Armored Saint – Symbol of Salvation (1991)

Per chi ha fretta:
Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio del decennio successivo, gli Armored Saint hanno vissuto un periodo difficile, culminato con la morte di Dave Prichard nel 1990. Eppure, le tante difficoltà non hanno avuto conseguenze negative a livello musicale, come dimostra Symbol of Salvation (1991). Si tratta di un album fresco e convincente, a metà tra heavy classico e pulsioni più moderne, con in particolare qualche influsso sleaze che però non ne intacca l’anima metallica. A rendere l’album un capolavoro è però la classe cristallina degli Armored Saint, che si esprime in tante ottime canzoni, come per esempio le varie Reign of Fire, Tribal Dance, la title-track, Hanging Judge o Spineless. Per questo, nonostante la presenza di qualche pezzo meno bello, Symbol of Salvation è un piccolo capolavoro, da non sottovalutare per lo scarso successo che ha avuto per essere uscito durante l’era del grunge. 

La recensione completa:

Forse non ci si pensa mai, ma la maggior parte delle band heavy metal americane negli anni ottanta ha vissuto più che altro sfortune. Molti i sono rimasti nomi nell’ombra proprio perché le traversie che hanno dovuto attraversare hanno loro impedito di raggiungere il successo che meritavano per il valore della loro musica. Anche le band considerate importanti non sono state esenti da piccole e grandi sfortune: il caso degli Armored Saint da questo punto di vista è calzante. Dopo tre grandi album, a fine anni ottanta la band era riuscita a ritagliarsi un piccolo angolo di spazio nelle preferenze dei fan dell’heavy metal, ma aveva avuto anche alcuni problemi, specie a livello di lineup. Tre anni dopo l’abbandono del fratello chitarrista Phil, che aveva ridotto la formazione a quartetto, nel 1988 anche il batterista Gonzo Sandoval aveva lasciato. I membri rimanenti non si erano però lasciati scoraggiare, e oltre a Eddie Livingston dietro le pelli aveva reclutato l’ex Odin Jeff Duncan come seconda chitarra, ricomponendo di nuovo un quintetto. Ma una nuova tegola, stavolta davvero tragica, era dietro l’angolo: alla fine nel 1989 all’altro chitarrista Dave Prichard venne diagnosticata la leucemia, che dopo un breve decorso lo portò alla morte, il 28 febbraio del 1990. Fu un duro colpo per gli Armored Saint, che si ritrovarono a un passo dallo scioglimento. Alla fine però si decise di andare avanti e incidere i pezzi a cui Prichard aveva lavorato, con l’aiuto anche dei fratelli Sandoval, tornati a bordo per l’occasione. Il quattordici maggio del 1991 vedeva così la luce Symbol of Salvation, dedicato alla memoria del chitarrista scomparso. Purtroppo, la sfortuna era ancora in agguato: erano ormai tempi difficili per il metal, giusto qualche mese dopo sarebbe uscito Nevermind dei Nirvana. Così, l’album raccolse meno del dovuto, e quando il cantante John Bush ricevette la chiamata dagli Anthrax, gli Armored Saint si sciolsero. Si tratta di un vero peccato: Symbol of Salvation è infatti un grande album, che avrebbe meritato molta più fortuna. Il suo personale sound con influssi moderni e hard rock ma anche un’attitudine heavy metal al cento percento è grandioso, grazie anche a una bella registrazione, né troppo classica né troppo moderna. Soprattutto, in ogni traccia si respira la classe immutata degli Armored Saint nel creare grande musica: è questo il vero segreto del lavoro, come leggerete nel corso della recensione.

Senza indugi, Symbol of Salvation entra nel vivo subito con Reign of Fire, traccia di puro heavy metal classico sin dal riffage principale, che più tradizionale non si può. La struttura è lineare, con strofe dirette e senza fronzoli che confluiscono in ritornelli con cori catchy ma anche con una potenza da vendere, grazie anche ai polmoni di Bush, cantante tanto talentuoso quanto sottovalutato. Qua e là c’è spazio anche per alcune variazioni, che non spezzano molto la continuità del pezzo ma gli danno un tocco in più, come per esempio la preoccupata frazione centrale o la rumorosa e possente serie finale di riff. Sono arricchimenti per un pezzo di heavy metal classico perfetto e splendido, da inserire nelle classifiche del genere di tutti i tempi, oltre a essere senza dubbio uno dei picchi dell’album che apre. La successiva Dropping Like Flies si apre con un incedere a tratti maleducato e stradaiolo, influenzato sicuramente dallo sleaze che in quel periodo andava per la maggiore coi Guns N’ Roses. Anche in generale, pur non abbandonando il metal, la traccia ha un profilo più basso rispetto alle altre, specie in strofe spesso morbide, nonostante il riffage macinante che le sostiene. Più heavy sono i chorus, anche se in essi è ancora la melodia che domina, coi cori e le chitarre, a cui si contrappongono i tagliente vocalizzi di Bush. Il connubio crea un buon effetto sentimentale, la linea su cui si muove l’intera canzone, lasciando la scena solo in certi momenti più scanzonati e sleaze, come ad esempio l’inizio o l’esteso finale. Essa è presente invece con forza nella lunga parte solistica centrale, il momento più energico dell’intera traccia. Dall’altro lato, ciò fa si che ogni tanto la canzone si alleggerisca un po’: è il principale difetto di un pezzo solido e di livello elevato, anche se accanto a canzoni come quelle che ha intorno tende un po’ a scomparire.

La tensione scende ancora con Last Train Home, nient’altro che la classica semi-ballad anni ottanta. Dopo un avvio energico ma melodico, abbiamo perciò la classica divisione tra strofe calme, con chitarre espanse dal vago retrogusto progressive e il basso di Joey Vera in evidenza, e ritornelli più potenti ma zuccherosi e catturanti. Il tutto è dominato da un pathos fortissimo e palpabile, che insieme alle tante belle melodie rende la canzone emozionante al punto giusto. Degno di nota è anche il momento centrale, meno carico a livello sentimentale ma che si integra bene col resto e presenta degli ottimi assoli da parte di Jeff Duncan. È un altro arricchimento per un grande pezzo, poco lontano dal meglio di Symbol of Salvation. È ora il turno di Tribal Dance, che si apre con le percussioni dell’ospite Aaron Plunkett, seguite poi dalla sezione ritmica: è la svolta che segna l’entrata in scena di un pezzo particolare. In esso si incrociano l’heavy classico degli Armored Saint, altre influenze sleaze e un incedere ancora tribale. Ciò avviene specie nelle strofe, in cui Gonzo Sandoval ripete il ritmo tribale sentito all’inizio, seguito dal riffage al di sopra, il che crea un effetto strano, di attesa. Questo si scioglie poi con i ritornelli, esplosivi e liberatori, che colpiscono con grandissima potenza nonostante la loro estrema semplicità. C’è poco altro da dire sul pezzo, la struttura è lineare e l’unica variazione è la solita sezione centrale di qualità, stavolta anche più intricata del solito. Per il resto abbiamo un pezzo strano ma grandioso, uno dei migliori in assoluto della scaletta.

The Truth Always Hurts si rivela presto lenta, rilassata e sensuale, simile per melodie al tipico hard rock anni ottanta, anche se la potenza resta puramente metal. Lo si sente nelle strofe, potenti nonostante una certa rilassatezza; i ritornelli al contrario sono leggermente più morbidi, ma presentano un po’ di malinconia in più. Questa sensazione emerge con forza solo in alcuni passaggi qua e là, come per esempio la breve frazione al centro, vagamente contaminata dal southern rock, mentre il resto è sempre scanzonato. La struttura estremamente lineare fa il resto: abbiamo un brano molto godibile e nemmeno troppo lontano dai migliori del disco. Giunge ora Half Drawn Bridge, breve interludio con solo il crepuscolare basso di Vera come ritmo, su cui si intrecciano i nostalgici assoli di Duncan e Sandoval. Si tratta di un momento triste e soffice, molto piacevole, che nonostante la breve durata lascia un’ottima impressione. Anche Another Day si avvia in maniera tranquilla, con gli arpeggi ricercati delle chitarre pulite sotto alla dolce voce di Bush. Questa  norma ci fa credere di essere in presenza di una spoglia ballad, ma pian piano l’intensità comincia a salire, sia a livello di atmosfera che di musica. Si tratta di un crescendo lento ma che affascina con le sue melodie, anche se il meglio il brano lo dà quando, poco dopo metà, strappa verso l’energia, con una norma che conserva le sensazioni precedenti ma le correda con una gran potenza. E così, tra un paio di vorticosi assoli, come sempre ben riusciti e il frontman che dà il meglio di sé, abbiamo una seconda parte potente ed emozionante, la migliore di un pezzo che pur non raggiungendo i migliori del lavoro risulta ottimo.

Si torna a qualcosa di più classicamente heavy metal con Symbol of Salvation, che ha dalla sua un riffage bollente e sempre in movimento,  con un vago influsso ancora sleaze. Ciò è evidente specie nelle strofe, frenetiche e ballabili, che si consumano in breve prima di passare a bridge strani, vagamente scuri. È il preludio a ritornelli, di grandissima potenza, ma al tempo stessi molto catchy, con lo scambio tra Bush e i cori, un momento davvero efficace che si stampa facilmente in mente. Completa il quadro l’ennesima parte centrale di qualità, stavolta più variegata del solito, con scatti magmatici e una seconda metà tranquilla, che fa riposare per un attimo le orecchie prima del nuovo assalto È il perfetto contraltare per una canzone splendida, un altro dei picchi del disco omonimo. Dopo un inizio di potenza, la successiva Hanging Judge si sposta su una norma un po’ particolare, con la chitarra in lead di Duncan spesso ben in vista sopra alle ritmiche. Ciò accade in special modo nei ritornelli, molto catchy; più classici sono invece le strofe e i brevi bridge, dirette e potenti, ma si incastrano bene col resto, senza il minimo spigolo. La struttura è semplice, con giusto un breve assolo al centro come variazione, ma non è un problema. La classe degli Armored Saint si mostra qui ai suoi massimi livelli, e il risultato è un altro pezzo di qualità eccelsa. Dopo un uno-due del genere è quindi il turno di Warzone, che prende il via da un intro frenetico, che sembra preannunciare un veloce pezzo speed. Poi però il brano si stabilizza su una norma tranquilla, anche se con residue venature power. Ciò ha luogo specialmente nelle strofe, che sono rese terremotanti a livello ritmico dalla doppia cassa di Gonzo, su cui si posano buone melodie. Esse si scambiano rapidamente coi refrain, meno pestati ma più movimentati, con quel fare sbarazzino che i californiani mostrano spesso in di Symbol of Salvation. Purtroppo, stavolta questi ultimi si rivelano un po’ mosci, la loro melodia esplode meno che altrove, e in generale il pezzo lascia poco: anche la corta durata aumenta questo effetto. Abbiamo insomma un pezzo che preso a sé stante è più che discreto, ma qui sfigura un po’, specie dopo ciò che l’ha preceduto.

A questo punto, l’album si ritira su con Burning Questions, brano preoccupato sin dall’inizio. Col tempo, comincia un evoluzione che coinvolge strofe melodiche, bridge che salgono un po’ di tensione e di pathos prima di esplodere coi chorus. Questi ultimi sono quasi lancinanti, grazie alla voce tagliente di Bush e a un’intensa malinconia, evocata con forza dalle melodie catturanti e dalle ritmiche. In generale, il brano è tutto all’insegna di un mood triste e riflessivo, che viene fuori in ogni passaggio dei suoi quattro minuti. Una struttura lineare e senza troppi fronzoli fa il resto: abbiamo un pezzo emozionante e di altissimo livello. È ora il turno di Tainted Past, che parte da un lungo intro con le chitarre pulite, prima lento e riflessivo, ma che poi diventa ritmato e rapido, ricordando da lontano il country. Per un po’ si continua così, con l’aggiunta della voce e della sezione ritmica, poi le coordinate si spostano di nuovo sul metal, segnando l’esordio di un pezzo simile al precedente per suggestioni (e anche in qualche melodia). I chorus sono pieni di sentimento, oltre a possedere buona energia, anche se i bridge lo sono di più. Le strofe sono invece più dritte e potenti, anche se alcune melodie di chitarra pulita spuntano fuori ogni tanto. Queste ultime punteggiano la canzone, specie nella parte centrale e in quella finale, che presentano lunghi passaggi lenti e morbidi in mezzo a una struttura variegata. In generale, il complesso è meno lineare della media del disco, e le parti acustiche lo rendono anche più rilassato. D’altra parte, qualche passaggio risulta un po’ prolisso, specie alla fine, ma non è un problema grave: pur non essendo tra i pezzi migliori di Symbol of Salvation, abbiamo lo stesso una buonissima canzone. siamo ormai alle battute finali, e per l’occasione gli Armored Saint schierano Spineless, che al contrario della precedente fa della semplicità la sua forza. Dopo un breve intro ossessivo, prende il via come una traccia ritmata, dall’incedere potente e diretto. Ciò si può sentire sia nelle strofe, non troppo veloci ma granitiche e potente, sia nei convulsi e battenti ritornelli, addirittura sinistri per le melodie evocate da Bush e dalle chitarre di vago retrogusto thrash. Si tratta inoltre di un pezzo molto lineare, la cui unica divagazione è al centro, frenetica e rumorosa. È il perfetto contraltare di un pezzo spesso sottovalutato, ma secondo me appena sotto al meglio dell’album che chiude!

Concludendo, forse Symbol of Salvation non sarà il miglior disco degli Armored Saint, vista anche la presenza di qualche pezzo meno bello. Tuttavia, quel che è certo è che resta lo stesso una piccola gemma di heavy metal a metà tra classico e modernità, che già molti hanno rivalutato – anche visto il ritorno sulle scene dei californiani con altri buoni dischi. Anche per questo, il mio consiglio è di non guardare al poco successo avuto all’uscita: se siete amanti dell’heavy metal anzi vi è consigliato con calore.

Voto: 92/100

Mattia
Tracklist:
  1. Reign of Fire – 03:57
  2. Dropping Like Flies – 04:39
  3. Last Train Home – 05:19
  4. Tribal Dance – 04:07
  5. The Trught Always Hurts – 04:20
  6. Half Drawn Bridge – 01:26
  7. Another Day – 05:32
  8. Symbol of Salvation – 04:36
  9. Hanging Judge – 03:45
  10. Warzone – 03:38
  11. Burning Question – 04:18
  12. Tainted Past – 07:04
  13. Spineless – 04:19
Durata totale: 57:00
Lineup:

  • John Bush – voce
  • Jeff Duncan – chitarra
  • Phil Sandoval – chitarra
  • Joey Vera – basso
  • Gonzo Sandoval – batteria
Genere: heavy metal

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