Moonspell – Memorial (2006)

Per chi ha fretta:
Memorial (2006), settimo album dei Moonspell, è un lavoro eccellente sotto molti punti di vista. Lo è in primis per quanto riguarda lo stile, che i portoghesi modificano ancora, stavolta in un mix aggressivo ma al tempo stesso elegante di gothic e black metal, grazie soprattutto alle tastiere in primo piano. Questo connubio è aiutato da un equilibrio tra melodia, potenza e oscurità, nonché dall’esperienza nel songwriting dei lusitani. È questo il segreto di una scaletta quasi tutta di alto livello, in cui brillano perle come la gotica Finisterra, la lugubre At the Image of Pain, la sognante Luna e l’atmosferica Best Forgotten (con l’annessa ghost track The Sleep of the Sea). Perciò, nonostante un po’ di omogeneità e un suono approssimativo e rimbombante, Memorial è un ottimo album, che i fan delle propaggini più estreme del gothic metal sapranno apprezzare!

La recensione completa:
Nel mondo del rock e del metal, ci sono gruppi famosi per la loro costanza: ogni nuovo album segue lo stesso stile del precedente, e bastano pochi accordi per capire che un brano appartiene a loro. Pensate per esempio a gruppi come gli AC/DC o i Motörhead: nella loro carriera non hanno fatto che girare intorno al loro stile personale, il che è anche all’origine della loro fama. Non tutti sono così, però: esiste anche chi preferisce variare maggiormente e sperimentare nuove soluzioni. È il caso dei Moonspell: nella loro carriera hanno cambiato pelle più volte, e pur muovendosi nel territorio compreso tra black, folk e gothic ogni disco è un capitolo a sé. Lo è per esempio il loro settimo full-lenght, Memorial del 2006: compreso tra l’atmosferico e particolare The Antidote (2003) e Under Satanae (2007), disco folk/black di tracce vecchie ri-registrate, rispetto a questi due ha ancora un altro volto. Quello affrontato dai portoghesi in esso è di base gothic metal, ma molto più pesante della media del genere grazie a forte iniezioni black. Si tratta di musica piuttosto aggressiva, che sa però essere elegante: merito delle tastiere, spesso in primo piano, che danno un tocco di ricercatezza al tutto, a volte anche con influssi sinfonici. È un connubio a cui i Moonspell conferiscono un grande equilibrio: Memorial è infatti un album melodico ma al tempo stesso rabbioso, oscuro ma al tempo stesso potente. In generale, la grande esperienza dei portoghesi si esplica in un songwriting ottimo e attento, che alza l’asticella. Poteva essere addirittura un capolavoro, ma purtroppo Memorial soffre di alcuni piccoli difetti che ne abbassano la qualità. Il più evidente è la registrazione, sporca, rimbombante e approssimativa, con gli strumenti che si raggrumano tra loro e non danno il giusto sostegno al gruppo. In più, l’album soffre un po’ di omogeneità: alcune impostazioni melodiche tendono a ripetersi, anche se in generale ogni brano ha la sua personalità. C’è da dire tuttavia che non sono grandi difetti: come leggerete nel corso della recensione, Memorial rimane un album di ottima fattura.

Le danze partono da In Memoriam, intro che prende vita da un carillon per poi divenire un cupo, ai limiti col doom, con intrecci di melodie tenebrose e un’aura lugubre. È l’intro perfetto per un disco del genere, prima che la opener Finisterra entri nel vivo sulla stessa lunghezza d’onda. Si tratta di un brano orientato verso il gothic per lunghi tratti, ma in cui spuntano rapide fughe a tinte black, con lo scream/growl smerigliato del frontman Fernando Ribeiro su una norma vorticosa. Si torna su lidi più melodici quando all’arrivo dei ritornelli, cupi ma non oppressivi, preferendo un’atmosfera misteriosa e particolare. La struttura alterna le due parti in maniera piuttosto lineare: solo al centro c’è una frazione un po’ diversa, melodica e con un certo pathos. È comunque un intermezzo che non stona dove è messo: arricchisce anzi una canzone ottima, tra il meglio dell’album che apre. La successiva Memento Mori ha un inizio quasi orrorifico, grazie alle tastiere di Pedro Paixão e Ricardo Amorim. È l’origine di un brano che torna a questa norma in occasione di alcuni stacchi più lenti e d’atmosfera, lenti ma di grande impatto. C’è spazio anche per aperture morbide con un vago senso minaccioso ma anche una forte calma, data dalle chitarre lievi e dalla voce pulita e dolce del frontman. Sono due parti che funzionano molto bene: purtroppo non si può dire lo stesso della falsariga principale. Se i tratti più obliqui e influenzati dal black funzionano ancora discretamente, lo stesso non si può dire delle strofe, dirette ma un po’ insipide. Per fortuna, il pezzo recupera con altri passaggi di qualità, come per esempio quello centrale, pieno di belle melodie e di venature vagamente sinfoniche. Ne risulta un pezzo buono ma non quanto la media di Memorial. Giunge quindi Sons of Earth, lungo interludio strumentale in cui una semplice base di chitarre pulite avanza a lungo. Su di esso, solo a tratti si presenta un assolo distorto, lontano ma pieno di sentimento, oppure qualche ingresso della tastiera. È un brano molto classico ma tutto sommato risulta godibile.

Si torna al metal con Blood Tells, sorta di title-track (il titolo viene ripetuto più volte) dall’andamento nervoso sin dall’esordio, che presto confluisce in un brano ossessivo e ansioso. Nelle strofe il tempo è lento e ondeggiante, mentre il bel riffage non è troppo potente, ma è presente un senso di oscurità eterea e avvolgente, dato dalla voce di Ribeiro e dalle venature di tastiere. Queste sensazioni si amplificano quando arrivano i chorus, molto più ritmati e d’impatto, angosciosi e con un’aggressività molto spinta, anche se al tempo stesso risultano catchy e facili da memorizzare. Di nuovo, la struttura è elementare: c’è spazio per un cambio di rotta solo al centro, con una frazione sincopata e strana seguita da un grande assolo. È il ponte per il ritorno della norma principale, stavolta meno nervosa e più dilatata, grazie anche a cori sintetici. Si tratta della parte migliore di un pezzo che anche nel complesso si rivela ottimo. Un breve intro ancora corale, poi prende vita Upon the Blood of Men, più movimentata della media di Memorial, che incrocia in maniera eccelsa gothic e black melodico. È la norma che regge i refrain, potenti e dinamici al punto giusto. Stavolta i Moonspell tendono però a variare di più: le strofe sono aperte ma senza melodie e con un riffage sinistro risultano più oscure del resto. C’è spazio anche per momenti obliqui con influssi orientaleggianti, che si uniscono a una componente metal energica in qualcosa di gran impatto. Anche la sezione al centro è più tortuosa che in precedenza, fluendo tra momenti lontani con altre venature esotiche e momenti solistici dall’appeal classico. Nonostante questo, ogni parte funziona a dovere: abbiamo un altro pezzo molto buono, pur non essendo tra i picchi dell’album. Ora è il turno di At the Image of Pain, che mette subito le carte in tavola col suo tema principale, lugubre in maniera splendida. Esso si può ascoltare non solo nei tanti stacchi battenti e di ottima energia che spuntano qua e là, ma soprattutto nei chorus, travolgenti  e incalzanti seppur la potenza non manchi, anzi. Le strofe sono più eclettiche, sottotraccia ma con improvvisi scoppi di energia distruttiva. Almeno questa è la norma, ma ci sono variazioni che spesso portano il brano su lidi più intensi a livello sentimentale, spesso con l’aiuto di nuovi influssi sinfonici. In altri frangenti invece Ribeiro duetta con la voce obliqua e salmodiante di Big Boss, cantante dei leggendari blackster cechi Root. Per il resto la traccia è piuttosto lineare, ma non è un problema: parliamo pur sempre di una delle punte di diamante dell’album!

Dopo tanti brani pesanti, Sanguine consente alle orecchie di riposare. Si tratta di una semi-ballad crepuscolare, morbida per lunghi tratti, con un florilegio di chitarre pulite che sostiene la voce sussurrata del frontman. C’è spazio anche per frazioni più potenti che spuntano qua e là, a volte anche di ottima forza, ma senza esagerare. Un buon esempio sono i ritornelli, pestati con la doppia cassa di Mike Gaspar e lo scream di Ribeiro ma al tempo stesso melodici, grazie ai tanti interventi delle tastiere e del violinista ospite Raimund Gitsels. C’è spazio anche per qualche momento a metà tra le due anime, con un riffage metal ma un clima molto disteso, che punta a evocare una certa tensione sentimentale. Quest’ultima peraltro è la linea guida del pezzo: anche nei momenti più oscuri, a dominare è un pathos potente e a volte drammatico, puramente gothic metal. Il risultato finale è grandioso: abbiamo un altro episodio eccellente, poco sotto al meglio di Memorial per qualità. Giunge ora Proliferation, strano ibrido tra musica orchestrale e moderna: quando la prima è presente con una componente drammatica dalle suggestioni cinematografiche, la seconda si incarna nella batteria di Gaspar e nel basso dell’ospite Waldemar Sorychta (al lavoro anche come produttore e ingegnere del suono in Memorial). A un tratto compare anche un arcigno riff di chitarra in lontananza che dà un tocco black al tutto, rendendolo anche più bizzarro, ma questo non significa che sia ridicolo o poco valido. Abbiamo  un pezzo che nella sua stranezza risulta immaginifico e godibile, il migliore tra gli intermezzi dell’album. La seguente Once it Was Ours! riparte dalla fine del brano precedente senza un attimo di pausa, ma subito l’atmosfera si fa più lugubre. È l’inizio di un pezzo spaventoso al limite con l’horror metal, in cui la cupezza avvolge sia le strofe, sottotraccia ma minacciose grazie al solito apporto delle tastiere, sia i refrain, più esplosivi  e catturanti. Le due parti si alternano in maniera molto semplice lungo tutta la canzone: fa eccezione solo la parte centrale e quella finale. La prima ha dalla sua il violino di Gitsels che disegna melodie, una frazione più tranquilla del resto ma blasfema e oscura allo stesso modo, mentre la seconda può contare su un altro grande assolo di chitarra. È l’ottima chiusura dell’ennesimo brano ottimo, ancora a un pelo dal meglio dell’album.

Al contrario degli altri due, il terzo interludio Mare Nostrum presenta un gusto vagamente folk, con la chitarra acustica e il basso che si intrecciano ogni tanto. È un brevissimo pezzo che serve a poco, se non a dare un intro fascinoso a Luna, che arriva a ruota e torna alla potenza, ma senza strappare troppo. Abbiamo infatti un pezzo gothic metal melodico e tranquillo, che alterna in maniera placida strofe delicate che a tratti ricordano addirittura i Type O Negative, bridge sognanti e ritornelli espressivi, grazie anche alla voce delicata di Birgit Zacher. Si tratta di un brano elementare ma riesce a intrigare sempre, grazie all’atmosfera accogliente che sprigiona e anche a qualche piccola variazione che scongiura il rischio noia. Abbiamo insomma un brano che non solo è tra i pezzi più in vista nell’album, ma risulta anche l’ideale singolo.  Si torna  a qualcosa di più aggressivo con Best Forgotten, ma il disco ormai ha preso una direzione atmosferica. Lo si sente dall’inizio, sinistro per colpa delle solite tastiere oblique ma anche espanso, da cui parte una canzone lenta e dilatata. Spesso la norma è tranquilla e onirica, con la voce sussurrata di Ribeiro e delicati fraseggi di Amorim e di Paixão che le rendono immaginifica. C’è anche notevole spazio per passaggi di maggior potenza, ma anche i momenti più veloci sono sempre espansi e atmosferici. Nella maggior parte dei casi inoltre questi momenti si accodano alla lentezza del resto e inglobano influssi doom, con una carica truce ma anche una forte spinta armonica. Ne risulta qualcosa di dilatato, gothic metal atmosferico che sa avvolgere molto bene: il risultato è un altro pezzo di valore assoluto, l’ultimo tra i picchi del disco. E così, dopo quasi sei minuti il brano si conclude nella stessa maniera in cui si era aperto: il disco sembra finito qui, ma invece qualche minuto di silenzio dopo spunta una traccia nascosta, The Sleep of the Sea. È un brano del tutto ambient, la cui base è formata da lupi che ululano, intrecciati e distorti. A un certo punto appare anche una traccia melodica, profonda e vagamente sinfonica, che si intreccia con questi effetti per poco, prima di tornare nell’ombra. Si tratta di un pezzo particolare ma molto suggestivo: un gran finale, insomma, per un album del genere.

In conclusione, non stupisce il fatto che Memorial sia diventato uno dei maggiori successi commerciali dei Moonspell – specie in Portogallo, dove è salito a livelli che solo Metallica e Iron Maiden hanno superato. Si tratta un album eccellente sotto molti punti di vista, e i cui lievi difetti non dovrebbero scoraggiarvi. Se siete fan del gothic metal e non vi disturbano le sue propaggini più estreme, questo è anzi un album da prendere seriamente in considerazione. Dategli una possibilità: vedrete che avrà tanto da darvi!

Voto: 85/100

Mattia
Tracklist:

  1. In Memoriam – 01:25
  2. Finisterra – 04:08
  3. Memento Mori – 04:27
  4. Sons of Earth – 01:51
  5. Blood Tells – 04:08
  6. Upon the Blood of Men – 04:55
  7. At the Image of Pain – 04:21
  8. Sanguine – 05:50
  9. Proliferation – 02:39
  10. Once It Was Ours! – 04:53
  11. Mare Nostrum – 01:56
  12. Luna – 04:42
  13. Best Forgotten – 14:08
Durata totale: 59:23
Lineup:
  • Fernando Ribeiro – voce
  • Ricardo Amorim – chitarra e tastiere
  • Pedro Paixão – chitarra, effetti e tastiere
  • Mike Gaspar – batteria
Genere: gothic/black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Moonspell

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