Countess – Fires of Destiny (2016)

Per chi ha fretta: 
Fires of Destiny (2016), quindicesimo album della decennale carriera degli olandesi Countess, è un album con alcuni pregi ma anche diversi difetti. Tra i primi si segnala lo stile, un black metal che guarda agli anni ottanta, con pochi elementi estremi e forti iniezioni heavy classico e speed, a cui si unisce una patina moderna e una forte tensione epica. Nonostante la personalità e il fascino di questo connubio , sono tanti i problemi dell’album. Si va dalla registrazione sbrigativa (soprattutto della tastiera di Häxa) a un songriting ondeggiante e a volte disomogeneo, passando per una durata eccessiva che lo rende prolisso (anche a causa del monotono scream del leader Orlok) e per un suono solo discreto. Poteva essere un disastro, ma gli olandesi riescono a creare qualcosa di valido grazie all’esperienza e ad alcune zampate ben riuscite, come la speed Fly the Battle Flag, la minacciosa Plague upon the Pious e la epica closer-track Bard Van Het Verleden. Anche per questo, pur non essendo un capolavoro Fires of Destiny è un album più che sufficiente, adatto per passare un’ora piacevole e consigliabile ai fan del black metal più epico.

La recensione completa:
Pensando al black metal, sicuramente è la Scandinavia la prima a venire in mente, non certo l’Olanda. Più considerati per la sua piccola ma vitale scena death, i Paesi Bassi hanno però hanno anche un buon numero di gruppi black di buon livello, anche se non famosissimi. Tra loro, i Countess sono tra quelli che spiccano di più: attivi dal lontano 1992, pubblicarono l’esordio The Gospel of the Horned One giusto l’anno successivo. Partì da lì una carriera molto densa e prolifica, con all’attivo ben quindici album – alcuni dei quali considerati dei veri capolavori – di cui l’ultimo, Fires of Destiny, risale allo scorso trenta giugno. Il genere che i Countess suonano in esso è quello che hanno sviluppato negli ultimi anni a questa parte: un black metal che si è un po’ staccato da quello degli anni novanta per guardare al periodo precedente. Ciò si esplica in particolare in basi ritmiche mai troppo estreme (il blast beat si sente davvero di rado) e che in molti casi si rifanno allo speed e al metal classico, più che al sound norvegese. In generale, gli olandesi più che a Mayhem e Darkthrone sono ligi ai Venom e ai Bathory più evoluti. Da questi ultimi tra l’altro riprendono non solo l’estetica, ma anche un certo senso epico, che attraversa quasi tutto Fires of Destiny. Non tutto nel loro stile è però all’insegna dell’old-school: certe melodie e la forte presenza delle tastiere di Häxa danno al tutto una patina più moderna, il che aiuta ai Countess a non essere stantii.

Tutto questo rende il loro genere non solo personale, ma anche molto suggestivo: purtroppo però l’album presenta anche tanti piccoli difetti che gli impediscono di raggiungere alti livelli. Quello principale sono le già citate tastiere: potrebbero essere un punto di forza, ma spesso sono fuori tempo col resto, come se fossero state infilate frettolosamente nel disco in fase di mixaggio. Del resto, l’intero disco sembra registrato in maniera sbrigativa: se il gruppo ha qualità tecniche non eccelse ma adatte al proprio sound, ogni tanto è presente qualche errore. In più, Fires of Destiny soffre di un songwriting ondeggiante, con buoni pezzi ma altri un po’ sottotono, e a volte anche un po’ discontinuo, con varie influenze non ben mescolate. Soprattutto però si rivela prolisso e omogeneo, anche a causa di una durata che sfiora l’ora. In particolare, brani e fraseggi tendono ad assomigliarsi: la colpa probabilmente è del leader Orlok, il cui scream graffiante è un po’ monocorde e affossa specialmente i momenti più melodici, che necessiterebbero di altro per incidere bene. Infine, tra i problemi si può annoverare anche la produzione, che è sporca e soprattutto secca. In fondo però non è così male, anche visto il genere del gruppo: è anzi molto meglio di tanti altri dischi, con gli strumenti che si sentono bene tutti (anche il basso di Orlok) e incidono discretamente. Nonostante tutti questi difetti, Fires of Destiny non si rivela un disastro, anzi. Merito in special modo dell’esperienza dei Countess, che è spesso palpabile e compensa le varie pecche: è grazie a essa che, come leggerete nella recensione, abbiamo un album piacevole e più che sufficiente.

La opener Runenlied si apre distesa ed evocativa grazie ai cori sintetici, prima di alzarsi di progressivamente di ritmo fino all’arrivo di una frazione convulsa, col blast beat di Mortüüm. La ferocia però non è al massimo: queste strofe hanno più la funzione di dare un velo d’oscurità al resto, grazie a un riffage in fondo non taglientissimo e allo scream arcigno di Orlok. Si tratta inoltre di brevi momenti: per il resto la traccia è più distesa ed epicheggiante, oltre a essere per lunghi tratti strumentale. In queste lunghe frazioni, a mettersi in mostra è la chitarra di Zagan, che intrecciata con la tastiera crea un affresco di buon livello. Si tratta del punto più alto di una traccia nel complesso non trascendentale ma piacevole il giusto. La successiva Fly the Battle Flag si avvia subito rapida e possente, un’impostazione che si conferma anche in seguito. Abbiamo infatti un pezzo molto dinamico, che sul ritmo da speed metal impostato da Mortüüm si evolve in maniera classica. La struttura scambia strofe dirette, con all’attivo un bel riffage heavy classico sporcato di thrash, e ritornelli ugualmente veloci ma più aperti, che la voce sgraziata di Orlok rende stranamente catchy, anche grazie ai cori e all’accoppiata tra melodie di chitarra e fraseggi di basso. C’è spazio qua e là anche per qualche variazione, in particolare di Zagan, che mostra a tratti melodie tranquille e profonde, che impreziosiscono il tutto. In generale, ogni elemento funziona bene qui: abbiamo un pezzo che lascia un’ottima impressione dietro di sé, uno dei migliori del lotto.

All’inizio, Fires of Destiny sembra un pezzo lieve, evocativo ma anche docile, con la sola chitarra pulita sotto alla voce raschiante di Orlok. Anche quando si entra nel vivo, però, i giochi non sono estremi, anzi: abbiamo un mid tempo a metà tra senso battagliero e forte malinconia, evocata da ritmiche placide e di grande coefficiente melodico. Il ritmo sale di poco solo per brevi stacchi, per il resto abbiamo un pezzo disteso che si acquieta anche di più nei ritornelli, espansi e che cercano di essere anthemici, anche se il cantante e le tastiere ne castrano un po’ la resa. Si tratta però dell’unica sbavatura  in un insieme che sa bene il fatto suo. In ogni caso, notabile è anche la parte solistica centrale, che abbandona la potenza per qualcosa di più intimista e armonico, ma non stona col resto. È un buon rafforzamento per una canzone che nonostante il suo difetto è di buonissimo valore. Giunge ora Rise of the Horned One, incalzante e battagliera da subito: ricorderebbe quasi l’epic metal vero e proprio, se non fosse per lo scream di Orlok e le tastiere. Questi due elementi peraltro non danno fastidio, ma conferiscono un tocco di oscurità in più al complesso, aiutando le lievi dissonanze qua e là e rendendo l’aurea plumbea. L’impostazione della traccia è ossessiva, e va avanti a lungo sulle stesse coordinate: solo al centro si cambia rotta, per una lunga frazione lenta e vagamente doomy, lugubre oltre che molto incisiva, grazie anche a un pregevole assolo. Nel complesso non sarà forse un pezzo memorabile ma è di alto livello, poco sotto al meglio che Fires of Destiny abbia da offrire.

Plague upon the Pious si apre con un fraseggio di chitarra melodico, dal flavour quasi folk/medioevale. È il punto di partenza per un brano in principio molto tranquillo, con in primo piano arpeggi di chitarra pulita. Man mano l’energia e la tensione cominciano a salire, finché non arrivano i chorus. Essi sono sinistri e possenti, di grandissima aggressività nonostante non ci siano elementi estremi oltre alla voce di Orlok. Il ritmo è lento e il riffage potente ma non vorticosissimo, eppure queste frazioni riescono lo stesso a colpire molto per malvagità, oltre a stamparsi bene in mente. L’alternanza tra frazioni riflessive e altri potenti, e qualche passaggio di rilievo come quello centrale, fanno il resto. Ne risulta un pezzo vario e incalzante di altissima qualità, uno dei migliori del lotto. Come il titolo stesso indica in maniera vaga, Today Is a Good Day to Die ricorda da vicino i Bathory, non solo per l’epicità più spinta che altrove ma anche per il riffage, che in certi momenti ricorda i brani più lenti e oscuri del gruppo svedese. La traccia però non si ferma a questo, tende a evolversi: le strofe sono pesanti e dirette, mentre i bridge cambiano strada e si mostrano strani, obliqui e martellanti. Ancora diversi sono i refrain, che con le tastiere e un ritmo marziale cercano di essere epici, anche se non gli riesce granché bene. Se in generale il senso che si crea è piacevole, alcune melodie stonano un po’, specie per quanto riguarda il frontman. Per il resto il brano non è poi così male, coi suoi elementi e la solita frazione centrale alla Countess, non tecnicissima o elegante ma funzionale. Stavolta però i problemi contano di più: abbiamo un brano smorzato, che risulta tra i meno belli della scaletta.

Choir of the Valkiries è lenta e aperta, alternando passaggi aperti e lievi, con la voce di Orlok supportata solo da sezione ritmica e tastiera, e scoppi di energia repentini. Se la prima parte bene o male è decente, la seconda è rovinata completamente da Häxa, che cerca di fare qualcosa di pseudo-neoclassico ma visti i suoi limiti tecnici stona molto. Per fortuna va meglio quando la traccia svolta su una norma heavy metal calma e intimista, non potente ma malinconica al giusto. È una sezione buona con ottimi spunti, come per esempio l’assolo centrale di Zagan che si staglia nel vuoto: purtroppo però i ritorni di fiamma dell’inizio continuano a infastidirla qua e là. È per questo che abbiamo un pezzo scarso e a tratti fastidioso, il punto più basso di Fires of Destiny.  Si torna quindi alla potenza con Treason of Kings, che ancora una volta mostra il connubio tra elementi black e riffage heavy classico che è il marchio di fabbrica dei Countess. Questo si esplica stavolta in strofe rocciose e potenti, con un incedere rapido e nervoso, che si alternano con frazioni più aperte e melodiche, di retrogusto addirittura power, e coi chorus. Questi ultimi sono il momento più anonimo del pezzo, con la loro semplice sequenza di accordi, ma in fondo non danno poi così fastidio. Tuttavia, il resto è meglio, specialmente gli intermezzi in cui Zagan è protagonista, con melodie lontane o un travolgente assolo, oppure nei fraseggi di Häxa, che stavolta non stecca. Sono tutti arricchimenti per un altro brano non eccezionale ma piacevole il giusto.

See the Ravens Fly è rapida sin dall’inizio, con strofe incalzanti dotate di ritmiche vorticose e cupe, che corrono a lungo prima di confluire nei chorus. Questi in realtà non cambiano granché faccia: sono ancora dinamici, solo le tastiere li rendono più densi e d’impatto. Di lento ci sono soltanto alcuni stacchi, di norma di pochi secondi: fa eccezione solo la prima metà della parte centrale, ancora di carattere doomy, arricchita dall’organo e dalla voce di Orlok che la rendono lugubre. Per il resto abbiamo un brano di ottima energia, anche se dall’altra parte sa un po’ di già sentito, riportando in particolare alla mente Fly the Battle Flag. È il difetto principale di una traccia tutto sommato buona, ma un po’ prevedibile. Per fortuna, arrivato agli sgoccioli Fires of Destiny si ritira su con Bard Van Het Verleden, esteso brano che per lunghi tratti è molto lieve e tranquillo, con delicati arpeggi in primo piano e qualche venatura di cori sintetici. Non si tratta però della classica ballad, anzi: ad abbracciare il tutto è un mood solenne, di gran impatto. È merito anche del lavoro nascosto ma importantissimo del basso di Orlok, che dà al tutto una forte profondità. C’è spazio anche per lunghe fiammate a tinte metal, che specie al centro torna a ruggire, ma senza opprimere, presentando invece una norma lenta e melodie sinistre. L’aura che ne consegue è avvolgente e calda, con un velo di epicità forte e infelice.  In tutto ciò, trovano spazio anche gli assoli di Zagan, spesso carichi emotivamente, e del delicato basso del frontman, che impreziosiscono il tutto ancor di più. Il risultato è un pezzo che pur non variando molto nei suoi oltre nove minuti e mezzo risulta sempre interessante, il punto più alto del disco che chiude con Fly the Battle Flag e Plague upon the Pious.

Insomma, Fires of Destiny è un album con tanti difetti e una seconda metà sottotono rispetto alla prima, eppure riesce lo stesso a convincere. Se infatti l’intento è passare un’ora piacevole, è un album adatto, e vola via veloce, senza quasi spigoli. Certo, se invece cercate il capolavoro a tutti i costi, forse dovrete lasciarlo perdere e cercare altrove, magari anche nel passato dei Countess. Negli altri casi invece potrebbe fare al caso vostro; se poi siete amanti del black metal più epico, lo troverete almeno interessante!

Voto: 69/100

Mattia
Tracklist:
  1. Runenlied – 05:35
  2. Fly the Battle Flag – 04:45
  3. Fires of Destiny – 05:32
  4. Rise of the Horned One – 04:29
  5. Plague upon the Pious – 05:14
  6. Today Is a Good Day to Die – 06:35
  7. Choir of the Valkyries – 04:13
  8. Treason of Kings – 05:43
  9. See the Ravens Fly – 04:30
  10. Bard Van Het Verleden – 09:29
Lineup:

  • Orlok – voce e basso
  • Zagan – chitarra
  • Häxa – tastiera
  • Mortüüm – batteria
Genere: heavy/black metal
Sottogenere: epic black metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Countess

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