendo anzi una certa sensualità. Il merito è soprattutto dal giro vagamente sinistro dell’organo di Lord, che pur con alcune variazioni regge sia le strofe, lontane ed echeggiate, sia i chorus, più densi e diretti. C’è spazio per un po’ di melodia e di tranquillità in alcuni stacchi, ma di norma sono brevi. Merita una menzione anche la frazione centrale, in cui oltre all’organista si mette in mostra anche Gillan, per un effetto ottimo. È il coronamento di un altro brano che per qualità ha poco da invidiare al meglio della scaletta.  Si cambia ancora verso con Solitaire, una sorta di ballata in cui però l’elettricità non cala mai troppo. Per lunghi tratti a fare la parte del leone sono i tristi giri di Blackmore, su una base placida ma densa. Anche le strofe, più morbide e vuote, hanno una certa tensione, che le rende quasi oscure. L’atmosfera a un certo punto comincia a evolversi: il pathos si accentua sempre di più insieme alla potenza delle ritmiche, finché coi chorus tutto si scioglie. Abbiamo allora un momento davvero liberatorio e potente, da brividi, che colpisce forte con la sua lancinante tristezza. Ancora una volta, c’è poco altro da riferire, a parte un paio di ottimi assoli di Lord, ma in fondo va bene così: anche la semplicità contribuisce alla bellezza di questo grande pezzo, l’ultimo tra le hit di The Battle Rages On. Quest’ultimo è ormai agli sgoccioli: c’è spazio solo per One Man’s Meat, pezzo di tradizionale hard rock rutilante e solare. La struttura è più che tipica, con le strofe più espanse e d’attesa che sfociano in ritornelli lievemente più heavy e divertenti. L’alternanza è abbastanza scarna, c’è giusto spazio per qualche passaggio di potenza di Blackmore, come per esempio l’assolo centrale. Per il resto abbiamo un brano davvero elementare ma molto piacevole: non sarà tra il meglio che l’album ha da offrire, ma come chiusura non sfigura, anzi!

The Batte Rages On… non è solo un ottimo album, pieno di belle canzoni e con pochi momenti morti. È anche l’ultimo capitolo della Mark II finora (e della storia, visto che una nuova reunion è altamente improbabile), visto che Blackmore abbandonerà il gruppo proprio nel suo tour di supporto. A prescindere di quella che è stata la storia e i suoi retroscena, però, una cosa è certa: se siete fan dei Deep Purple, questo è un capitolo che non dovrebbe mancarvi. È vero, non è al livello dei loro capolavori più grandi, ma questo in fondo vuol dire poco: è uno splendido esempio di hard rock come dovrebbe sempre essere, quindi il mio consiglio è di non sottovalutarlo!

Voto: 88/100

Mattia
Tracklist:
  1. The Battle Rages On – 05:48
  2. Lick It Up – 03:50
  3. Anya – 06:28
  4. Talk About Love – 04:05
  5. Time to Kill – 05:44
  6. Ramshackle Man – 05:32
  7. A Twist in the Tale – 04:12
  8. Nasty Piece of Work – 04:34
  9. Solitaire – 04:35
  10. One Man’s Meat – 04:38
Durata totale: 49:26
Lineup:

  • Ian Gillan – voce
  • Ritchie Blackmore – chitarra
  • Jon Lord – organo e tastiere
  • Roger Glover – basso
  • Ian Paice – batteria
Genere: hard rock
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Deep Purple

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