A Place for Murder – Swallowed by the Oceans (2016)

Per chi ha fretta:
Seppur il loro monicker e altri elementi ricordino generi come il metalcore e il deathcore, i bolognesi A Place for Murder sono un gruppo di puro death metal. Come dimostra il loro secondo album Swallowed by the Oceans (2016) il loro stile è debitore della scena americana classica, con giusto una patina moderna e qualche sparuto influsso da brutal, black e punk. Il tutto serve per sprigionare al meglio l’impatto di cui i bolognesi sono dotati, cosa che riesce loro molto bene, nonostante qualche difetto. Oltre a un sound lievemente migliorabile, il problema principale è l’omogeneità della scaletta: ci sono tanti buoni pezzi che però tendono ad assomigliarsi, e solo I, Devastation, Light of 10000 Suns e la title-track spiccano davvero. Unendo pregi e difetti, Swallowed by the Oceans si rivela un album non trascendentale ma onesto e buono, molto adatto a chi cerca semplicemente una mezz’ora di impatto e distruzione a tinte death. 

La recensione completa:
Anche nel metal ci sono casi in cui l’abito non fa il monaco: si tratta di gruppi o di album che all’ascolto rivelano diversi da quel che sembrano dall’esterno. A me è capitato, per esempio, con i bolognesi A Place for Murder: il loro nome mi ha fatto subito pensare a un gruppo metalcore o al massimo deathcore. Per giunta, avevano confermato la mia idea elementi come il logo e l’artwork (una splendida creazione dell’artista Michele D’Aloisio) del loro secondo album Swallowed by the Oceans, uscito qualche mese fa. La realtà è però completamente diversa: quello del gruppo è infatti puro death metal americano, debitore di gruppi come Deicide, Obituary, Cannibal Corpse, Immolation e Morbid Angel. A questa base gli A Place for Murder aggiungono una lieve patina moderna e alcune sparute influenze, provenienti soprattutto dal brutal, ma in certi casi anche dal punk e dal black: si tratta di elementi non fondamentali ma di aiuto per l’impatto del gruppo. Del resto per quest’ultimo i bolognesi investono tutti i loro sforzi: Swallowed by the Oceans punta soprattutto su malvagità e potenza, e gli riesce molto bene. È proprio per questo che risulta un buon lavoro, nonostante abbia alcuni difetti. Quello che spicca di più è l’omogeneità:  molte canzoni nella scaletta tendono ad assomigliarsi tra loro, e solo poche riescono davvero a spiccare. Si può considerare tra i difetti anche una registrazione un po’ rimbombante, migliorabile per pulizia, anche se in quanto a energia e impeto è ottima, e in fondo per il sound degli A Place for Murder va benissimo. Si tratta di pecche che contano, ma non troppo. Nel suo piccolo infatti Swallowed by the Oceans riesce a svolgere bene il compito per cui è stato concepito: quello di devastare tutto senza pietà!

Un breve intro coi classici suoni del temporale, poi When the Stars are Burning deflagra d’improvviso in una fuga imperiosa. Il blast beat di Ennio regge un riffage denso e molto aggressivo, potenziato dal growl basso e cavernoso di Marcello, che ricorda a volte quello di Glen Benton. È questa la base di partenza per un brano che poi comincia a progredire: a tratti spuntano stacchi meno frenetici ma obliqui e sinistri, con influenze vagamente punk. C’è spazio anche per aperture lente ma oscure, che servono non solo a far respirare il tutto ma anche ad accentuare la pervadente atmosfera, qui davvero oscura. È essa il punto di forza per una traccia buonissima, che apre a dovere le danze. La successiva I, Devastation è molto frenetica fin dal rapido attacco, che confluisce presto in una norma serrata ai massimi livelli e in continua mutazione. Il ritmo conduce l’ascoltatore attraverso una struttura tortuosa, fatta di repentine mutazioni. Quasi ogni passaggio è accomunato dai livelli altissimi di frenesia e di velocità, oltre che dal riffage del chitarrista Pietro, tagliente come un rasoio. C’è spazio di tanto in tanto per qualche rallentamento cupo e opprimente, che ricorda certe cose degli Obituary, ma non stona tra le fughe generali. Tra questi passaggi più lenti il migliore è l’assolo centrale, melodico ma molto oscuro, probabilmente il momento topico di un brano veramente impressionante, che spicca anche in un album così omogeneo come Swallowed by the Ocean. Giunge ora The Engine of Vengeance, che prende il via da un avvio lento , obliquo e anche un po’ spiazzante. Per fortuna si svolta presto verso una norma di grande energia distruttiva, grazie soprattutto a un riffage nervoso e labirintico, di grande efficacia. Stavolta però non abbiamo una scheggia impazzita: ci sono ampie concessioni a stacchi su tempo medio che ricordano ancora i Deicide, anche visto il raddoppio della voce di tanto in tanto. Si tratta di momenti che riescono a evocare un bel senso lugubre, anche se a volte il gruppo mostra un po’ la corda, indugiando troppo e facendo perdere dinamismo al complesso. Anche così ne risulta tuttavia un buon episodio, che non sfigura qui dentro.

Dimension Zero è un vortice di note impazzito, forse anche più movimentato del resto. Lo si nota già dall’avvio, che ha l’impatto di un pugno in faccia. Anche quando la traccia rallenta  è comunque l’agitazione a farla da padrone: persino i momenti meno veloci sono resi terremotanti dalla batteria di Ennio e dai fraseggi delle chitarre di Pietro, che ogni tanto si propone in fraseggi più melodici che in passato. Solo a tratti c’è spazio per una norma meno serrata e più riflessiva, peraltro ben incastrato all’interno del brano; sono però brevi momenti, per il resto abbiamo un pezzo sparato a mille. Questo fatto a volte  si rivela un problema: alcuni stacchi sono davvero troppo arditi, anche se in generale i riff e i vari passaggi funzionano. In generale, abbiamo un pezzo di buon livello, ma certo non trascendentale. La successiva Light of 10000 Suns spicca da subito all’interno del disco per un avvio rallentato ma ossessivo e graffiante, con un riffage potentissimo e riconoscibile. È una norma che incide a meraviglia con la sua oscurità, accentuata dal vago retrogusto black e dal fatto che l’impostazione si ripeta più volte. Tuttavia, non manca la volontà di progredire: a volte spuntano cupe armonizzazioni mentre il ritmo rallenta, in altri frangenti invece la musica si fa più rocciosa e serrata. A parte questo, la base non varia molto, ma al centro c’è spazio  per una lunga progressione tortuosa e particolare. Si passa da momenti da metal tecnico ad altri stranamente espressivi, quasi a livello melodeath, con tanti cambi corredati da frazioni ritmiche di gran potenza, che tornano poi nel finale. Si tratta in ogni caso di una grandissima frazione centrale, un notevole arricchimento per un episodio da includere tra i picchi assoluti del lotto!

Swallowed by the Oceans mostra subito una grande urgenza, con un attacco in cui si rivedono venature punk. Presto si svolta su qualcosa di più classicamente death metal, col classico riffage a motosega di Pietro, la vera anima del pezzo. È questa che guida il brano attraverso il suo sentiero, portandolo a tratti vicino a coordinate brutal, con stacchi lenti ma abissali e assumendo altre volte un’anima più classica. In altri frangenti ancora c’è spazio per il ritorno dell’inizio, che dà al tutto una sfaccettatura in più. Il risultato è un pezzo death metal compattissimo ma in cui non ci si annoia mai, formando con la precedente un duo formidabile! Al contrario della precedente, Inferno si avvia con calma, preferendo ritmiche lente e spaventose, ben aiutate dal growl orrorifico di Marcello. Presto tuttavia il brano assume coordinate più vorticose e veloci, che sanno un po’ di già sentito ma riescono a incidere bene lo stesso. È l’inizio di una progressione lunga e al fulmicotone, con un gran numero di passaggi di ottimo impatto ma anche diversi rallentamenti, spesso tempestosi e che aiutano l’aggressività del resto. C’è poco da dire per quello che è un frammento selvaggio e a tratti stordente, che non sarà tra i pezzi più riusciti di Swallowed by the Oceans ma nei suoi tre minuti e mezzo lascia un’ottima impressione dietro di sé. Siamo ormai in chiusura, e per l’occasione gli A Place for Murder schierano Lucifer, più corta e persino più esasperata ed estrema della precedente, il che però stavolta non paga. In certi momenti i bolognesi sembrano cercare a tutti i costi il picco di ferocia e potenza, suonando però un pelo forzati e artificiosi. La prova è che i tratti lievemente più calmi – se così si può dire, visto che parliamo sempre di death metal rabbioso e possente – incidono bene, mentre i tratti che cercano di salire di voltaggio stonano un po’. È per questo che l’album si conclude col suo brano peggiore, decente e piacevole ma di sicuro non al livello del resto.

Chiudendo i conti, Swallowed by the Oceans è un album onesto e che pur senza pretese di innovare riesce a centrare in pieno il suo obiettivo: fornire mezz’ora di divertimento brutale e potente a chi ama il death metal. Se è il vostro caso, perciò, vi consiglio di dargli una possibilità: forse non sarà un capolavoro memorabile del genere, ma vi saprà dare la cattiveria che cercate. In fondo è quella che conta: non è facile da imprimere in un genere così inflazionato come il loro, ma gli A Place for Murder ci riescono. Si tratta perciò di un gruppo assolutamente degno della vostra attenzione!

Voto: 76/100

Mattia

Tracklist:

  1. When the Stars Are Burning – 04:37
  2. I, Devastation – 03:49
  3. The Engine of Vengeance – 03:33
  4. Dimension Zero – 04:32
  5. Light of 10000 Suns – 04:12
  6. Swallowed by the Oceans – 03:34
  7. Inferno – 03:28
  8. Lucifer – 03:18
Durata totale: 31:03
Lineup:
  • Marcello – voce
  • Pietro – chitarra
  • Claudio – basso
  • Ennio – batteria
Genere: death metal

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