Proliferhate – In No Man’s Memory (2015)

Per chi ha fretta:
Pur ispirandosi ai Novembre e soprattutto agli Opeth, i torinesi Proliferhate non sono un gruppo derivativo o trito, come dimostra il primo full In No Man’s Memory (2015). Se è vero che il loro progressive death metal è ispirato ai suddetti gruppi, i piemontesi hanno lavorato per renderlo più personale, soprattutto con una forte spinta verso il lato atmosferico che è il punto di forza del gruppo. Questo intento viene realizzato con un buon numero di piccole influenze funzionali allo scopo e con un suono profondo ed espanso, che limita un po’ la potenza ma è perfetto per il suono del gruppo. Sono ulteriori arricchimenti per una scaletta di livello elevato, con qualche sbavatura ma anche grandi pezzi come la convulsa Apologia di un Povero Diavolo pt. 1, la dilatata Der Grossman e la delicata title-track. Concludendo, In No Man’s Memory è un lavoro ottimo, adatto agli amanti del progressive estremo e in special modo ai fan ”orfani” degli Opeth.

La recensione completa:
Nonostante a volte si faccia confusione tra i due concetti, ispirarsi a un gruppo non vuol dire per forza copiarlo. Esistono band che pur prendendo spunto in maniera forte da qualcun altro riescono a mantenere la giusta distanza e a trovare un suono magari non originalissimo, ma almeno personale: è il caso per esempio dei Proliferhate. Nati a Torino nel 2012, col loro primo full-lenght In No Man’s Memory (2015) affrontano un genere che unisce le strutture melodiche e la potenza degli Opeth e la tendenza verso l’atmosfera dei Novembre. Nonostante queste due ispirazioni siano chiarissime (soprattutto quella degli svedesi), i piemontesi non vogliono essere cloni di nessuno dei due, come dimostrano alcuni elementi del loro sound. Il più evidente è il puntare forte verso l’atmosfera, molto più dei romani, tanto che per i Proliferhate si potrebbe quasi parlare di atmospheric death metal. Questo intento viene attuato in primis attraverso una registrazione particolare: nello specifico le chitarre suonano lontane, profonde, grezze ed espanse. Questa impostazione abbassa un po’ la potenza dei torinesi, ma non è un problema: vista la natura del loro genere, è un suono più che adatto. In più, In No Man’s Memory può contare anche su piccole influenze più moderne, che vanno dal deathcore al gothic, dal black al post-metal: sono tutti elementi che aiutano il gruppo ad ampliare i propri orizzonti, nonché funzionali al suo scopo atmosferico. Tutto questo frullato insieme fa sì che la proposta musicale dei Proliferhate sia di alto livello: merito del resto anche di un songwriting che pur avendo ogni tanto qualche calo di ispirazione è molto ispirato di solito. A dispetto di alcune piccole sbavature, infatti, In No Man’s Memory si rivela un lavoro di livello molto alto, come leggerete nel corso della recensione.

Si parte da un intro intimista e tranquillo, che va avanti per circa un minuto prima di spezzarsi all’entrata di Apologia di un Povero Diavolo pt. 1. Parte da qui una progressione non repentina ma che pian piano cresce e tocca un apice davvero vorticoso, prima di tornare un attimo alla melodia e stabilizzarsi. A questo punto in scena c’è una traccia dinamica ma con un gran carico di melodia, seppur ogni tanto compaiano frazioni più dirette e potenti in cui Omar Durante passa dal pulito al growl, accompagnato a volte da elementi deathcore. Qua e là c’è spazio anche per stacchi più calmi e introversi, di norma brevi e con influssi post-rock, e per altri passaggi più particolari, come quello vagamente epico e corale al centro. In generale, la struttura è tortuosa e movimentata, ma ognuna delle componenti funziona benissimo, il songwriting è di alto livello. È per questo che l’atmosfera è coinvolgente e sempre adeguata al contesto, oscura quando serve e delicata in altri tratti. Si tratta del segreto principale di una grandissima traccia, che apre In No Man’s Memory col botto! Un breve interludio col lieve grattare di un vinile, poi entra in scena Ashland, sin da subito oscura e minacciosa, ma con un forte sottofondo malinconico, sottolineato bene dalle melodie vagamente gothic della chitarra di Durante che appaiono spesso. Esse prendono il sopravvento di tanto in tanto, per brevi frazioni aperte che spezzano l’opprimente aura del resto. In tutto questo c’è spazio anche per una frazione centrale delicata, con la sola chitarra pulita sopra a una base ritmica vagamente jazz, una sezione ispirata agli Opeth al cento percento. Vale lo stesso anche per il crescendo successivo, melodico eppure di gran potenza, anche se le venature post-metal che i Proliferhate schierano lo aiutano a non sembrare troppo stantio. Se è vero che alcuni passaggi sembrano già sentiti nei dischi della band di Mikael Åkerfeldt, è però l’unico particolare fuori posto di un pezzo ottimo per il resto.

 Al contrario della precedente, Resonance Frequency è molto tranquilla in principio: potrebbe sembrare una ballad, se non fosse per il piacevole caos dato dalla distorsione delle chitarre. Quando poi entra nel vivo,  il brano alterna momenti tranquilli e intimisti, in cui a tratti si mette in mostra il bassista Andrea Simioni, improvvise sfuriate a tinte death e a volte persino black, vorticose e rabbiose, e tratti di raccordo melodici e progressivi. I momenti migliori sono però i ritorni di fiamma dell’inizio, potenti ma con tante armonie che si intrecciano, come la splendida frazione celestiale posta a metà esatta del pezzo. In ogni caso, la struttura è intricata, ma con un filo conduttore forte che rende ogni passaggio ben piazzato e il tutto amalgamato a dovere. Abbiamo insomma un episodio grandioso, a un pelo dai migliori di In No Man’s Memory. La successiva Der Grossman si avvia cupa e tempestosa, un’aura che si ripresenta più volte lungo il pezzo. Qua e là compaiono stacchi non troppo veloci ma potenti e rabbiosi, a tratti persino apocalittici, con i potenti riff di Lorenzo Moffa e il growl estremo di Durante. La base è invece meno oppressiva: che sia veloce e sfuggente oppure lenta e ondeggiante, il mood che domina è mesto e spesso dilatato, onirico. Ciò è reso attraverso ritmiche più espanse del solito e melodie di chitarra piazzate nei posti giusti, che danno al tutto un pathos ancor più spinto. Aiuta l’intento anche un’impostazione lineare e non troppo intricata, che rende il tutto addirittura di facile ascolto. È un altro punto di forza di una traccia splendida, tra i punti di livello più alto della scaletta. È ora il turno di In No Man’s Memory,nostalgica strumentale che per lunghi tratti è retta dalla chitarra pulita, a cui però Simioni al basso e Daniele Varlonga alla batteria danno un valido supporto. Si crea così uno scenario delicato, disimpegnato se non fosse per il velo di sentimento che lo avvolge. In ogni caso, per circa metà la traccia prosegue sulle stesse coordinate, per poi farsi anche più docile. La cosa però non dura: presto la densità sale, in un crescendo che ci porta a un finale potente. Anche qui però sono le melodie a farla da padrone: nonostante le ritmiche d’impatto, a prendersi la scena è la chitarra di Durante, autrice di uno splendido assolo. Si tratta del punto più alto di una traccia splendida, che nonostante la breve durata è tutt’altro che un interludio di poco valore: si rivela anzi uno dei pezzi più belli qui dentro!

Apologia di un Povero Diavolo, pt. 2 si rivela presto più movimentata e aggressiva della opener, aprendosi con una lunga progressione di riff, potente e vorticosa, arricchita a tratti dal growl minaccioso del solito Durante. C’è spazio anche per lunghe frazioni che riprendono vari temi dalla prima Apologia…, di norma melodici e infelici, anche se a volte è la componente bizzarra a tornare. Il tutto è sostenuto da una struttura labirintica, con tanti cambi repentini e tratti di pura tecnica che spuntano qua e là. Ogni tanto tuttavia le scelte del gruppo convincono poco, specie per quanto riguarda gli incastri: se ogni singola frazione è di alto livello, qualche cambio lascia un po’ perplessi. Tuttavia, non è poi così grave: di norma la traccia è ben fatta, e qualche spunto è di livello elevato. Spicca per esempio la lunga fuga finale, frenetica e quasi stridente, ma molto piacevole. Si tratta del passaggio più bello di un pezzo non all’altezza della prima parte, che risulta persino il meno riuscito di In No Man’s Memory, ma in fondo vuol dire poco: abbiamo lo stesso un brano piuttosto buono. Siamo ormai agli sgoccioli, e per l’occasione i Proliferhate schierano The Court of Owls, che si apre serrata e rabbiosa,  ma solo per breve tempo prima che il ritmo cali drasticamente. È l’inizio di un’evoluzione che alterna momenti tranquilli, dominati dagli arpeggi di chitarra pulita, e passaggi altrettanto lenti ma ossessivi e asfissianti, con la loro minacciosa oscurità e il gran impatto. C’è spazio di tanto in tanto anche per alcune accelerazioni: a volte sono imperiose e convulse, con influssi deathcore, in altri frangenti è solo la sezione ritmica a essere movimentata, mentre le melodie la fanno da padrona. Si tratta di passaggi che non durano mai troppo: prima o poi la norma più distesa torna sempre alla carica. Tuttavia, il complesso non annoia mai, sono tantissime le variazioni che rendono la falsariga sempre interessante: si va da venature post-rock a sinistri fraseggi di chitarra. Il meglio che il pezzo offre è però la sua atmosfera, cupa anche nei momenti più aperti e soprattutto estremamente avvolgente. È il punto di forza assoluto di una traccia ancora ottima, poco sotto al meglio che l’album abbia da offrire. A questo punto, c’è spazio solo per l’outro In My Deep. Si tratta di un frammento pieno di effetti ambientali, caotico ma calmo, che dura pochi secondi prima di riprendere il convulso finale di Apologia pt. 2. È solo un attimo, perché poi tutto tace: si tratta di un finale enigmatico, ma adatto a un disco del genere.

Alla fine della fiera, In No Man’s Memory è un album molto ben composto e suonato, a modo suo personale e nemmeno troppo distante dal capolavoro. Per questo, i Proliferhate sono altamente consigliati a tutti i fan del progressive estremo, in special modo quelli degli Opeth che la svolta prog rock di Heritage ha reso “orfani”. Scopriteli anche voi: troverete un gruppo che si rifà agli svedesi ma senza copiarli, offrendo una valida alternativa che quasi sicuramente saprà soddisfare i vostri gusti!

Voto: 86/100

Mattia

Tracklist:

  1. Apologia di un Povero Diavolo, pt. 1 – 09:51
  2. Ashland – 04:47
  3. Resonance Frequency – 05:10
  4. Der Grossman – 05:22
  5. In No Man’s Memory – 04:01
  6. Apologia di un Povero Diavolo, pt. 2 – 07:27
  7. The Court of Owls – 08:06
  8. In My Deep – 01:05
Durata totale: 45:49
Lineup:
  • Omar Durante – voce e chitarra solista
  • Lorenzo Moffa – chitarra ritmica
  • Andrea Simionei – basso
  • Daniele Varlonga – batteria
Genere: progressive/death metal
Sottogenere: extreme progressive metal

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