Doomraiser – Mountains of Madness (2011)

Per chi ha fretta:
Mountains of Madness (2011), terzo album dei Doomraiser, è meno ispirato degli altri nella carriera dei romani, ma non per questo è di scarsa qualità. Se da una parte è un lavoro un po’ di maniera, in cui il gruppo suona un doom più vicino che mai allo stoner, a volte un po’ troppo dilatato, dall’altro sono indubbie le sue qualità. I capitolini rimangono fedeli alle loro coordinate personali, ma soprattutto la loro classe è sempre la stessa, consentendo loro di creare riff e atmosfere efficaci. È anche per questo che i cinque pezzi dell’album sono tutti  validi, in special modo la dilatata Phoenix e la potente e sinistra Like a Ghost. In generale, pur non essendo bello come gli altri, Mountains of Madness è un album a un passo dal capolavoro, consigliato a tutti i fan dei romani e in generale dello stoner doom metal.

La recensione completa:
Parlare dei Doomraiser è parlare del doom italiano. Dal 2003 – anno della loro formazione – a oggi, il gruppo romano ha acquisito una certa fama nell’underground, grazie anche alla qualità dei suoi lavori: l’esordio Lords of Mercy  e il seguito Erasing the Remembrance, sono a mio avviso due grandissimi album, da annali del genere doom. La bravura dei Doomraiser è tale che anche quando l’ispirazione cala il risultato è lo stesso sopra alla media: è il caso del loro terzo full-lenght, Mountains of Madness del 2011. Si tratta di un lavoro in cui i romani sembrano meno in forma che altrove. Forse la colpa è del genere: il gruppo non ha mai nascosto tendenze stoner doom, ma qui ci si avvicinano più del solito. Seppur la loro oscurità tipica non manchi, si tratta di un lavoro ben più aperto e psichedelico rispetto alla loro media: in sé non è un difetto, ma Mountains of Madness è un po’ troppo dilatato a tratti. Soprattutto però i Doomraiser qui sembrano essere un po’ stanchi del loro genere – il che è suggerito anche dal lieve cambio di direzione stilistica che avverrà col quarto album Reverse (Passaggio Inverso). Il risultato è un album che sembra un po’ di maniera, e in generale meno ispirato degli episodi migliori della loro carriera. Anche così, però, Mountains of Madness si rivela rilevante e di gran qualità. Merito della solita personalità forte dei Doomraiser, che si esplica nei loro riff grassi, facilmente riconoscibili, e nella voce alcolica di Cynar. Soprattutto, però, a essere invariata è la classe dei romani nel creare riff di potenza grandiosa e atmosfere molto avvolgenti. Il risultato insomma è un grande album, a pochi passi dal capolavoro.

Un lungo intro di effetti oscuri e lontani, che a un certo punto mostra anche una citazione occulta, poi Mountains of Madness prende il via col suo riff principale, oscuro e possente ma di facile presa. È una base lenta che regge l’intera prima parte della canzone, serpeggiando tra tratti estroversi, che brillano per energia, e momenti più oscuri e sottotraccia, che aiutano la cupezza generale. Sembra che la canzone debba proseguire su questa linea a lungo quando invece si svolta su una norma più movimentata e rapida, di gran potenza: è il punto di svolta per la musica, che da qui comincia un’evoluzione tortuosa. A volte in scena ci sono passaggi obliqui e sinistri, quasi perversi, altrove dominano momenti quasi allegri a là Black Sabbath, in certi frangenti c’è spazio per passaggi espansi e rallentati mentre altre volte ancora i Doomraiser tornano alla falsariga più veloce precedente. Il tutto è unito con buona maestria, grazie a una scrittura competente e a un buon numero di variazioni, tra cui alcuni assoli molto validi. Contribuisce alla buona riuscita anche un’atmosfera aperta ma che non perde il suo appeal oscuro: il risultato è un pezzo ottimo. La successiva Phoenix è introdotta da una frazione psichedelica, con tanti suoni sintetici che si intrecciano, prima in solitaria, poi con le percussioni di Pinna e i sussurri di Cynar. Si tratta di un preludio lungo  ma che non risulta prolisso: è adatta a dare il giusto senso misterioso e crepuscolare, prima che la musica cresca progressivamente fino a tornare al doom. Quando ciò succede, i toni sono ancora distesi, e la norma iniziale più tranquilla torna a spuntare a tratti, anche se la prestazione del cantante e la bontà delle trame musicali rendono il complesso molto convincente. È però nulla in confronto alla frazione che si apre poco dopo metà, cupa e ossessiva, con un’aura malefica e opprimente, da veri brividi e un riffage doomy di gran impatto. È un passaggio variegato, che contiene dentro di sé anche un momento aperto molto anni settanta con tanto di assolo di organo, suonato dall’ospite Francesco Bellani. Un po’ di cupezza è sempre in scena, seppur a volte sia in sottofondo, e scompare solo nel finale, che vira su una falsariga aperta e molto stoner, dilatata e quasi serena. È una lunga coda ripetitiva, ma che coinvolge e non annoia mai, grazie alla sua atmosfera eterea e psichedelica e qualche bell’arrangiamento ancora rivolto ai seventhies. È insomma un finale appropriato per una canzone splendida, uno dei picchi più alti (scusate il gioco di parole) di Mountains of Madness.

Re-Connect ha un intro molto lieve e strano, quasi celestiale, che dà l’idea di precedere una partenza al rallentatore come la precedente. Invece all’improvviso entra in scena un pezzo stoner doom allegro e movimentato, che ricorda i migliori Cathedral, specie per il riffage della coppia Drugo/Willer. La struttura però è più complessa di quelle degli inglesi: se in principio il brano si muove su questa falsariga rutilante – che in ogni caso torna di tanto in tanto – man mano che i minuti corrono la norma cambia. Spuntano prima dei chorus più lenti che possono sembrare sereni, se non fosse per una certa malinconia in sottofondo. È quindi il turno di una frazione centrale dilatata e melodica, ma con un senso di oppressione particolare, che impatta alla grande. C’è spazio, qua e là, per qualche nuova venatura sabbathiana, che aiuta la qualità media. È anche vero che il complesso non è eccelso, e alcuni passaggi sono meno d’impatto rispetto alla media del disco, ma vuol dire poco: è il pezzo peggiore dell’album, ma la sua qualità è comunque molto buona. È quindi il turno di Vampires of the Sun, da subito diretta e potente col riffage di base, semplice eppur di impatto assoluto, grazie anche al ritmo movimentato di Pinna al di sotto. È una norma che torna più volte lungo la canzone, alternandosi con tratti più lenti e riflessivi, dall’appeal molto doomy. Quest’ultima norma pian piano prende il sopravvento: la lunga frazione centrale è ossessiva e circolare, quasi ci si perde al suo interno. Va citata anche la sezione sulla tre quarti, un’apertura lugubre su una canzone di norma più rilassata, con melodie che ricordano addirittura i Candlemass più cupi. Si tratta sempre un passaggio che si incastra bene nel resto, e arricchisce un pezzo semplice ma ottimo, non tra il meglio di Mountains of Madness ma nemmeno troppo lontano.  A questo punto siamo alla fine di questi tre quarti d’ora (è infatti l’album più corto dei capitolini), e per l’occasione i Doomraiser schierano Like a Ghost, il cui intro ricorda quello della opener, con altri effetti sintetici su cui appare a un tratto un parlato. È l’inizio di un pezzo che poi comincia a ripetere il suo tema principale, prima appena accennato da una chitarra lontana, ma poi esplosivo: è un riffage semplice ma da brividi, con una potenza spaventosa. I momenti più lontani, melodici e quelli di impatto si susseguono più volte, dando al brano un respiro giusto tra momenti di esaltazione e altri rivolti verso un’oscurità sottile e arcana. Stavolta inoltre la struttura è lineare: l’unica variazione notevole è posta al centro, con una sezione strumentale più variegata tra assalti ritmici notevoli, ottimi assoli e tratti rallentati e oscuri. Anche questa sezione è di qualità, e si inserisce nella canzone molto bene; vale lo stesso per il finale, che con la voce di un bambino è persino più inquietante del resto. Sono due grandi arricchimenti per un pezzo meraviglioso, uno dei più belli non solo dell’album che chiude ma in generale della carriera dei romani!

Come già detto, fin’ora Mountains of Madness è probabilmente l’anello debole nella discografia dei Doomraiser. Eppure, si tratta lo stesso di un ottimo album, ben al di sopra della media del genere e con alcune canzoni memorabili. Insomma, i capitolini hanno fatto centro un’altra volta, pur senza essere troppo ispirati. Per questo, se vi piacciono i romani o in generale lo stoner doom metal si tratta di un album che vi è consigliato quasi come i due precedenti: non sottovalutatelo!

Voto: 87/100

Mattia

Tracklist:

  1. Mountains of Madness  – 08:10
  2. Phoenix – 12:48
  3. Re-Connect – 06:50
  4. Vampires of the Sun – 09:23
  5. Like a Ghost – 09:07
Durata totale: 46:18

Lineup:

  • Cynar – voce
  • Drugo – chitarra
  • Willer – chitarra
  • BJ – basso
  • Pinna – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: stoner doom metal

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