End My Sorrow – Of Ghostly Echoes (2016)

Per chi ha fretta:
Of Ghostly Echoes (2016), primo full-lenght dei danesi End My Sorrow, è un album dalle sonorità vintage. Lo è in primis per il genere, un gothic/doom con voce femminile scarno e che ricorda l’incarnazione anni novanta del genere, in particolare primi Theatre of Tragedy e Paradise Lost. I danesi riescono però a non essere derivativi, grazie alle buone qualità dei musicisti (su tutti la cantante Anne-Mette Nielsen) e un songwriting maturo – del resto il gruppo è in giro dal 1997. È vero anche che dal lato opposto il disco soffre di una produzione sporca e brutta e di un pizzico di omogeneità, ma sono difetti da poco. Di fatto, abbiamo una scaletta quasi tutta di alta qualità – a eccezione dell’unico passo falso From a Distance – in cui sono incastonate perle come la fascinosa Show Burning Red, la semplice Flaming Heart e la melodica Broken. È per questo che pur non essendo perfetto Of Ghostly Echoes è un ottimo album, consigliabile a tutti i fan del gothic/doom metal d’annata.  

La recensione completa:
“Vintage”: volendo ridurla a un termine solo, è questo la perfetta descrizione di Of Ghostly Echoes, primo full-lenght  dei danesi End My Sorrow. Seppur siano nati nel lontano 1997, non sono riusciti ad andare oltre una manciata di demo fino allo scorso anno, quando l’agognato esordio ha visto la luce grazie alla spagnola Art Gates Records. Forse è anche per questo che Of Ghostly Echoes si guarda molto indietro: più che di recente sembra uscito alla fine degli anni novanta, un effetto che trapela da molti particolari, a partire dallo stile. Quello degli End My Sorrow è un gothic metal con voce femminile ma lontano dal tipico sound sinfonico di oggi: è scarno, senza orchestrazioni né tastiere. I danesi guardano al passato, inglobando forti influenze doom e anche qualche accenno death che li fanno sembrare un mix tra i primi Theatre of Tragedy e i Paradise Lost. Tuttavia, Of Ghostly Echoes non è stantio né derivativo: il gruppo riesce a dargli un piglio almeno personale. Oltre alla presenza di qualche accenno più moderno, il punto di forza degli End My Sorrow è il riuscire a infondere un forte fascino nelle proprie composizioni. In parte è proprio l’effetto “vintage” l’origine di questa attrattiva, ma il merito maggiore è dei singoli musicisti. L’esempio più calzante è la voce di Anne-Mette Nielsen, che sa essere sensuale a volte e aggressiva in altre, e si adatta bene in ogni situazione.  Anche il songwriting è ottimo, maturo e competente – come del resto è ovvio, vista la carriera ventennale del gruppo. Insomma, gli ingredienti sono quelli di un capolavoro, ma Of Ghostly Echoes non riesce a raggiungerlo per colpa di un paio di pecche. La principale è nella registrazione e nel mixing: il suono è molto sporco e piatto, a volte dà quasi l’idea di “disco rovinato” (non è un difetto della mia versione, visto che ho preparato la recensione col solo formato digitale) e si privilegiano più le voci rispetto alle chitarre. L’intento degli End My Sorrow era forse di aumentare l’effetto “anni novanta” con una produzione non perfetta – il che in parte riesce – ma hanno decisamente esagerato in quel senso. In più, l’album soffre un po’ di omogeneità: le melodie e gli schemi ogni tanto tendono ad assomigliarsi, e il fatto che l’album duri quasi un’ora non aiuta. Sono difetti non trascurabili, ma non incidono molto: Of Ghostly Echoes riesce a essere lo stesso a difendersi alla grande, come leggerete nel corso della recensione.

Senza alcun preambolo, la opener Wither Away entra in scena con una norma gothic malinconica e melodica, grazie alle chitarra della coppia Christian H.B. Jensen/Kristian “Snade” Snedker. Quando entra nel vivo diventa un po’ più tesa, con ritmiche taglienti su cui la Nielsen duetta col growl dello stesso Jensen, ma il tutto è intenso a livello sentimentale. La carica emotiva iniettata dalla voce della frontwoman è impressionante anche nei ritornelli, veloci e terremotanti grazie al batterista Jesper Skousen, oltre che cupi per merito di un riffage di gran oscurità. C’è spazio ogni tanto per lugubri stacchi lenti e doomy, in cui è il growl a farla da padrona; appaiono qua e là e danno un tocco di cattiveria al tutto, pur incastrandosi bene nel tessuto del pezzo. Vale lo stesso anche per l’apertura centrale, in principio melodica e tranquilla per poi tornare alla norma principale con ancor più pathos. Si tratta di uno dei momenti topici di una traccia grandiosa, a un pelo dal meglio dell’album. Tuttavia, va ancora meglio con Show Burning Red, che prende il via da un bellissimo riffing, addirittura quasi epico, prima di incanalarsi su una norma più classica. Abbiamo allora una cavalcata a tinte gothic/doom ritmata e potente, resa fascinosa dalla Nielsen e dai bei lead di chitarre. È una norma che regge buona parte del brano, ma a tratti si aprono fughe più movimentate e aggressive, denotate da giri vagamente orientaleggianti e da una certa potenza, mentre altrove torna il riff iniziale. C’è spazio anche per brevi bordate a tinte death, feroci e oscure, che si presentano un paio di volte, al centro e sul finale. Per il resto l’episodio risulta relativamente semplice, ma non è un problema: è lo stesso uno dei picchi assoluti di Of Ghostly Echoes. La successiva Past Horizons pende sul lato doom del gruppo, con un’impostazione lenta e decadente, ma al tempo stesso dolce e accogliente, grazie a tante calde melodie. È una falsariga che prosegue a lungo, ma a tratti gli End My Sorrow accelerano di nuovo. Le fughe che spuntano qua e là in certi frangenti mantengono la stessa atmosfera precedente, resa giusto più animata, mentre altrove sono più cupe, con ritmiche macinanti corredate dal growl di Jensen.  Al centro la velocità prende il sopravvento: la musica si fa più movimentata, ma spesso i fraseggi di chitarra sono docili e intensi. In generale le variazioni sono ben gestite, specie per quanto riguarda l’atmosfera, le cui sfumature sono curate alla perfezione. Il risultato è un altro pezzo di caratura assoluta.

Shapes of Darkness è rapida fin dall’inizio, e man mano che entra nel vivo lo diventa anche di più: è aggressiva e potente a tratti, probabilmente il pezzo più influenzato dal death dell’intero album. Si accumulano così tensioni che si sciolgono solo con gli splendidi ritornelli, placidi stacchi gothic/doom a cui la solita prestazione di forza della frontwoman e dei chitarristi sa dare un grande fascino. Da qui il brano cambia lievemente faccia: si aprono spazi per norme di stampo più gothic, seppur a tratti gli elementi death tornino alla carica con cattiveria. Le due parti si alternano su un cammino più tortuoso e variegato che in precedenza, il che però non sempre è un bene. Se ogni passaggio è buono, i frammenti più rabbiosi a volte si uniscono a quelli più melodici in maniera un po’ forzata: ne risulta un brano un po’ scollato. A parte questo, però la qualità è buona, grazie a molti passaggi di qualità, e di certo non sfigura qui dentro. È ora il turno di From a Distance, pezzo veloce ed energico grazie al tappeto di doppia cassa di Skousen che la regge per buona parte, sia nelle frazioni più dirette che in alcune di quelle più riflessive. Tuttavia, nel fluire della canzone si presentano  momenti più rallentati e tranquilli e passaggi d’impatto più lenti, in cui spuntano chitarre dal vago retrogusto addirittura groove metal (!). In generale, la canzone mescola molte suggestioni diverse cercando di evocare un’atmosfera eterea e dilatata, il che però non riesce del tutto. Se alcuni passaggi incidono, l’insieme è troppo lasciato a sé stesso, quasi come fosse unito per caso. Il risultato è un episodio insipido che non lascia grande traccia dietro di sé, un vero e proprio riempitivo. Per fortuna Of Ghostly Echoes si ritira su ora con Flaming Heart, dominata sin dall’inizio da un giro di chitarra sinistro e cupo. È quello che fa da base alle strofe, brevi ma che sanno incidere bene con la loro carica lugubre. Si cambia direzione in maniera decisa con i lunghi bridge strumentali, più aperti e malinconici, che introducono al meglio chorus infelici ma al tempo stesso catchy. Buona si rivela anche la parte finale, con intrecci delicati e teneri delle due chitarre che la rendono molto avvolgente. È un altro punto di forza per una traccia semplice ma di impatto assoluto, uno dei picchi di Of Ghostly Echoes!

Because of You è una lunga ballad dimessa, che prende vita da una base desolata ma calma, con la chitarra classica e il rarefatto basso di Jens Kruse Andersen sotto alla dolce voce della frontwoman. La tranquillità non dura molto: presto entra in scena un ritornello di gran potenza, ma il coefficiente melodico è ancora elevato e l’ambiente ancora soffice e malinconico. Le due anime si alternano più volte, incastrandosi bene visto che il mood evocato è lo stesso; solo verso metà la traccia svolta su qualcosa di più duro. La parte centrale è pesante, con l’ingresso del growl di Jensen a duettare con una Nielsen acuta e inusuale, che quasi imita la Liv Kristin prima maniera. Anche la conclusione si stacca dalla norma e si avvicina stavolta ai Paradise Lost, con la sua malinconia e le melodie che ricordano molto quelle della coppia Gregor Mackintosh/Aaron Aedy. Al di là del loro essere tributi più o meno voluti, sono due elementi di valore che arricchiscono a dovere una grande canzone, a un pelo dal meglio di Of Ghostly Echoes. Con War of the Blind ci si sposta quindi ì verso il gothic: lo si sente già dall’inizio, con le melodie tipiche del genere. Per un po’ anche la struttura è la più classica, con strofe melodiche e sotto-traccia e ritornelli delicati e catturanti ma al tempo stesso molto tristi. Sembra che si debba andare avanti a lungo così, quando il pezzo svolta su una norma più aggressiva e martellante: è l’inizio della labirintica frazione centrale. Si tratta di un passaggio che si destreggia tra spunti moderni di ottima energia, tratti cadenzati, spezzoni quasi caotici e una lunga parentesi morbida, piena di chitarre pulite, che fa bella mostra di sé al centro. Nonostante la complessità, però, tutto funziona abbastanza bene; vale lo stesso per il finale, moderno e potente, che incide discretamente nonostante il problema di registrazione incida più che altrove. Sono insomma due elementi di spicco per un altro episodio di ottima fattura.

In principio, Behind the Truth può sembrare una ballad, con il placido intro di Andersen che la introduce, ma poi diventa un pezzo più animato, che in breve accelera con forza. Abbiamo allora una cavalcata potente ma al tempo stesso atmosferica, grazie soprattutto alla solita prestazione vocale di forza, che contrasta in maniera piacevole con una base stavolta graffiante e senza grande spazio per la melodia. Solo al centro il tutto si fa più docile e tranquillo: è il momento della Nielsen, che si mette ancor di più in mostra in un panorama frastagliato ma tutto accomunato da un senso palpabile di disperazione. Si tratta del momento topico di una traccia che si esaurisce in breve, ma lascia una gran bella sensazione dietro di sé! La successiva Broken si rivela più melodica della media Of Ghostly Echoes: a reggerla sono le melodie della chitarra, che ricordano ancora i Paradise Lost e a volte persino i Novembre più espansi. Ciò accade in special modo nei momenti strumentali che separano una parte e l’altra, sognanti e malinconici; più o meno vale lo stesso per i refrain, che accentuano queste suggestioni e si mostrano depressi e dolci. Le strofe risultano invece energiche e dirette, grazie a un comparto ritmico come sempre di qualità, ma si incastrano bene nel resto della traccia. Chiude il cerchio una parte centrale tranquilla e adatta per fare respirare le orecchie: è la ciliegina sulla torta di una traccia splendida, la migliore della scaletta insieme a Show Burning Red e Flaming Heart. A questo punto, l’album è alla fine: per l’occasione gli End My Sorrow contano su Dead End, che dopo un breve intro sordo diventa il classico pezzo gothic/doom, cupo ma melodico. Presto la linea si sposta su qualcosa di più martellante e aggressivo, che oscilla tra brevi ritorni dell’influenza death dei danesi a momenti più docili ma oppressivi per oscurità, passando per possenti sfoghi a tinte doom. La prima metà si divide quasi tutta tra questi due opposti, incastrati bene e con le giuste variazioni per non annoiare mai. Si cambia solo al centro, quando la musica vira verso qualcosa di cupo ma movimentato e potente, che ricorda quasi il metal classico. È una frazione strana, che però non stona qui dentro; lo stesso vale per il finale, riflessivo e molto doomy. Sono entrambe punti di forza per una traccia che nonostante i sette minuti di durata è un po’ ripetitiva, ma con solo qualche momento di prolissità. A parte questo è un episodio di ottima qualità, adatto a chiudere un album simile.

Per concludere, Of Ghostly Echoes è un album onesto e di altissima qualità, senza quasi cali di tensione nonostante la sua durata elevata. È vero che i suoi difetti non gli consentono di essere un capolavoro assoluto, ma non è un buon motivo per sottovalutarlo: se anzi siete fan del gothic/doom metal d’annata, gli End My Sorrow vi sono altamente consigliati. Non saranno innovativi, ma è garantito che li amerete!

Voto: 83/100

Mattia
 
Tracklist:

  1. Wither Away – 05:05
  2. Show Burning Red – 05:20
  3. Past Horizons – 05:01
  4. Shapes of Darkness
  5. From a Distance – 03:41
  6. Flaming Heart – 04:59
  7. Because of You – 06:15
  8. War of the Blind – 05:13
  9. Behind the Truth – 03:33
  10. Broken – 05:28
  11. Dead End – 07:04
Durata totale: 56:49
Lineup:
  • Anne-Mette Nielsen – voce
  • Christian H.B. Jensen – voce (harsh) e chitarra
  • Kristian “Snade” Snedker – chitarra
  • Jens Kruse Andersen – basso
  • Jesper Skousen – batteria
Genere: gothic/doom metal

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