Golden Rusk – What Will Become of Us (2016)

Per chi ha fretta:
La one-man band siciliana Golden Rusk è interessante ma ancora immatura, come dimostra il suo esordio sulla lunga distanza What Will Become of Us? (2016). Da un lato infatti il mix di death moderno, grind e altre influenze è personale e il mastermind Maher lo condisce con atmosfere nichiliste al punto giusto, un suono non male e capacità all’altezza della situazione.  D’altra parte, a volte le varie influenze non sono ben mescolate, ma soprattutto il songwriting è ancora acerbo: i brani soffrono a volte di discontinuità, altre volte di esagerazioni e in certi altri casi di sterilità. Sommando pregi e difetti, What Will Become of Us? risulta un album positivo, grazie anche a qualche bel pezzo come la rabbiosa No Pain No Gain, la variegata Life No More e la particolare Take Off the Mask (alternative mix). Tuttavia, il progetto Golden Rusk per ora sembra immaturo e timido, e Maher dovrà lavorare duramente per riuscire a sviluppare il suo potenziale. 

La recensione completa:
“Interessante, ma ancora immaturo”: a oggi è questa la descrizione perfetta per il progetto che risponde al buffo nome di Golden Rusk (per chi non lo sapesse, “rusk” in inglese significa “fetta biscottata”). One man band del misterioso polistrumentista siracusano Maher, ha esordito lo scorso primo dicembre con il full-lenght What Will Become of Us?. Il genere affrontato in esso è di base un death metal moderno con tante contaminazioni. La più forte è quella del grindcore, avvertibile soprattutto nel cantato, spesso un urlato distorto, mentre il classico growl si sente un po’ meno. Tuttavia, nella musica di Golden Rusk sono presenti influssi molto più vari: si va dal black metal al death tecnico, dal doom fino al deathcore, passando per un sacco di altre sfumature. Questa varietà da un lato è un pregio, rendendo lo stile del progetto personale, ma dall’altro è un problema che incide abbastanza. What Will Become of Us? a tratti manca di una direzione precisa, con tante componenti scollate tra loro. Ma è soprattutto il songwriting del progetto a sembrare immaturo: le canzoni a volte sono discontinue, con alcune pause tra le varie parti, come se Maher facesse fatica a unirle. In più, ogni tanto ci sono delle esagerazioni per quanto riguarda la tecnica o l’aggressività, il che rende la musica del progetto finta e manieristica. Infine, a volte il macinare del death metal del gruppo è un po’ sterile. Tuttavia, What Will Become of Us? non è da buttare via: come già detto all’inizio, è un album con dei punti interessanti. Oltre alla già citata personalità, il progetto Golden Rusk può contare su ottime atmosfere, che risultano nichiliste al punto giusto – indubbiamente una buona base di partenza per migliorare. Inoltre, a livello tecnico Maher sembra un buon musicista, e ha lavorato bene anche in fase di registrazione. Seppur un po’ leggerino e con un mix rivedibile, il suono dell’album non è niente male, specie per essere un esordio autoprodotto. Parlando in generale, What Will Become of Us? è un album piacevole e non sgradevole.  Mi sembra però che il progetto Golden Rusk soffra un po’ di timidezza nel suo intento di sperimentare, e in futuro dovrà trovare la giusta decisione e un focus migliore.

L’iniziale Grave of Dawn è una lunga introduzione ambient, che riprende la colonna sonora del film underground The Iced Hunter . Si tratta di un brano molto lento e d’atmosfera, forse un po’ lungo (oltre tre minuti e mezzo) ma in fondo piacevole e misterioso al punto giusto. I toni cambiano con What Will Become of Us?, ma non di molto. In principio abbiamo un pezzo lento al limite col doom, con un riff molto espanso su cui si sente per la prima volta la voce di Maher, quasi sussurrata. Sembra quasi che il pezzo debba proseguire su questa linea quando invece prende il via una frazione vorticosa di gran potenza, che alterna rapidamente vari spezzoni, in una progressione stordente. L’effetto generato è efficace: la potenza è buona sia nei tratti più death-oriented che nei brevi rallentamenti che si aprono, stavolta di influsso grind, grazie alle buone ritmiche e al basso, che dà un pelo di particolarità al tutto pur essendo un po’ troppo in primo piano in certi casi. Questo passaggio va avanti per un po’, prima che la norma iniziale ritorni e conduca il pezzo fino alla conclusione. Nel complesso si tratta di una title-track non eccezionale ma godibile. Al contrario della precedente, No Blame No Gain esordisce a mille all’ora, con una norma tortuosa e schizofrenica già all’inizio, per poi assestarsi su qualcosa di più diretto ma pieno di cambi di tempo.  È una norma travolgente e pesante che procede per lunghi tratti come un treno, col blast martellante a reggerlo. C’è giusto qualche stacco più rallentato, che dà un po’ di respiro al pezzo, per il resto è un macinare continuo. Il tutto coinvolge quasi sempre nella sua potenza, anche se in certi frangenti Maher sembra esagerare, specie per quanto riguarda la batteria che sale sopra agli altri strumenti. Stavolta però è un difetto veniale: abbiamo una canzone breve ma buona, uno dei picchi di What Will Become of Us?.

Painful Demise prende vita da un intro vicino in maniera vaga al metalcore e al death metal tecnico, influssi che torneranno nel corso del brano. Ciò accade in special modo negli stacchi più lenti che si aprono qua e là, strani e obliqui, rivolti all’atmosfera grazie anche a qualche influsso doom. Tra questi appaiono frazioni più veloci e macinanti, ancora una volta di gran potenza death metal. Le due parti sono abbastanza diverse, ma quando si uniscono funzionano in maniera discreta, anche se alla lunga l’anima più espansa viene un po’ a noia – al contrario di quella feroce, sempre all’altezza. Abbiamo insomma un brano riuscito a metà, piacevole e nulla più.  Dopo un breve interludio ambientale con diversi fuzz ed echi, è quindi il turno di As It Should Be, che cambia decisamente binario rispetto al resto di What Will Become of Us?. Si tratta di un pezzo black/death metal che punta più sulla cupezza che sull’aggressività, il che riesce bene. Per lunghi tratti è graffiante grazie a un ottimo riff che si ripete ossessivo, su cui le urla di Maher risultano strane ma non spiacevoli. Solo nella cupa parte centrale e in un breve stacco nel finale si torna un po’ verso lo stile tipico del progetto Golden Rusk, ma gli influssi black rimangono sempre in prima vista. Peraltro, non è un problema: il brano funziona bene, specie per quanto riguarda l’atmosfera. Dal lato opposto, però, la sua diversità dalla media del disco conta: seppur non stoni troppo col resto, lascia un po’ perplessi. È per questo che preso singolarmente è uno degli episodi migliori del disco, ma nel contesto in cui è inserito non rende quanto potrebbe. È quindi il turno dell’eclettica Show Me Your Hate, il brano più influenzato dal deathcore dell’album. Si tratta di un pezzo che alterna una norma cadenzata e rutilante come da norma del genere con momenti più aperti e di nflusso grind, veloci ma senza quasi traccia di death metal. C’è spazio anche per fughe rabbiose, a volte potenti e di gran aggressività, altre volte con solo il basso e la batteria sotto alla voce di Maher. Il tutto è frullato insieme in una fuga di meno di tre minuti che colpisce col suo grande impatto, e si lascia dietro una buona impressione, nonostante i difetti dell’album siano un po’ castranti.

Black Aura è un breve interludio ambient con qualche accenno industrial, che come l’intro serve a creare un’atmosfera misteriosa. Piazzato in questa posizione non serve a molto, ma almeno ha il pregio di essere gradevole. Si torna quindi al metal con Life No More, che parte lenta e ossessiva, lugubre, prima di entrare nel vivo veloce ma con un riffage profondo, al limite col death/doom. È una norma meno d’impatto rispetto alla media di Golden Rusk, ma Maher compensa alla grande con un’aura opprimente e malefica. Si accumula così una certa tensione che però si scioglie nella seconda metà, che cambia volto con decisione: in scena giunge una norma molto melodica, con influssi dal black meno aggressivo che le danno un pathos inusuale. È una frazione che poi abbassa ancora la tensione: a concludere i brano c’è una lunga coda con la chitarra pulita, oscura ma delicata e intimista. Le tre parti sono unite in maniera da non stonare: ne risulta un gran pezzo, il migliore di What Will Become of Us. Si torna quindi alla cattiveria con Take Off the Mask (Alternative Mix), il cui titolo indica probabilmente, più che un diverso mixaggio, un iniezione di elementi alternative metal. Sin dall’inizio le chitarre hanno una distorsione che ricorda questo genere, anche se altri particolari sono ligi al grind e al death, oltre in parte al metalcore. Stavolta inoltre le influenze sono mescolate con maestria: sia i tratti più obliqui e dissonanti sia quelli più diretti e rabbiosi funzionano bene, e non si sentono grandi spigoli. Sono presenti invece molti passaggi di qualità, come il lungo finale ossessivo che ricorda quasi i Pantera, oppure i passaggi sghembi sparsi qua e là. Il risultato finale è buonissimo, il picco dell’album con la precedente e No Blame No Gain. È proprio quest’ultima che chiude il disco, stavolta in versione demo, il che si traduce però però un brano identico a quello sentito in precedenza, solo con un suono leggermente più sporco. Nel complesso dà l’idea di essere piazzato qui solo per allungare il brodo: il finale insomma poteva essere migliore.

Per chiudere, What Will Become of Us? non è certo un album eccezionale, ma risulta almeno piacevole e interessante, grazie anche a qualche bella zampata qua e là. Insomma, è una base di partenza discreta, ma Maher dovrà mettersi all’opera per renderla più solida e portarla avanti con più convinzione. Non sarà semplice, c’è molto lavoro da fare, ma confido che il prossimo lavoro del progetto Golden Rusk saprà essere più maturo e mostrerà meglio quello che il musicista siciliano è in grado di fare.

Voto: 62/100

Mattia
Tracklist:
  1. Grave of Dawn – 03:36
  2. What Will Become of Us – 04:19
  3. No Blame No Gain – 02:25
  4. Painful Demise – 03:35
  5. As It Should Be – 04:15
  6. Show Me Your Hate – 02:53
  7. Black Aura – 01:25
  8. Life No More – 05:15
  9. Take Off the Mask (Alternative Mix) – 03:12
  10. No Blame No Gain (demo version) – 02:25
Durata totale: 33:20
Lineup:

  • Maher – voce, tutti gli strumenti
Genere: death metal
Sottogenere: deathgrind
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Golden Rusk

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