Path of Sorrow – Fearytales (2016)

Per chi ha fretta:
I genovesi Path of Sorrow si autodefiniscono “swedish death metal” ed è un’etichetta perfetta per loro. Il loro stile è un death a metà tra suono di Gothenburg e l’incarnazione primigenia del genere, anche se contaminato da qualche elemento estraneo al genere e da alcuni spunti di qualità. In generale, pur guardando al passato i genovesi non sono triti né copiano i grandi nomi del passato: cercano invece di fare qualcosa di personale, il che gli riesce piuttosto bene con l’esordio Fearytales (2016). È un album che pur con una lunghezza troppo elevata, una flessione nella seconda metà e una certa mancanza di hit – a eccezione del duo iniziale Under the Mark of Evil/ Survive the Dead – risulta convincente. Merito, oltre che del già citato stile, anche di un buon songwriting e di una registrazione un po’ sporca ma potente e selvaggia al punto giusto. Frullati insieme tutti questi elementi, Fearytales risulta un buon album, forse non eccelso ma che saprà fare la felicità di tutti i fan del vecchio death metal svedese.

La recensione completa:
Non sempre il tentativo di un gruppo di dare un nome alla propria musica ha successo. Nella mia carriera di recensore, al contrario, ho spesso visto band catalogarsi in uno stile che non gli apparteneva; in generale, quale che sia il motivo, sembra sia difficile riconoscere il proprio genere. A volte succede però che un gruppo riesca in questo compito alla grande: è il caso dei genovesi Path of Sorrow. Si autodefiniscono “swedish death metal”, un’etichetta perfetta per un gruppo che riprende gli stilemi migliori di questo sound, sia dalla branca più classica che, soprattutto, dall’incarnazione di Gothenburg. In più, i genovesi presentano alcune influenze provenienti dal black nordico e qualche venatura thrash e doom: sono tutte funzionali a rendere il suono più massiccio. Del resto quello dei genovesi è il melodeath rabbioso della prima ondata, con poche concessioni a qualcosa di più aperto e moderno. In più i Path of Sorrow hanno un buon gusto per le atmosfere oscure e alcuni spunti davvero originali, difficili da sentire in un album death. In generale, nonostante il loro sguardo sia rivolto al passato, i liguri non si limitano a copiare i grandi gruppi svedesi degli anni novanta, ma affrontano il loro sound in maniera onesta, cercando una via personale. Peraltro è un intento che riesce loro bene: lo dimostra il loro Fearytales, il primo album di una carriera iniziata nel 2012, pubblicato nello scorso mese di ottobre. Abbiamo in effetti un album convincente, nonostante i piccoli difetti che possiede. Il principale è l’assenza di quelle hit necessarie a un disco per essere un capolavoro: a parte un paio di pezzi, gli altri non brillano per eccellenza, anche se la qualità media è molto buona. Inoltre, Fearytales soffre di una lunghezza eccessiva – cinquanta minuti sembrano un filino troppi per un album death metal, anche perché i Path of Sorrow ogni tanto mostrano un po’ la corda. A parte questo, però, si tratta di un disco di qualità, con dalla sua tutti i pregi dei genovesi e anche una buona scrittura, con poche ingenuità. Completa il quadro dell’album una registrazione all’altezza: è potente e pur essendo migliorabile in fatto di pulizia incide molto più di quanto avrebbe fatto un sound più patinato. Sono tutti particolari che rendono Fearytales un album rilevante, come vedrete tra un attimo.

Il disco si apre con Into the Path, breve intro inquietante  coi classici effetti pioggia e campana di chiesa a cui si affiancano lontani suoni di archi e rantoli affannosi. Si tratta di un pezzo molto breve ma che evoca la giusta inquietudine, prima che Under the Mark of Evil strappi col suo riffage ultra-ribassato.  È l’inizio di una traccia movimentata, con un andamento potente ma al tempo stesso di gran melodia, per strofe che risentono molto del melodeath anche a livello emotivo – c’è sempre un certo pathos nell’aria. Al contrario, gli stacchi che si aprono qua e là sono più lenti e spesso riescono a essere catchy nella loro semplicità, ma paradossalmente risultano più rabbiosi e oscuri, con ritmiche ossessive e il growl graffiante di Mat. La struttura è più complessa di quello che potrebbe sembrare a un ascolto distratto, e presenta alcuni passaggi di alta caratura, tra cui stacchi di gran impatto oppure un ottimo assolo centrale. Sono tutti arrangiamenti di buona qualità per un pezzo splendido, che incide a meraviglia e apre col botto Fearytales! La successiva Survive the Dead si rivela più orientata sul lato death classico dei Path of Sorrow. È un brano lento  ma ritmato, di grande carica lugubre, che a tratti ricorda i Grave più evoluti. È una norma che incide molto bene nonostante la sua linearità: merito dei riff della coppia Davi/Jacopo, che pur non facendo niente di speciale creano un panorama di potenza assurda. Va ancora meglio nelle fughe presenti qua e là, che travolgono tutto con energia distruttiva e oscurità, pur non essendo veloci agli estremi. Qualche altro piccolo arrangiamento presente ogni tanto – come ad esempio un bell’assolo sulla tre quarti, dai vaghi accenni doom – fa il resto. Abbiamo un brano elementare ma grandioso, che completa al meglio questo uno-due iniziale, da vero K.O.! Giunge ora Martyrs of Hell, che prende il via da un intro lugubre ma morbido prima di virare su un metal che in principio resta ancora crepuscolare. A un cero punto però entra in scena una norma più rabbiosa grazie a venature thrash, presenti sia nei momenti più dinamici che in quelli lenti di pura potenza. C’è spazio anche, al centro, per una bizzarra apertura melodica in cui Mat sfodera la voce pulita su una base eterea: da quel punto, la traccia assume una linea più melodia, specie per quanto riguarda i fraseggi di chitarra – ma anche i riff si fanno meno aggressivi. Lo dimostra per esempio la parte oscillante sulla trequarti, quasi tranquilla e serena nonostante la base sia pur sempre estrema. Nonostante la differenza tra le varie parti, il tutto è unito a dovere, in particolari dal punto di vista delle atmosfere, ben studiate. Ne risulta un altro gran pezzo, non troppo distante dai migliori dell’album.

Lord of Darkened Sky è una breve scheggia impazzita (meno di quattro minuti la sua durata) di melodeath feroce, che alterna in rapida serie una norma vorticosa, martellante e stacchi lievemente più tranquilli. Tuttavia, nonostante il livello di melodia molto maggiore anche essi sono spesso movimentati e nervosi. Fa eccezione solo il lungo stacco centrale, ancora dal vago sapore doom, che nonostante la perdita di dinamismo compensa con gli ottimi fraseggi dei due chitarristi e un’aura pesante e opprimente, a tratti quasi asfissiante. È un passaggio utile al brano per respirare prima del finale, anche più rapido e intenso del resto; nel complesso risulta un altro elemento ben riuscito per un nuovo episodio ottimo. Nobody Alive, che segue, comincia in maniera melodica, fatto che si conferma anche nelle strofe, rette addirittura da fraseggi di vago sentore maideniano. Non è però una norma costante: qua e là all’improvviso si aprono fughe imperiose e distruttive, con una certa musicalità ma anche un impatto puramente death metal classico. Dal lato opposto i ritornelli sono molto melodici e aperti, vicini quasi a un certo melodeath, seppur l’aggressività non venga mai meno, ben rappresentata dal sofferto growl/scream di Mat. C’è poco altro di cui parlare a parte alcuni brevi passaggi che danno un po’ di colore in più. Per il resto abbiamo un pezzo lineare, ma non è un problema: la qualità è altissima, tanto da fargli meritare un posto appena dietro alle hit assolute di Fearytales! È ora il turno di Umbrages…, breve interludio di pianoforte che si muove prima in solitaria, poi intrecciato con una chitarra pulita, che pian piano prende il sopravvento. È un piccolo frammento che evoca una bella aurea triste e alienata, ottimo come introduzione per … Where the Nothing Gathers, che segue a ruota. Pur virando subito verso il metal, essa rimane in principio sulle stesse coordinate del preludio, con un bel florilegio di melodie; dopo qualche istante tuttavia il tempo accelera con prepotenza e le ritmiche si fanno rocciose. È l’inizio di un brano tempestoso, con lunghi passaggi melodeath aggressivi che si alternano a tratti possenti, orientati verso l’incarnazione primigenia del genere. È una norma che procede repentina, spesso sul ritmo veloce impostato dal batterista Attila. Fa eccezione solo la sezione centrale, una pausa di leggera malinconia che conta sull’intreccio tra chitarre pulite e distorte. Si tratta di un passaggio che funziona, nonostante una leggera prolissità in alcuni frangenti. In generale un po’ di pathos è presente ovunque nel pezzo, anche nei momenti più potenti. È questo che lo rende di qualità elevata e più che buono, nonostante resti in mente meno rispetto ai migliori dell’album.

Dopo un avvio tranquillo, The Crawling Chaos comincia ad avanzare con l’energia e l’urgenza di un riffage variegato, che presenta influenze thrash e a tratti persino groove. Pur non raggiungendo alti livelli di frenesia è una norma che avvolge discretamente, ma non esalta. La storia è diversa coi chorus, più thrashy del resto ma eterei, in cui Mat a tratti sfodera il cantato pulito. Si tratta di passaggi strani ma efficaci, il meglio offerto dal brano insieme alla frazione centrale e alla breve coda finale. La prima è circolare e labirintica con le sue melodie quasi power e le imperiose accelerazioni; anche la seconda, molto breve, incide col suo ritmo ossessivo, scandito sin dall’intro acustico e che prosegue anche quando il metal torna alla carica. La somma di tutti questi elementi è un pezzo interessante e piacevole, ma lontano dal meglio dell’album. Dopo un intro macinante, è quindi la volta di Sea of Blood (The March for Morrigan), dinamica ma piuttosto leggerina: qui i Path of Sorrow cercano per gran parte del tempo di evocare una nostalgia introspettiva più che di aggredire. C’è anche spazio per fughe orientate verso il classico death metal, ma la norma principale è tranquilla e riflessiva, grazie alle onnipresente melodie del duo Davi/Jacopo. Ciò non è un male, visto che ne risulta un episodio immaginifico e avvolgente, con una cura speciale per le sfumature dell’atmosfera. Lo si vede bene nelle due frazioni poste al centro e alla fine, che cambiano decisamente sponda: si tratta di stacchi folk con la chitarra acustica sotto alla voce lontana di Mat, due interludi epici e potenti, quasi da viking metal. Nonostante la diversità dal resto, però, i genovesi riescono a inserirli bene nella canzone, che è ben coesa. È anche per questo che abbiamo una traccia ottima, poco sotto al meglio di Fearytales, nonché la migliore di questa seconda parte. Siamo ormai agli sgoccioli: c’è spazio solo per la conclusiva This Is the Entrance, che parte da un intro inquietante (con il bip di un elettrocardiogramma) per poi divenire potente e apocalittica, con forti influssi black metal. Tuttavia, siamo ancora nell’intro: il pezzo vero e proprio è ancora arcigno più calmo. A dominare per lungo tempo è una falsariga potente, a volte con il ritorno delle suggestioni black iniziali, in altri frangenti con venature doom, il tutto all’insegna di una potenza oscura. Si cambia verso solo per i refrain, veloci ma anche più melodici, con la chitarra in lead malinconica in primo piano nell’incrociarsi col growl del frontman. Lo stesso mood avvolge la prima metà della parte centrale, lenta e riflessiva, anche se la seconda è il momento più estremo del brano. Se tutti questi passaggi sono ben fatti, ogni tanto la traccia sembra un po’ scollata, come se stavolta il gruppo non avesse unito i frammenti a dovere. Non è tuttavia un difetto che incide molto: il risultato complessivo è un pezzo più che discreto, non male come finale.

Nonostante i suoi difetti e la lieve flessione nella seconda metà, Fearytales è un buonissimo album inciso da una band competente, che sa bene ciò che fa. Se siete fan del vecchio death metal svedese, perciò, i Path of Sorrow vi sono consigliati: hanno un’aura vintage che riporta agli anni d’oro del genere, ma non suonano triti né derivativi. Con loro, insomma, il divertimento – ovviamente a tinte oscure e rabbiose – è assicurato!

Voto: 81/100

Mattia

Tracklist:

  1. Into the Path – 00:47
  2. Under the Mark of Evil – 05:01
  3. Survive the Dead – 04:38
  4. Martyrs of Hell – 06:45
  5. Lords of Darkened Skies – 03:57
  6. Nobody Alive – 04:46
  7. Umbrages… – 01:08
  8. … Where the Nothing Gathers – 04:20
  9. The Crawling Chaos – 06:15
  10. Sea of Blood (The March for Morrigan) – 05:14
  11. This Is the Entrance – 06:30

Durata totale: 49:21

Lineup:

  • Mat – voce
  • Davi – chitarra
  • Jacopo – chitarra
  • Luxifer – basso
  • Attila – batteria

Genere: death metal
Sottogenere: melodic death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Path of Sorrow

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento