Månegarm – Vargstenen (2007)

Per chi ha fretta:
Durante la propria carriera, gli svedesi Månegarm si sono sempre mossi su standard di qualità altissima, come dimostra per esempio il loro quinto album Vargstenen (2007). Nonostante quello del gruppo sia un genere sfruttato come il folk/black/viking metal nordico, si tratta di un album fresco e convincente, sia per quanto riguarda il concept che, soprattutto, per la musica. Quella degli svedesi è infatti lontana dagli stereotipi e scritta molto bene, con tanti passaggi memorabili e strutture mai scontate. Ne sono una buona dimostrazione per esempio l’intensa En Fallen Fader, la grande suite Visioner På Isen e la lineare Vedergällningens Tid, giusto la punta dell’iceberg di una tracklist di altissimo livello, in cui la sola Nio Dagar, Nio Nätter è considerabile come una lieve flessione. Per tutti questi motivi rivedibile, Vargstenen è un capolavoro assoluto nel suo genere, altamente consigliato ai fan di folk, black e viking!

La recensione completa:
Cos’è che rende un gruppo un grande nome in un determinato genere? In parte è una questione di fortuna: bisogna trovarsi al posto giusto nel momento giusto, né in anticipo né in ritardo coi tempi. Per fare un esempio, il momento giusto per l’heavy classico erano i primi anni ottanta: i gruppi che oggi ripongono lo stesso genere, pur essendo in certi casi ottime, difficilmente raggiungeranno mai il livello dei grandi nomi. Eppure, il tempismo non è tutto: serve anche la costanza di pubblicare dischi di altissimo livello uno dietro l’altro, senza cali. È probabilmente questo uno dei segreti che nel tempo ha reso i Månegarm uno dei gruppi più famosi nel panorama viking e folk metal mondiale. Non solo sono usciti fuori in un momento in cui i loro generi cominciavano l’ascesa verso il successo: soprattutto, nella loro storia hanno inciso tanti album grandiosi, come per esempio Vargstenen. Quinto album della loro carriera, uscito nel 2007, dimostra che nonostante i quattro capolavori precedenti i lupi svedesi non erano ancora sazi, avevano anzi voglia di spingersi oltre i loro standard. Abbiamo infatti un concept album piuttosto ambizioso su un viaggio di vendetta, che si svolge attraverso i Nove Mondi della mitologia norrena, ma senza i soliti cliché esagerati di certo viking metal dozzinale. Più o meno vale lo stesso per la musica: Vargstenen suona infatti fresco e ben lontano dagli stereotipi del folk e del black anche a oggi, nonostante i due generi siano col tempo divenuti un po’ inflazionati. Soprattutto, brilla la scrittura dei Månegarm: quasi tutti i brani hanno passaggi di livello assoluto che donano loro una personalità forte, e seguono strutture mai scontate o uguali alle altre. Vargstenen è insomma un album di alto livello, con molti grandi brani e un’unica sbavatura costituita dal suono generale. Se la registrazione è grezza ma adatta al genere degli svedesi, il mixing è a volte sbilanciato verso gli elementi metal, mentre tende un po’ a nascondere il violino di Janne Liljeqvist. Si tratta però di un difetto lieve, che non rovina quasi per niente il fantastico viaggio che è Vargstenen.

Le danze partono da Uppvaknande (“risveglio”), intro  che si avvia con effetti inquietanti, da cui dopo un po’ si stacca una melodia lontana e antica di chitarra, con un chiaro senso evocativo. Questa melodia si rafforza sempre di più, aiutata a incidere anche dalla batteria marziale del leader Erik Grawsiö: si raggiunge un apice di intensità, poi tutto torna a spegnersi. Ma è solo un attimo: presto Ur Själslig Död (“dalla morte dell’anima”) torna alla carica con potenza. È uno sfogo iniziale molto intenso, poi la musica si stabilizza su una norma con potenti chitarre black metal che si intrecciano con la melodia folk del violino di Liljeqvist, il tutto valorizzato da Grawsiö, che svaria tra scream, growl e pulito evocativo. Il tutto è movimentato e frenetico, battagliero, con stacchi ritmici che ne accentuano ancora di più la carica anthemica. Questa è la norma che regge solo la parte iniziale e quella finale: la sezione al centro è invece più inquieta e oscura, oltre che tortuosa. Si incolonnano un tratto vorticoso e preoccupato, uno soffice con solo le chitarre pulite in scena e uno sfogo estremo di pura rabbia black. Nonostante i cambi repentini, si tratta di una sezione convincente, che si incastra bene nel resto. Abbiamo insomma una opener che nonostante la breve durata incide a dovere, anche se il meglio deve ancora arrivare! La successiva En Fallen Fader (“un padre caduto”) è da subito molto incalzante, coi rapidi giri del violino che fanno bella mostra di sé su una base movimentata ma non troppo cupa. È una falsariga che torna spesso,specie sotto ai ritornelli, che sono resi anthemici. Le strofe sono invece di tenore diverso: le partiture folk scompaiono e l’atmosfera diventa pesante, per colpa del cupo e possente riffage di Jonas “Rune” Almquist e Markus Andé. Si tratta di una base eccelsa, ma i Månegarm al centro cambiano strada: stavolta c’è una progressione lunga e unitaria. Dopo un altro stacco soffice e addirittura delicato, la traccia comincia a salire di potenza: in breve ci ritroviamo in un ambiente potente ed epico ma al tempo stesso malinconico, da veri brividi per l’intensità sprigionata. In questa parte è fondamentale il contributo di Grawsiö al microfono e del violino di Liljeqvist, che arricchiscono ancor di più il momento topico del brano. Non che il resto sia scadente, al contrario abbiamo un piccolo capolavoro, da annoverare tra il meglio che Vargstenen abbia da offrire!

Den Gamle Talar (“l’anziano parla”) si rivela un lieve intermezzo per riposare le orecchie, in cui la chitarra folk e il violino si intrecciano su lievi percussioni, accompagnando al meglio la voce soffice di Grawsiö. Si tratta di un pezzo che serve principalmente a mandare avanti il concept, ma anche così non è male: le sue melodie sono valide, e seppur non spicchi troppo fa comunque una bella figura. Si torna quindi alla potenza con la debordante Genom Världar Nio (“attraverso i nove mondi”). Dopo un breve intro d’impatto, si avvia una convulsa fuga black metal retta dal d-beat di Grawsiö, che le dà persino suggestioni punk. È una partenza minacciosa e oscura, ma presto il pezzo si apre: brevi bridge meno oscuri introducono chorus ancora energici ma che perdono anche gli ultimi brandelli di cupezza e si fanno trionfali e catturanti con potenza. Questa progressione si ripete più volte nel corso, rallentando giusto un po’ nella frazione conclusiva. L’unico passaggio che fa eccezione è quella centrale, che parte di nuovo da uno stacco morbido per diventare un pezzo possente e solenne, valorizzato dalla solita prestazione vocale di qualità e da uno strano assolo di qualche strumento folk (forse una cornamusa). Non sarà una sezione bella come ciò che ha intorno, ma è lo stesso un valido contraltare per una traccia a un pelo dai picchi del lotto. È ora il turno di Visioner På Isen (“visioni sul ghiaccio”), lunga suite che progredisce con calma. Sul suo ritmo ondeggiante e lento si scambiano momenti potenti ma anche con una certa dolcezza e passaggi più duri. Appartengono alla prima categoria i refrain, di grandissimo impatto epico e potente grazie ai soliti cambi vocali di Grawsiö e a una melodia di base vincente. Sono invece del secondo tipo buona parte della strofe, di impatto davvero forte nonostante il ritmo non salga mai. C’è spazio anche per tratti in cui le due norme si mischiano in qualcosa di obliquo e particolare, ma di grande impatto. In generale, la musica tende a evolversi molto, in un flusso continuo con aperture verso la melodia ma anche frazioni in cui il ritmo sale verso lidi black oscuri e blasfemi. La parte migliore è però forse quella al centro, riflessiva e avvolgente, con la bellissima melodia folk scandita all’unisono da violino e chitarre, e il frontman che duetta a tratti con la ospite Umer Mossige-Norheim. Non che il resto sia da meno: il songwriting è di livello stellare, perfetto in special modo dal punto di vista dell’atmosfera, variegata e coinvolgente al massimo per epicità. Ne risulta un brano incredibile, non solo uno dei punti più alti di Vargstenen ma forse anche della carriera dei Månegarm.

Anche Vargbrodern Talar (“parla il fratello lupo”) è un interludio con il connubio chitarra folk/violino/voce placida, oltre a rare percussioni. Valgono qui le stesse considerazioni fatte per Den Gamle Talar: non aggiunge molto all’album, ma almeno ha il pregio di essere piacevole. I Underjorden (“nel mondo di sotto”) si avvia quindi con un breve intro molto oscuro, che dà vita a una canzone altrettanto lugubre, con una base possente e incalzante su cui si intrecciano i fraseggi cupi del violino. Eppure il ritmo non è troppo veloce, nonostante la doppia cassa sferzante di Grawsiö sia sempre presente, e lo stesso frontman passa al growl solo ogni tanto. Ne risulta un ibrido particolare, per nulla estremo ma che riesce a incidere con la sua cupezza. C’è spazio per qualcosa di più rutilante e aggressivo solo al centro, quando dopo un momento arcigno e strisciante parte una fuga imperiosa a tinte puramente black, di impatto devastante. È una frazione che si esaurisce in breve, con il convulso assolo di Liljeqvist, ma lascia un’ottima impressione e non stona con ciò che ha intorno, anzi ne accentua la carica oscura. Si tratta di un arricchimento di peso per una traccia forse non al livello del meglio di Vargstenen ma comunque splendida e di livello assoluto.  Dopo un breve intro di gran potenza, la seguente Nio Dagar, Nio Nätter (“nove giorni, nove notti”) entra nel vivo come un pezzo dinamico e ansioso, con una rapida alternanza tra strofe di basso profilo e chorus più estroversi, tra cui a tratti spuntano dei ritorni di fiamma del preludio. Si tratta di una norma avvolgente, ma stavolta le melodie non funzionano a dovere: tutte e tre le componenti, seppur abbiano discreta potenza, risultano un pelo anonime e inespressive. Per fortuna, non è una situazione che dura: presto la traccia svolta, prima su un incastro di riff molto taglienti e poi, passata la metà, su qualcosa di maggior impatto emotivo. I Månegarm realizzano qui la loro classica progressione, partendo da un intermezzo delicato per poi strappare verso una falsariga lenta ma potente ed epica. È un altro passaggio da brividi, valorizzato dalle melodie folk della chitarra e del violino, che incide in maniera spettacolare prima che la norma principale torni. Nel complesso abbiamo il pezzo meno bello di Vargstenen, anche se vuol dire poco: la parte centrale resta grandiosa, e l’impressione è che in un album di livello medio sarebbe tra i brani più riusciti!

Vargstenen (“la pietra del lupo”) si apre con un riffage unico che la contraddistingue in maniera forte: è un vortice di note potentissimo retto dal blast beat, ma presenta anche un carico incredibile di melodia. È la frenesia a dominare qui: se ogni tanto qualche stacco breve e leggero giunge a far riposare le orecchie, di norma la traccia è davvero veloce, con tratti convulsi che si scambiano con altri lievemente più calmi ma con lo stesso impatto travolgente. Solo al centro c’è spazio per qualcosa di più rilassato e aperto, in cui il ritmo cala e il violino si prende il primo piano in uno scenario tranquillo e sognante. Si tratta di una lunga frazione con passaggi melodici e dal vago retrogusto addirittura power che condividono la scena con altri più tesi e nella seconda metà anche più rapidi, ma senza salire mai troppo e senza abbandonare la melodia né l’apertura. Ciò accade solo quando la norma principale torna alla carica, anche se per poco: presto l’anima più distesa riprende il sopravvento. In ogni caso, entrambe le componenti sono ottime – in special modo quella più melodica – e la loro unione è vincente. Abbiamo infatti l’ennesimo pezzo splendido, a un pelo dal meglio dell’album a cui dà il nome. Giunge ora Vedergällningens Tid (“il tempo della rappresaglia”), brano più breve e semplice della media di Vargstenen, in cui i Månegarm guardano al folk metal moderno meno estremo. Stavolta il black metal torna solo in qualche scream qua e là, per il resto la struttura si divide tra strofe espanse e di basso profilo e ritornelli catchy molto espressivi, il tutto arricchito da passaggi strumentali di altissimo livello. A dominare su tutto questo è uno spirito che pur non rinunciando a venature evocative è soprattutto malinconico, con un pathos possente e molto incisivo. È questo, oltre alle tante bellissime melodie, il segreto di un episodio breve ma bellissimo, da includere addirittura tra i pezzi più belli dell’intero lotto. L’album potrebbe anche terminare qui: per caratteristiche, Vedergällningens Tid è perfetta come finale. Tuttavia, gli svedesi hanno deciso di piazzare un episodio ulteriore, Eld (“Fuoco”), e il tentativo convince. Si tratta di un pezzo melodico, con le chitarre folk, le percussioni e lo scacciapensieri come base di Grawsiö, che scandisce una melodia vocale dolce e avvolgente, a volte con l’aiuto della Mossige-Norheim. Si tratta di un altro interludio breve, ma per melodie e suggestioni risulta molto bello, probabilmente il migliore del disco, oltre a essere più che adatto come finale.

Per concludere, Vargstenen è senza dubbio un capolavoro assoluto nel suo genere, con tanta sostanza e pochissimi punti morti. C’è poco altro da dire: se siete amanti del black, del folk o del viking metal, è un lavoro che vi è altamente consigliato, come del resto buona parte della discografia dei Månegarm. Se ancora non l’avete fatto, cercate di colmare la lacuna al più presto!

Voto: 96/100

Mattia

Tracklist:

  1. Uppvaknande – 01:49
  2. Ur Själslig Död – 04:24
  3. En Fallen Fader – 05:57
  4. Den Gamle Talar – 02:08
  5. Genom Världar Nio – 05:37
  6. Visioner På Isen – 08:53
  7. Vargbrodern Talar – 01:32
  8. I Underjorden – 04:12
  9. Nio Dagar, Nio Nätter – 04:44
  10. Vargstenen – 05:34
  11. Vedergällningens Tid – 03:46
  12. Eld – 02:36
Durata totale: 51:12
Lineup:
  • Erik Grawsiö –  voce e batteria
  • Jonas “Rune” Almquist – chitarra
  • Markus Andé – chitarra
  • Janne Liljeqvist – violino
  • Pierre Wilhelmsson – basso
Genere: folk/black metal
Sottogenere: viking metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Månegarm

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