Death Angel – Act III (1990)

Per chi ha fretta:
Nonostante abbia diviso i fan della band, a un ascolto attento Act III (1990), terzo album dei Death Angel, è un lavoro rilevante. Se è vero che il gruppo perde un po’ dell’impatto dei dischi precedenti, le varie influenze nel loro speed thrash metal, provenienti da generi anche molto lontani da quello di partenza dell’ensemble, compensano ampiamente. Il merito è anche di una scrittura ottima, che mescola tutti gli elementi con competenza e un tocco vagamente progressivo. Beneficiando di tutto questo, la scaletta è di alto livello: lo dimostrano picchi come la oscura opener Seemingly Endless Time, la maideniana The Organization e la crepuscolare Disturbing the Peace. Dall’altra parte, pezzi come Discontinued o Ex-Tc ne abbassano un po’ la qualità. È per questo che Act III non raggiunge il capolavoro, ma solo per un pelo: abbiamo lo stesso un album rilevante, adatto in particolare a chi gradisce delle fusioni tra il thrash e altri generi.

La recensione completa:
I primi anni novanta sono stati uno strano periodo per il metal classico. Tra l’abuso di cliché triti e ritriti che affossarono l’amore del pubblico per il genere, le tendenze melodiche e l’aria di novità che tirava da Seattle, fu un periodo di grande confusione, in cui molti gruppi si persero. Eppure, proprio in quel periodo uscirono diversi lavori rilevanti, piccoli gioiellini con dei grandi spunti d’interesse. Il caso di oggi, quello di Act III dei Death Angel, è un buon esempio di questo fatto.  Terzo album nella carriera del giovanissimo quintetto formato da cugini di origine filippina, fu una piccola svolta rispetto ai precedenti The Ultra-Violence (1987) e Frolic Through the Park (1988). Si tratta infatti di un disco meno debordante e più ragionato, con un thrash metal che perde un po’ di carica giovanile, ma compensa con tendenze speed e soprattutto con tante influenze. Il genere di Act III è infatti estremamente sfaccettato, con elementi pescati a volte anche da generi lontani dal thrash, come il funk e l’alternative, oltre a inglobare influssi punk, hard rock, heavy classico e persino doom. Il tutto viene però mescolato dai Death Angel con grande maestria e il loro classico tocco, che a volte guarda verso i generi tecnici e progressivi. Act III è insomma un album rilevante, nonostante sia facile pensare che abbia fatto storcere il naso a molti con la sua particolarità – il che potrebbe essere anche la causa del repentino scioglimento del gruppo subito dopo. Questa cattiva fama è però del tutto immeritata: come leggerete, si tratta di un album di livello molto alto, che riesce quasi a sfiorare il capolavoro!

Un breve intro con il suono della risacca, poi entra nel vivo Seemingly Endless Time, subito il perfetto manifesto di Act III. Da un lato infatti c’è una norma potente e movimentata, come la sfuriata che apre le danze oppure le strofe, non velocissime ma taglienti. Dall’altro invece i Death Angel mostrano una forte tendenza verso la sperimentazione: la migliore prova sono i ritornelli, lenti e cupi, con un chiarissimo gusto doom. Le due parti si incastrano molto bene, grazie a un songwriting di altissimo livello in ogni passaggio e a diverse variazioni di pregio: brilla su tutte la parte centrale, non pesante ma ripiena dei bellissimi assoli di Rob Cavestany e Gus Pepa. È la ciliegina sulla torta di una opener fantastica, una delle migliori dell’album che apre! La successiva Stop è più spostata sul classico thrash degli anni ottanta, d’impatto ma con un senso di divertimento. In questo senso i californiani sembrano quasi voler imitare gli Anthrax: ciò succede in particolare nei chorus sbarazzini, in cui Mark Osegueda imita quasi Joey Belladonna nel duetto coi cori. Le strofe sono invece più particolare con una base diretta punteggiata di dissonanze oblique, che le rendono bizzarre ma non sgradevoli. Anche stavolta, la parte migliore è però quella al centro, con un altro assolo di qualità seguito da una sezione rapida e arzigogolata, piena di cambi di tempo e di grande energia. Per il resto abbiamo una traccia ottima, anche se forse non tra al top in Act III. È ora il turno di Veil of Deception, che inizialmente vede in scena solo la chitarra acustica e la voce di Osegueda in un connubio che però non è calmo e tranquillizzante, ma anzi obliquo, malinconico, cupo. La stessa sensazione si accentua quando entra in scena la sezione ritmica, nervosa e incalzante, ma stranamente senza spezzare la delicatezza del pezzo. Anche i cori e i piccoli sprazzi di distorsione contribuiscono all’aura generale, che è molto coinvolgente. È anche per questo che nonostante duri solo due minuti e mezzo abbiamo molto più che un interludio: si tratta invece di un brano semplice ma splendido, che risulta appena sotto ai migliori del disco.

Arrivati questo punto, si torna al metal con The Organization, diretta e con un riffage maideniano che evoca sensazioni quasi dilatate, seppur abbia anche un’energia notevole. Questa norma torna spesso in una struttura che però tende anche a evolversi, specie a livello di atmosfera: in certi casi, si fa più vorticosa e intensa, assumendo persino influenze estreme, seppur spesso si mostri distesa e poco aggressiva. In altri momenti la musica è più melodica, ma paradossalmente si mostra oscura e opprimente: è il caso dei ritornelli, che si stampano facilmente in mente anche per questa diversità. Nella progressione della traccia ogni passaggio è ben dosato, e non stona nel punto in cui è messo, ogni cambio di mood funziona bene. Il risultato è una traccia estremamente incisiva, da includere di diritto tra i brani più belli di tutto il lotto! Come indica in maniera vaga il nome stesso, la successiva Discontinued è il brano più sperimentale di Act III. Si comincia dal ritmo imposto dal drummer Andy Galeon, raggiunto presto da chitarre dilatate prima, e poi dal basso in slap di Dennis Pepa. Il pezzo sembra svoltare poi su una norma metal che si fa vorticosa col tempo, ma presto la musica cambia di nuovo: tutti gli elementi già sentiti in precedenza si uniscono in un ibrido thrash-heavy-hard rock-funk molto particolare. Ciò ha luogo nelle strofe, aperte e col basso ancora in bella mostra, e soprattutto nella frazione centrale, bizzarra al limite dell’avant-garde: i chorus sono più classicamente metal, potenti e maschi. Questo mix può contare su una scrittura di altissimo livello: quasi tutti i passaggi incidono bene. Ogni tanto però alcune melodie non funzionano, e in generale l’impressione è che i Death Angel di tanto in tanto mettano troppa carne al fuoco, tralasciando la musicalità. È questo il motivo per cui questo è un brano sotto alla media del disco, pur essendo di buon livello.

Con A Room with a View i californiani ci mostrano un lato ancora diverso rispetto a quelli già sentiti. Si tratta di una ballad delicata e tranquilla, nostalgica, la cui falsariga di base è per lunghi tratti solo da chitarre acustiche e lievi carillon. Di solito le variazioni sono molto leggere: le strofe sono solo leggermente più scarne dei ritornelli, che presentano anche la sezione ritmica e si mostrano calmi e quasi sereni, seppur un velo di malinconia intimista li ricopra. Solo poco dopo la metà c’è spazio per un’esplosione metallica, ma anch’essa non dà fastidio all’aura complessiva, che resta a delicata. Si rivelano ottimi pure i piccoli arrangiamenti posti qua e là, specialmente i brevi assoli di chitarra che impreziosiscono un complesso di ottimo livello, non tra i pezzi migliori di Act III ma nemmeno troppo lontano.  È ora il turno di Stagnant, che si apre ancora in maniera lieve; poi però il metal torna a fluire in un’evoluzione potente e abbastanza tortuosa, piena di bei riff, che ci mette un po’ prima di stabilizzarsi. Quando succede, entra in scena una canzone completamente diversa, in cui i Death Angel tornano a guardare al funk. Le strofe sono nervose e si possono ricondurre a questo genere, con addirittura un retrogusto r ‘n’ b, anche se ogni tanto fa irruzione qualche potente assalto di chitarra. Questa falsariga ci guida fino ai ritornelli, che uniscono le due anime del pezzo in qualcosa di inedito ma inaspettatamente efficace, grazie a melodie vocali riuscite e a un mood strano e strisciante. Pian piano inoltre la canzone tende a farsi più complessa e a variare di più, il che è un bene visto che ogni passaggio è piazzato al punto giusto. Abbiamo insomma un esperimento meglio riuscito rispetto a Discontinued, un grande brano che di sicuro non stona qui dentro.

Ex-Tc è forse il pezzo più classico dell’album, con una rapida alternanza tra strofe incalzanti (che ricordano un po’ Sins of Omission dei Testament, c’è da dire) e ritornelli più frenetici e vorticosi, che si esauriscono in un attimo. È un certo senso di urgenza a sostenere il brano: fa eccezione solo la frazione centrale, lievemente più distesa ma senza rinunciare alla potenza. Tutto ciò è positivo, anche se dall’altra parte le melodie stavolta sono tutte telefonate, e la durata ridotta fa il resto. Il risultato è un brano che lascia a desiderare, l’unico riempitivo di Act III. Poco male, comunque: ci si ritira su all’istante con Disturbing the Peace, che si mostra da subito energico ma al tempo stesso crepuscolare e con una forte cupezza. È questa che domina ovunque: ne sono avvolte le strofe, speed thrash con un vago ascendente NWOBHM e un’oscurità che si accentua maggiormente negli stacchi più introversi che si aprono qua e là, di pura atmosfera. L’apice viene però raggiunto nei ritornelli, opprimenti e con un gusto punk che conferisce loro un impatto assoluto. Chiude il quadro una sezione strumentale ottima, che mantiene più o meno le stesse coordinate e mette in mostra ancora il gusto di Cavestany e del Pepa chitarrista negli assoli. È la ciliegina sulla torta di un pezzo lineare ma grandioso, il punto più alto di Act III con la opener e The Organization! A questo punto, c’è rimasto spazio solo per la conclusiva Falling Asleep, che si apre con un lieve carillon. Questo preludio viene presto interrotto dall’entrata in scena di una norma  ossessiva, resa martellante da Galeon. Inizialmente il ritmo è medio, anche se pian piano la velocità e l’impatto tendono a salire, fino a uno strappo che porta la traccia a una fuga dirompente. A questo punto, la musica si stabilizza su una norma che scambia strofe dotate di dissonanze punk e con una certa enfasi, e ritornelli circolari ma piuttosto catchy nella loro semplicità. Il brano tende inoltre a variare più che in passato. A tratti infatti il ritmo torna a scendere come all’inizio, con a volte ritmiche molto aperte, mentre altrove si torna a pestare con cattiveria. Ancora una volta il songwriting è di livello molto alto: per questo abbiamo l’ennesimo brano ben riuscito del lotto, poco sotto ai picchi del lavoro che chiude.

Concludendo, Act III non arriva per un soffio al livello di capolavoro a causa di alcune sbavature e di qualche pezzo meno riuscito, ma è lo stesso un lavoro valido e interessante ai massimi termini. Non sarà forse tra i lavori thrash metal più riusciti della scena classica e nemmeno il capolavoro assoluto dei Death Angel, ma per me è un lavoro che non va sottovalutato, al contrario. Soprattutto, poi, se vi piacciono le commissioni tra il thrash e generi lontani da esso: in quel caso, lo adorerete!

Voto: 89/100


Mattia
Tracklist:
  1. Seemingly Endless TIme – 03:50
  2. Stop – 05:10
  3. Veil of Deception – 02:34
  4. The Organization – 04:17
  5. Discontinued – 05:52
  6. A Room with a View – 04:42
  7. Stagnant – 05:35
  8. Ex-Tc – 03:05
  9. Disturbing the Peace – 03:53
  10. Falling Asleep – 05:56
Durata totale: 44:54
Lineup:

  • Mark Osegueda – voce
  • Rob Cavestany – chitarra
  • Gus Pepa – chitarra
  • Dennis Pepa – basso
  • Andy Galeon – batteria
Genere: thrash metal
Sottogenere: crossover/speed thrash metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Death Angel

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