Darkyra Black – Fool (2015)

Per chi ha fretta:
Pur suonando un genere inflazionato come il metal sinfonico con voce femminile, il progetto solista della cantante australiana Darkyra Black riesce a raggiungere buoni livelli, come dimostra il secondo album Fool (2015). Il merito è di buone qualità musicali e di scrittura, che si esprimono in canzoni incisive con una buona personalità e in piccole influenze che arricchiscono lo spettro sonoro. Completa il quadro un concept che rende tutto più coeso e soprattutto la voce fantastica della Black, molto dotata e che riesce a trovare belle linee vocali. È anche questo il motivo per cui l’album si rivela buono (soprattutto nella seconda metà) e a tratti eccezionale, come con la dolce Of Fools and Gold, l’oscura Desperation, la variegata Flawless e l’esaltante The Fountain of Frozen Dreams. Per tutti questi motivi, pur non essendo né originale né memorabile, Fool è un album piacevole e sopra alla media delle uscite nello stesso genere. 

La recensione completa:
Si può creare un buon album pur suonando un genere molto inflazionato? Il senso comune vorrebbe che non sia possibile, ma per quella che è la mia esperienza, la situazione è diversa. Se è vero che non è facile maneggiare qualcosa di già sfruttato – infatti in molti casi il risultato è sottono – c’è però chi ci riesce, con buone qualità di scrittura, passione e anche un pizzico di fortuna. È questo il caso di Fool, secondo album di Darkyra Black uscito nel 2015. Si tratta del progetto solista dell’omonima cantante australiana – al secolo Gina Bafile – che propone un metal sinfonico molto sui generis, con tante piccole influenze. È un genere suonato da mille altri gruppi, ma che la musicista australiana, insieme al chitarrista Betovani Dinelli, al batterista Garry King e al produttore George Boussounis (tutti e tre coinvolti nel songwriting) riesce a rendere interessante. In primis, c’è una buona ricerca musicale, che si esprime in un gran numero di piccole influenze qua e là, un aiuto perché il complesso non sia monotono o noioso. In più, anche il livello di scrittura è buono: Fool è un album pieno di “canzoncine”, ma quasi tutte con una loro personalità e incisive per melodie, anche visto che la musica è al centro, nonostante la natura solista del progetto. C’è anche un concept fiabesco, che riguarda una fantomatica fontana dei desideri: è qualcosa di inedito, ma soprattutto rende il tutto unitario e coeso. Il punto di forza più grande di Fool è però Darkyra Black stessa: si rivela una cantante estremamente dotata dal punto di vista vocale e tende a svariare molto, invece di rimanere sempre sul classico tenore. Soprattutto, è brava nell’interpretare linee vocali originali e ad adattarsi alla musica, il che dà un buonissimo fascino alle sue composizioni. Certo, d’altra parte rimane il fatto che in Fool non c’è niente di davvero originale: dopotutto il metal sinfonico con voce femminile è un genere già ampiamente sfruttato. Come vedrete però è un elemento che non pesa troppo nella resa di un album che alla fine risulta buono.

Le danze prendono il via da (Part 2) Behind Closed Doors (stranamente, la prima parte viene dopo), che  prende vita da un intro lieve e orientaleggiante, della durata di circa un minuto. Quindi, entra in scena con calma una norma a tinte symphonic metal, potente ma in principio rilassata. Solo col fluire della musica il ritmo sale e si fa più incalzare, fino a condurci al cuore della traccia, che comincia ad alternare le parti classiche della forma canzone. A quel punto le strofe sono calme ma crepuscolari, con chitarre basse e orchestrazioni lievi che sostengono la voce sensuale della Black. Pian piano la densità sale insieme alla tensione, fino a che tutto non si scioglie in ritornelli aperti e liberatori, grazie anche a una melodia di base a presa rapida. C’è poco altro nel pezzo a parte una frazione centrale che riprende lo schema dei ritornelli in maniera più lieve. Per il resto abbiamo un pezzo semplice ma incisivo, di alto livello pur non essendo tra i migliori dell’album. La successiva Who Are They to Judge You si rivela sin da subito strana. La sua base ricorda il metal classico e a volte persino l’hard rock anni settanta, ma in altri frangenti è più moderna, il tutto all’insegna di una certa oscurità. Spesso però le coordinate cambiano: ci sono lunghe frazioni più aperte riempite da echi di chitarra, pianoforte e orchestrazioni, oltre che da campionamenti e dalla voce lieve della leader. I chorus sono ancora diversi, veloci e potenti, con un lieve ascendente gothic e cori che aiutano la Black a essere più efficace. In tutto ciò trova spazio anche un buon numero di passaggi diversi, spesso valorizzati dalla cantante oppure della sei corde di Dinelli. Sono punti di forza per un’altra traccia di godibile e catturante al punto giusto, poco lontana dal meglio di Fool. È ora il turno di Truth or Dare, che prende le mosse da un altro lungo intro, lieve e per certi versi sinistro, anche se le tastiere sinfoniche gli danno un tono di magia e mistero. Pian piano il pezzo comincia a evolversi, prima con la comparsa di una norma metal lenta e dilatata, e poi con l’aumento del ritmo da parte di King. Ci ritroviamo così in una falsariga con un tempo coinvolgente e vagamente dance (genere che torna anche in qualche elemento sparso qua e là), in cui fanno da padrone gli archi, che danno al tutto un tono esotico. Si torna verso qualcosa di più classicamente metal solo coi refrain, zuccherosi e in linea col resto per mood, anche se stavolta funzionano meno bene che altrove. Vale più o meno lo stesso anche per qualche altro passaggio sparso qua e là, a volte anche con un senso di già sentito, ma il difetto viene compensato da altre frazioni di ottima levatura. Abbiamo perciò un pezzo a due velocità, discreto e piacevole anche se non eccelso.

Dopo un breve preludio morbido, prende il via Of Fools and Gold, in principio energica ma anche dilatata e melodica, con tanti fraseggi di chitarra e del pianoforte dell’ospite Fab Jablonski. Presto però la falsariga compie una virata: approdiamo a una dolce ballata, con strofe soffici e dolci, accoglienti che tendono a potenziarsi solo ogni tanto. Tuttavia, la delicatezza passata non le abbandona mai, nemmeno nei momenti più rocciosi, comunque sognanti e ricercati grazie alla bellissima voce della Black. Si cambia ancora strada coi ritornelli, che dopo brevi bridge oscillanti svoltano su una norma solenne a metà tra medievale e barocco, particolare ma senza stonare col resto, anzi. Man mano che il pezzo avanza, le due anime tendono a variare, ma le loro melodie rimangono sempre le stesse. Non che sia un problema: vista anche la brevità, ne risulta un pezzo molto avvolgente e valido, da includere tra i migliori di Fool. La successiva Where Will I Be è dominata da un giro ossessivo da metal melodico, scandito sia da Dinelli che da Jablonski, che si ripresenta più volta nel corso del pezzo.  Ciò succede in particolare nei chorus, sognanti e graziosi, che si alternano con strofe sulle stesse coordinate, seppur siano lievemente più spoglie. Purtroppo, nessuna delle due parti funziona a dovere: c’è poco che rimane in mente, e anche la cantante stavolta non convince, con qualche buono spunto inserito in una prestazione un po’ monotona. Anche la struttura, lineare e con giusto qualche variazione, contribuisce all’anonimato di una traccia che alla fine risulta la meno bella in assoluto del lotto. Per fortuna, a questo punto Fool si ritira su con Bleed, che prosegue le premesse di un intro oscuro e diviene un brano cupo e intimista ma non troppo teso, preferendo invece un ritmo dilatato. Questa norma tende a evolversi pian piano, facendosi meno tenebrosa e più aperta, finché anche gli ultimi rimasugli di tenebre abbandonano la scena coi refrain, calmi e solari, in cui la Black spesso duetta con un cantante uomo (che torna anche a volte nelle strofe). Di nuovo, il brano è abbastanza lineare, con giusto qualche variazione di tanto in tanto che aiuta a tenere alta l’attenzione. Il risultato finale è un pezzo molto piacevole che incide soprattutto a livello di atmosfera.

Dopo un terzetto di brani tranquilli, con Wish that Never Fades torniamo brevemente alla potenza del metal più classico, grazie a una breve frazione nervosa all’inizio. Presto però si torna verso lidi melodici: le strofe sono tranquille e a volte si mostrano soffici, con solo la chitarra pulita e le orchestrazioni sotto alla voce della frontwoman. Tuttavia, la media del brano è più potente: lo dimostrano i brevi passaggi circolari, di vago gusto gothic; anche i ritornelli, seppur tornino alla lentezza precedente, sono potenti e hanno persino un vago accenno sinistro. Ancor più potente e movimentata e la parte finale, che prende le melodie già sentite e le accelera in qualcosa di convulso e avvolgente. È la parte migliore di un pezzo che ogni tanto poteva essere più dinamico, ma nel complesso risulta più che discreto. Giunge ora Desperation, che comincia in maniera misteriosa, un’aura che permane anche quando si entra nel vivo con una norma distesa ma stavolta cupa e con frequenti interventi del riffage spezzettato di Dinelli. È su questa base che si aprono i pesanti ritornelli, che accentuano anche di più l’oscurità del resto, ma con un velo malinconico dato dalle onnipresenti orchestrazioni e da una Darkyra Black in stato di grazia, che riesce a renderli seducenti. Nei cinque minuti c’è spazio anche per brevi frazioni bizzarre, in cui la cantante usa toni quasi bambineschi, per un bell’assolo di Dinelli al centro e per un finale anche più intenso e nostalgico del resto, che sa bene il fatto suo. Sono tutti arricchimenti per un pezzo semplice ma di grande impatto, che entra di diritto tra i pezzi più belli di tutto Fool! La seguente Flawless può in principio sembrare una ballad docile, visto che vede la cantante australiana da sola sopra al pianoforte per un effetto di pace. Pian piano però la densità sale, finché il metal torna alla carica con potenza. Quest’ultima raggiunge l’apice nel primo refrain, in cui la Black mette in mostra le sue doti da tenore su una base espressiva e barocca, che mescola malinconia e liricità. Parte da qui un pezzo di metal sinfonico a volte più scarno e tranquillo, in altri frangenti più obliquo, in un susseguirsi di atmosfere diverse supportate da una grande scrittura, che rende ogni passaggio e ogni stacco degno di nota. Sommato tutto insieme, ne risulta una canzone molto emozionante, che con la precedente forma un uno-due di grande levatura!

It Takes 2 Kinds of Fools prende le mosse ancora da un intro lieve con gli archi e il pianoforte, per spostarsi solo dopo un po’ su qualcosa di più movimentato. Abbiamo un pezzo in principio ancora lieve e teatrale, che a un certo punto cambia direzione d’improvviso verso una falsariga metal melodiosa ma dinamica. È il punto d’origine di un pezzo che alterna ritornelli veloci e ossessivi, anche se la solita bella voce della Black e le orchestrazioni li rendono anche ricercati il giusto, e strofe più rallentate e melodiche, soggette però a notevoli variazioni. Si passa da momenti che riprendono la teatralità dell’inizio a brevi accelerazioni di ottima energia, passando per lievi stacchi. In tutto ciò, il songwriting è ancora livello elevato: c’è forse qualche piccolo momento morto, ma la maggior parte dei passaggi funzionano bene. Abbiamo perciò un gran pezzo, forse un pelo sotto a quelli che la circondano ma di alta qualità. Va però ancora meglio con The Fountain of Frozen Dreams, che si apre subito col suo tema principale per poi avviarsi su un’evoluzione lineare ma di grande impatto. Già la base con il pianoforte e la voce della Black ha una grande magia, che avvolge bene l’ascoltatore, ma il resto è ancora meglio. Sia i passaggi più lievi e angelici che compaiono qua e là, sia i bridge cavalcanti sanno il fatto loro, e introducono al meglio dei ritornelli magnifici, emozionanti e che si stampano in mente con facilità assoluta. La struttura come già accennato è delle più classiche, l’unica variazione è il breve intermezzo parlato al centro. Anche la semplicità stavolta è un pregio, che aiuta ogni frazione a spiccare. Il risultato finale è un episodio davvero stupendo, il più bello che Fool abbia da offrire insieme a Of Fools and Gold, Desperation e Flawless – e forse anche meglio. A questo punto siamo praticamente alla fine dell’album. C’è rimasto spazio solo per l’outro (Part 1) Behind Closed Doors, che riprende le suggestioni dell’intro della opener e le amplia. Si tratta in pratica di un pezzo in cui una voce maschile scandisce una melodia orientaleggiante, quasi fosse il canto di un muezzin, su una base indistinta, ambient leggerissimo. Non c’è altro nel minuto di questo frammento, che risulta un finale particolare ma non spiacevole per l’album.

Insomma, Fool si rivela un album buono e piacevole, soprattutto per quanto riguarda la seconda metà. C’è da dire, ovviamente, che se cercate un prodotto originale o almeno con una personalità forte, credo proprio che non la troverete né nella musica di Darkyra Black né in gran parte del metal sinfonico con voce femminile odierno. Se però questo genere vi piace, troverete il progetto della cantante australiana superiore alla media attuale del genere: il mio consiglio è allora di dargli almeno un ascolto.

Voto: 77/100


Mattia
Tracklist:

  1. (Part 2) Behind Closed Doors – 05:45
  2. Who Are They to Judge You – 05:10
  3. Truth or Dare – 04:55
  4. Of Fools and Gold – 04:20
  5. Where Will I Be – 03:56
  6. Bleed – 03:59
  7. Wish that Never Fades – 04:50
  8. Desperation – 05:04
  9. Flawless – 04:16
  10. It Takes 2 Kinds of Fools – 05:32
  11. The Fountain of Frozen Dreams – 04:43
  12. (Part 1) Behind Closed Doors – 01:11
Durata totale: 53:40

Lineup:

  • Darkyra Black – voce
  • Betovani Dinelli – chitarra
  • Garry King – batteria
  • Fab Jablonski – tastiera (guest)
  • Laertis Kokolanis – violino (guest)
  • Ilias Sdoukos – viola (guest)
  • Michael Porfyris – violoncello (guest)
  • Kostas Vichos – basso (guest)

Genere: symphonic metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook di Darkyra Black

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