Eternal Delyria – Letting Go of Humanity (2016)

La recensione completa:
Con il loro full d’esordio Letting Go of Humanity (2016), i ticinesi Eternal Delyria si accodano all’ultima tendenza del metal, quello della contaminazione. Il loro è un death metal melodico molto vario e con tantissime influenze, che vanno dal metal sinfonico al black, passando per tanto altro. Il tutto viene mescolato in tracce complesse e con un buon gusto melodico, che si riscontra soprattutto nella tastiera di Claudio Esposito, più protagonista rispetto ad altri gruppi del genere. Dall’altro lato, gli svizzeri si rivelano un po’ acerbi: ciò si esplica principalmente in una certa omogeneità, con idee che tendono ogni tanto a ripetersi. La scaletta è uniforme anche in qualità: quasi tutti i brani sono livellati su un livello discreto, e solo Faith Misplaced, Chasing Shadows e Plagued riescono a spiccare. La somma di tutti questi elementi fa si che Letting Go of Humanity sia un album non eccezionale ma piacevole, consigliato ai fan del melodeath, anche se gli Eternal Delyria devono ancora crescere un po’. 

La recensione completa:
Da quando è tramontata ogni possibilità di inventare nuovi stili, la tendenza assoluta del metal attuale è la contaminazione. Non stupisce, del resto: per avere una propria personalità ed evitare di suonare derivativi il modo più facile è creare un mix inedito tra vari elementi. È una lezione che tanti gruppi giovani hanno fatto propria, e gli Eternal Delyria non fanno eccezione. Nati nel Canton Ticino nel 2011, hanno pubblicato il primo EP di rito, Delirium, tre anni più tardi. Risale invece allo scorso giugno l’esordio sulla lunga distanza, Letting Go of Humanity, in cui gli svizzeri mostrano uno stile personale. Di base è un death metal melodico molto variegato, con un range di influenze che vanno dal primo Gothenburg Sound alle branche più moderne del genere. Tuttavia, gli Eternal Delyria non si fermano qui: per rendere il proprio suono meno prevedibile inglobano una gran quantità di influssi, che vanno dal power estremo al metalcore, dal metal sinfonico e neoclassico fino ad arrivare addirittura al black. Il tutto viene mescolato in canzoni spesso più complesse della norma del melodeath, il che contribuisce bene alla riuscita di Letting Go of Humanity. Lo spunto di originalità maggiore degli svizzeri, nonché uno dei loro punti di forza assoluti, è però la tastiera di Claudio Esposito, molto più protagonista che in altri gruppi simili con le sue partiture, spesso di qualità. Si tratta di un altro dettaglio ben riuscito di un album che però dall’altro lato è tutt’altro che perfetto. Letting Go of Humanity soffre soprattutto di una forte omogeneità, non solo tra i pezzi ma anche per quanto riguarda la qualità. Seppur spesso certi schemi melodici tendano a ripetersi, la qualità media della scaletta è più che discreta. Tuttavia, solo un paio di brani sono davvero eccezionali: gli altri sono abbastanza livellati, e non consentono al disco di fare quel passo in più verso un livello superiore. Inoltre gli Eternal Delyria suonano a volte poco espressivi o troppo sui generis: nel complesso il gruppo sembra ancora lievemente acerbo, e nonostante le idee chiare c’è ancora un po’ da crescere. Sommando tutti questi elementi, Letting Go of Humanity risulta un album non eccezionale, ma con dalla sua diversi elementi di interesse.

Come dice il nome stesso, Praeludium è il più classico degli intro orchestrali, con sonorità vagamente cupe e un senso d’attesa notevole. Tutto sommato è una buona porta d’accesso per l’album, prima che A Heavy Heart at Sundown entri in scena. Si tratta di un brano crepuscolare e vorticoso, con lunghi tratti dominati da melodie circolari delle chitarre e della tastiera di Esposito, spesso dal flavour orchestrale. L’evoluzione è tortuosa, a volte quasi spiazzante, e porta la traccia attraverso un gran numero di variazioni. Alcune di esse sono lodevoli per potenza grazie ai chitarristi Fausto Boscari e Nicola Leoni, mentre in altri è il tastierista mettersi in mostra con belle partiture. Il momento apice di questa tendenza è la frazione strumentale posta circa a metà, con una bella serie di assoli. Se tutto ciò è positivo, ogni tanto alcuni passaggi più obliqui funzionano meno, risultando prevedibili e con melodie poco efficaci. Sono passaggi che diminuiscono la qualità generale, ma non troppo: il risultato finale è più che discreto. È però tutt’altra storia con Faith Misplaced, sin da subito oscura e celestiale, grazie all’ottimo intreccio tra la tastiera e un riffage basso e possente. Le sensazioni eteree e cupe si conservano in tutta la canzone, nonostante essa tenda a evolversi molto. La struttura è divisa tra momenti puramente death, potenti e a volte davvero estremi, e tratti più arcani e melodici, in cui il solito Esposito mostra i muscoli. Questi ultimi punteggiano la struttura qua e là, e aiutano molto a dare il giusto respiro al pezzo, oltre a essere estremamente efficaci a livello di atmosfera. Tuttavia, gli Eternal Delyria danno il massimo quando sono più graffianti: lo dimostra per esempio la frazione centrale, in cui svoltano addirittura verso il brutal, con ritmiche abissali e Alexander Lutz che passa al grunt. Il meglio è però la martellante progressione finale, che raccoglie e unisce il buono già sentito nelle due anime del pezzo e crea un ambiente nero e avvolgente, davvero da brividi. È il momento migliore di un episodio in cui ogni particolare è ben riuscito: abbiamo infatti uno dei picchi assoluti di Letting Go of Humanity!

Growing Roots parte da un lunghissimo intro, prima col solo pianoforte, a cui poi si aggiunge una componente lenta e sinistra, che guarda molto al black metal. Sembra quasi che si debba proseguire così a lungo quando arriva una svolta: abbiamo allora un pezzo di melodeath rapido e vorticoso, ma non privo di melodie, anzi. Se ogni tanto il riffage viene lasciato libero di sprigionare il suo impatto, più spesso a prendersi la scena sono i fraseggi delle chitarre e della tastiera, in un vortice di note che evoca un buon pathos. Esso è il protagonista anche di molti dei rallentamenti strumentali che spuntano qua e là, pure più intensi del resto. Ogni tanto compaiono però frazioni di buona aggressività, che aiutano il brano a non essere prevedibile o troppo fiacco. Se tutto ciò è positivo, c’è qualche momento che nella progressione stona un pochino: citerei per esempio il tratto corale/orchestrale al centro, che spezza molto il dinamismo e l’aura del resto, apparendo quasi più adatto ai Nightwish che agli Eternal Delyria. Vale più o meno per il finale, lungo e ossessivo col pianoforte e le orchestrazioni da soli in scena.  Sono piccole sbavature, che non  pregiudicano  la buona riuscita di un pezzo buono, ma si poteva fare di meglio. È ora il turno di Eradication of Solitude and Despair, il cui organo iniziale può sembrare quasi orrorifico; facendo più attenzione ci si accorge però che punta maggiormente sulla malinconia, forte fin da questo inizio. Essa si accentua anche di più quando la traccia entra nel vivo, con un altissimo coefficiente melodico. In principio l’aggressività è bassa, ma poi si rafforza, senza tuttavia scalfire il sentimento, ben presente anche nei tratti più scarni e feroci. L’apice viene però raggiunto nei tanti momenti di stampo melodico: che si tratti di lievi aperture con le sole chitarre in vista o passaggi di melodeath potente ma espressivo, è sempre la vena emotiva al centro dell’attenzione. In ogni caso, lodevole è la prestazione della coppia Boscari/Leoni, che insieme al solito Esposito creano intrecci davvero ottimi. È il segreto di un pezzo molto buono, che guarda ai migliori dell’album da non troppo lontano.

Come Praeludium, anche Interludium ha un titolo che dice già tutto: si tratta infatti di un intermezzo senza traccia di metal. A rincorrersi sono invece la chitarra pulita, le orchestrazioni e il pianoforte: ciascuno di essi a turno si prende la scena, per poi lasciarla ad altri e ritirarsi sullo sfondo. Nonostante il gioco di dinamiche e il variare degli effetti ambientali che spuntano qua e là, il tutto risulta ripetitivo e monotono, anche visti i quasi cinque minuti di durata. Di fatto i suoi punti interessanti sono le piccole mutazioni del pianoforte, specie nel finale, e l’assolo sulla tre quarti, per il resto abbiamo poco più che un riempitivo. Per fortuna ora gli Eternal Delyria piazzano Chasing Shadows, che dopo un breve preludio sinfonico parte come un brano diretto e potente. Gli svizzeri mostrano qui il loro lato più black: esso è infatti presente sia nei tratti più lenti e sinistri, sia nelle fughe che compaiono di tanto in tanto, sia nei brevi stacchi di vago appeal metalcore che sbucano a volte. Non che manchi però il death: il riffage spesso è potente e contribuisce a rendere l’ambiente più cupo; vale lo stesso per Lutz, che con i frequenti cambi da scream a growl arricchisce la varietà della musica. Il tutto è inoltre reso più oppressivo e pesante dalle onnipresenti tastiere di Esposito, spesso di marca sinfonica, che fanno sembrare la canzone quasi una versione death dei migliori Dimmu Borgir. Il paragone è calzante anche per la notevole accessibilità del pezzo rispetto agli altri: abbiamo infatti l’ideale singolo di Letting Go of Humanity, oltre che un lavoro di altissimo livello in ogni passaggio. La seguente Regrets si rivela meno tesa e più melodica della precedente: la sua base è dominata da un lead di chitarra circolare ma malinconico e quasi sognante. È una base a cui il pezzo ritorna dopo aver attraversato diverse variazioni – spesso tastiera e chitarra si scambiano, oppure i ritmi calano. Tra una parte e l’altra trovano spazio passaggi più potenti: a volte si tratta di sfuriate death energiche e distruttive, in altri casi sono fughe poco penetranti ma oscure e di nuovo con venature black. C’è spazio anche per frazioni che uniscono le suggestioni delle due parti, mostrandosi come pezzi di melodeath teso con un certo pathos e tante belle armonie. In ogni caso, la struttura è complessa e segue sentieri poco prevedibili, il che stavolta è un pregio: ogni momento è impostato almeno in maniera discreta, e nulla stona davvero. Pur non essendo uno dei picchi dell’album, abbiamo insomma un brano di livello piuttosto elevato.

Self-Destruction ha un intro crepuscolare e misterioso, che entra nel vivo con lentezza, fino a trasformarsi in qualcosa di più rutilante ed estroverso. Parte da qui una progressione perfino più varia che in precedenza, che va da frazioni schiacciasassi con vaghe venature thrash ad altre molto melodici e infelici, passando per tratti lugubri grazie a giri orchestrali obliqui e a veloci stacchi d puro melodeath. Di norma tutti questi elementi funzionano in maniera discreta, ma alcuni cambi repentini sembrano un po’ artificiosi. In particolare alcuni passaggi, specie quelli più sinistri, appaiono inseriti un po’ a forza nella struttura, che altrimenti ha quel pizzico etereo mostrato già altrove dagli Eternal Delyria e un bel pathos. Il risultato di tutto ciò è un pezzo che fluisce in maniera piacevole, ma non impressiona più di tanto. A questo punto, Letting Go of Humanity è ormai alle sue ultime battute. Il compito di chiudere le danze viene affidato a Plagued, che si apre con un impressionante florilegio di chitarre, vicino al metal neoclassico, prima di entrare nel vivo come un mid tempo potente, ma con un velo di ricercatezza. Quest’ultimo è ascoltabile non solo nelle solite orchestrazioni di Esposito ma anche nei fraseggi di chitarra, qui più eleganti che in passato. A contare in questo senso è anche una certa mancanza di aggressività: nonostante le ritmiche non siano mai mosce e ogni tanto si apra qualche stacco nervoso e potente, di norma la traccia si mostra placida e tranquilla. Non è un problema, anzi: le melodie incidono molto bene, creando un’aura lontana, quasi spaziale, e al tempo stesso calda e accogliente. In ogni caso, merita una citazione anche la lunga sezione finale, che dopo uno stacco di sola musica sinfonica torna in scena con un lungo assolo, lento ed emozionante al punto giusto. Si tratta del vero finale di una traccia che poco dopo si spegne in un outro leggero e quasi ambient, l’ultima piacevole pennellata al disco. Nel complesso abbiamo un pezzo ottimo, il migliore del lotto insieme a Faith Misplaced e Chasing Shadows.

In conclusioni, Letting Go of Humanity si rivela una buona prova d’esordio, che mette in mostra una band giovane ma già con le idee chiare. Forse non sarà l’album che rivoluzionerà il mondo del death metal melodico, e di sicuro gli Eternal Delyria possono crescere molto e fare di meglio in futuro, grazie all’originalità e alle capacità che hanno dalla loro. I semi già piantati però sono abbastanza buoni: se siete fanatici del melodeath, fareste bene a dare a questo disco almeno una possibilità.

Voto: 74/100

Mattia
Tracklist:

  1. Praeludium – 01:35
  2. A Heavy Heart at Sundown – 04:29
  3. Faith Misplaced – 05:21
  4. Growing Roots – 06:03
  5. Eradication of Solitude and Despair – 05:15
  6. Interludium – 04:50
  7. Chasing Shadows – 04:49
  8. Regrets – 04:47
  9. Self-Destruction – 05:29
  10. Plagued – 06:12
Durata totale: 48:50
Lineup:

  • Alexander Lutz – voce
  • Fausto Boscari – chitarra
  • Nicola Leoni – chitarra
  • Claudio Esposito – tastiera
  • Thimothi Scandella – basso
  • Alex Ruberto – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: melodic death metal

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