Abduction – From Uranus to Your Anus (2016)

Per chi ha fretta:
From Uranus to Your Anus (2016), primo full-lenght dei cagliaritani Abduction, è un album divertente. Nonostante il suo genere sia un thrash metal uguale a quello di tanti altri, solo leggermente più spostato verso il crossover e il punk, il gruppo riesce a renderlo incisivo. I sardi sono bravi nel creare pezzi brevi e senza fronzoli, che risultano energici al punto giusto, e hanno un buon livello di ironia. Dall’altro lato, la già citata mancanza di originalità, un po’ di omogeneità e qualche difficoltà del gruppo nell’approcciarsi con spunti più melodici castrano un po’ la resa generale. Niente paura, però, anche così l’album è tutto di buon livello: lo dimostrano picchi come la forsennata Free Alcohol Party, la diretta Broken Leg Dance e la punkeggiante Too Much for You (We Are the Mosh). Concludendo, pur non essendo un disco memorabile, From Uranus to Your Anus è coinvolgente e adatto se si cerca mezz’ora di divertimento ignorante. 

La recensione completa:
Divertente: volendo essere sintetici al massimo, è questa la descrizione migliore per From Uranus to Your Anus, primo album dei cagliaritani Abduction. Nata come una one-man band del cantante/chitarrista Elvio Corona nel 2012, esordisce l’anno successivo con il suo primo demo, intitolato anch’esso From Uranus to Your Anus. Nel corso degli anni successivi, la formazione ha vissuto l’ingresso di altri due membri, che l’hanno resa un gruppo vero e proprio. È proprio come trio che quest’anno la band ha pubblicato prima lo split album pseudo-politico Salvini’s Punk Fuck Off (in compagnia di due gruppi lombardi, i grind/deathster Rats of Society e i death/thrasher Anal Slave of Satan) e poi finalmente l’agognato esordio sulla lunga distanza. Il genere che gli Abduction affrontano in esso è di base un thrash metal molto classico, anche se i sardi lo arricchiscono di un forte ascendente proveniente dal punk e dal crossover. Il connubio risulta più vicino alla scena tradizionale East Coast che a quella Californiana degli stessi anni, uno stile che deve molto a Nuclear Assault, Anthrax, Overkill e D.R.I., oltre che in misura minore a Exodus e Metallica. Si tratta di un particolare che dà un tocco di personalità in più ai sardi, che per il resto sono rientrano in pieno nell’attuale revival del genere. Al contrario della maggior parte delle uscite del genere, però, From Uranus to Your Anus è un album che riesce a non suonare troppo trito o stantio, riuscendo nell’intento di coinvolgere. Merito in primis della bravura degli Abduction, che sanno quali tasti toccare e lo fanno con spontaneità: le loro sono canzoni brevi, lineari e che brillano per impatto, senza i fronzoli e le variazioni che alcuni inseriscono senza cognizione di causa. Lo stesso vale per l’album, che in poco più di mezz’ora riesce a evitare rischi come la prolissità e la noia. Il segreto migliore dei sardi è però l’ironia: sin dal titolo, From Uranus to Your Anus dimostra di non volersi prendere sul serio, e come già accennato ne deriva un pervadente senso di divertimento. Certo, non è un album memorabile, e i difetti non mancano: oltre alla carenza di originalità, il lavoro si rivela un po’ omogeneo, con fraseggi che finiscono per assomigliarsi. In più, ogni tanto gli Abduction cercano di spostarsi su terreni lievemente più melodici, ma il tentativo spesso non funziona molto bene: sicuramente rendono al meglio quando cercano l’impatto. Sono tutti problemi relativamente incisivi che però non castrano troppo l’album, come leggerete tra poco.

Le danze cominciano da They’ve Arrived, preludio espanso occupato per metà da campionamenti di urla, suoni fantascientifici e messaggi radio, presi probabilmente da diversi film di invasioni aliene e sovrapposti in qualcosa di vagamente inquietante. Dopo la metà, il pezzo vira quindi verso una semplice norma thrash veloce e diretta, con due soli riff che si incastrano tra loro in maniera ossessiva. Si tratta di un’ulteriore pennellata per un intro forse un pelino lungo, ma in fondo  piacevole. A ruota arriva quindi la opener vera e propria, Raped by Aliens. Si tratta di un lungo brano (almeno, più della media dell’album) che senza un attimo di pausa entra in scena movimentato e potente, con una rapida carrellata di incastri ben riuscita e che si presta bene al pogo. È il preludio di una norma diretta e potente, che alterna rapida strofe dritte al punto rese aggressive anche dalla voce graffiante e sguaiata di Corona, bridge vorticosi e ritornelli leggermente più rallentati e morbidi. Questi ultimi risultano però un po’ mosci, anche se le loro melodie vagamente sinistre hanno qualcosa da dire. A funzionare meglio sono invece gli stacchi strumentali: brevi o lunghi che siano, hanno quasi sempre un ottimo impatto. Lo dimostra la lunga coda finale, che attraversa cambiamenti notevoli, ma in cui ogni passaggio funziona molto bene. È il meglio che abbia da offrire una traccia non eccezionale ma di buon livello. In principio, la successiva No Retribution è lenta ma aggressiva, con chiare influenze punk, ma presto si svolta su una falsariga più frenetica. Parte da qui una progressione che alterna in maniera semplice le due parti. Appartengono a quella più veloce le strofe, dirette e con un mood arrabbiato, anche se Corona e il ritmo movimentato le danno anche una nota divertente. Ben diversi sono i refrain, che dopo un breve sfogo serrato riprendono  la norma iniziale, e si pongono taglienti – il che è ovvio, visto il testo che verte tutto sul tema della disoccupazione, non senza un pizzico d’ironia. La metà migliore del pezzo è però la seconda, che mescola le suggestioni delle due anime sentite in precedenza e si pone come una fuga travolgente, con ancora forti influssi punk. Si tratta del meglio che abbia da offrire una traccia ottima in toto, appena sotto ai picchi assoluti di From Uranus….

Dopo un intro con uno spezzone parlato del comico Bill Hicks (che tornerà anche alla fine), che ha come tema la marijuana, parte Weed Sells (…and We’re Buying), brano di velocità media molto alta. Il batterista Francesco Demuru la conduce su una norma convulsa e senza cali, specie nelle strofe, dirette e con un riffage splendido, di gran potenza. Cambiano leggermente coordinate i ritornelli, veloci allo stesso modo ma più melodici, che incidono meno ma svolgono bene il loro lavoro. Inoltre, la struttura è molto lineare: c’è spazio per qualcosa di diverso dalla norma solo al centro, con un rapido assolo della chitarra di Corona, peraltro di buona qualità. È un altro arricchimento per una traccia molto buona, poco lontana dal meglio dell’album. Giunge ora The Toxic Avenger Attack, che sin dall’inizio alterna passaggi da thrash classico (anche più del solito) con un lieve ascendente addirittura speed, e momenti in cui la spinta punk del gruppo torna con potenza. Ciò accade in special modo nelle strofe, saltellanti e anthemiche, con a tratti in evidenza il basso di Stefano Oliva, mentre altrove è la chitarra che si prende la scena. Parte da qui un’evoluzione che si potenzia sempre di più, conducendo l’ascoltatore fino a refrain esplosivi e memorizzabili con facilità. Tutto questo funziona abbastanza bene: peccato però che stavolta la parte strumentale al centro funziona meno bene, nonostante la parte cantata successiva sia di gran impatto. È in fondo un difetto veniale per un pezzo che nel complesso funziona bene. Dopo un intro di effetti sonori inequivocabili, è il turno della travolgente Free Alcohol Party, nientemeno che la thrash song alcolica più classica. Sul ritmo forsennato di Demuru si srotola un pezzo di gran frenesia, con un riffage quasi stordente e di efficacia assoluta su cui Corona urla a pieni polmoni, per un effetto di gran potenza . C’è spazio anche per qualche rallentamento qua e là: sono momenti con la giusta energia, e di sicuro non lo ammosciano, gli danno anzi il giusto respiro. Buoni anche i vari arrangiamenti sparpagliati nel corso della canzone, di solito con ritmiche dall’impatto adeguato. È la quadratura di un cerchio per un pezzo semplice ma splendido, un altro dei picchi assoluti di From Uranus…!

Broken Leg Dance si apre con la sezione ritmica e suoni di un’ambulanza, per poi esordire come un mid tempo maschio e possente. Tuttavia, siamo ancora nell’intro, perché la traccia vera e propria si mostra convulsa, col senso di frenesia tipico degli Abduction. La struttura scambia con urgenza strofe lineari di grande energia e ritornelli vorticosi e possenti, più nervosi del resto. Si tratta di una fuga precipitosa, che si acquieta solo al centro, con un breakdown lento ma obliquo, da puro mosh (molto adatto per un brano il cui testo parla proprio di questo). È l’unica variazione degna di nota di un pezzo diretto come un treno in corsa, da considerare tra gli episodi migliori del lotto. Dopo un uno-due micidiale come quello appena passato, From Uranus… si affossa un pochino con Pleasure to Grill. Si tratta di un pezzo a tratti piacevole, specialmente nelle strofe, che pur sapendo un po’ di già sentito hanno un discreto impatto; vale lo stesso per la parte centrale, lenta ma potente, valorizzata da Demuru coi suoi rulli. Questo sforzo viene però vanificato da chorus rallentati e strani, quasi cacofonici, che non supportano il resto a dovere.  Contribuisce anche la corta durata, che fa sembrare la canzone quasi incompleta: il risultato di tutto ciò è insomma il punto più basso di tutto l’album, quasi un riempitivo.  Per fortuna l’album si ritira su subito con Street Sharks, furiosa rivisitazione della sigla americana dell’omonimo cartone animato degli anni novanta (noto in Italia come “Quattro Pinne all’Orizzonte”). Non è un’idea originale (per esempio l’hanno già fatta i Bonded by Blood con la sigla delle Tartarughe Ninja), ma al gruppo riesce bene. Abbiamo infatti un pezzo col giusto impatto, che travolge tutto nel suo minuto di durata, prima di lasciar spazio a un frammento della sigla italiana del cartone. Ne risulta una rilettura non eccelsa ma godibile, che di sicuro non stona in From Uranus…, anzi. a questo punto, la scaletta è ormai agli sgoccioli: c’è posto solo per Too Much for You (We Are the Mosh),che mette subito in mostra i suoi temi principali, anche se a tratti in maniera più rallentata di quanto si sentiranno poi. Quando poi si entra nel vivo, abbiamo un pezzo rapidissimo, che scambia strofe dirette e incalzanti con refrain obliqui e minacciosi, il tutto all’insegna di un ascendente punk anche più sviluppato che in precedenza. Più nel classico thrash è invece la vorticosa parte centrale, con degli incastri ben riusciti. Da citare è anche il finale, cadenzato e potente, oltre a essere la parte del pezzo che si stampa più facilmente in mente con la sua carica anthemica. È un altro elemento di grande spessore per un pezzo splendido, il migliore dell’album che chiude con Free Alcohol Party e Broken Leg Dance.

Chiudendo i conti, From Uranus to Your Anus è un lavoro non memorabile ma che svolge egregiamente il suo compito, quello di coinvolgere l’ascoltatore. Certo, gli Abduction non fanno niente che non si sia già sentito nel mondo del thrash metal, ma almeno lo fanno bene, meglio di buona parte dell’attuale revival del genere. Per questo, se cercate un capolavoro assoluto del crossover thrash, probabilmente dovreste evitare il loro esordio. Se però cercate invece solo mezz’ora di divertimento rozzo e ignorante correte a comprarlo, è un album perfettamente adatto al vostro scopo!

Voto: 76/100


Mattia
Tracklist:
  1. They’ve Arrived – 03:07
  2. Raped by Aliens – 05:38
  3. No Retribution – 03:49
  4. Weed Sells (… and We’re Buying) – 03:23
  5. The Toxic Avenger Attacks – 04:20
  6. Free Alcohol Party – 03:16
  7. Broken Leg Dance – 03:45
  8. Pleasure to Grill – 02:09
  9. Street Sharks – 01:03
  10. Too Much for You (We Are the Mosh) – 03:27
Durata totale: 33:57

Lineup:

  • Elvio Corona – voce e chitarra
  • Stefano Oliva – basso
  • Francesco Demuru – batteria
Genere: thrash metal
Sottogenere: crossover thrash metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Abduction

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