Electrocution – Metaphysincarnation (2014)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEMetaphysincarnation (2014), secondo album degli Electrocution, è il loro come-back dopo oltre vent’anni dall’esordio Inside the Unreal (1993).
GENEREUn death metal tecnico classico ma non troppo complicato, con in più alcuni elementi moderni. 
PUNTI DI FORZAUn bel connubio tra classico e moderno, un’ottima registrazione, una grande cura, un buon impatto, tante canzoni di alto livello. 
PUNTI DEBOLIUn pelo di omogeneità, qualche traccia meno bella.
CANZONI MIGLIORIWireworm (ascolta), Abiura (ascolta), As a Son to His Father (ascolta)
CONCLUSIONIMetaphysincarnation si rivela un ottimo lavoro, adatto a tutti i fan del death metal classico e di quello tecnico.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
83
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Quella del death metal italiano è una storia desolante. All’inizio degli anni novanta, mentre gli Stati Uniti e la Svezia lottavano per il primato del genere e il resto del mondo non stava a guardare, da noi il movimento death faceva molta fatica. Il supporto era praticamente nullo, e andare avanti era molto difficile anche se si avevano buone qualità. Lo prova il fatto che a parte una manciata di nomi che sono riusciti a tener duro e a crearsi un buon nome (Sadist, Natron, Distruzione), quasi tutti i gruppi che hanno esordito negli anni novanta si sono sciolti in breve. Il caso degli Electrocution poi è esemplare: nati nel 1990, esordirono tre anni dopo con Inside the Unreal, album che metteva in mostra un eccellente technical death metal. All’uscita, il disco fu acclamato anche all’estero per la sua alta qualità, e portò il gruppo bolognese in tour con nomi del calibro di Death, Carcass e Benediction. Tuttavia, gli Electrocution non riuscirono ad approfittare di questo relativo successo: dopo un paio di EP e demo, che non lasciarono grande traccia di sé, nel 1997 arrivò lo scioglimento. Per fortuna, da qualche anno a questa parte la situazione per il death metal è cambiata. Il genere ha cominciato ad avere un discreto successo in Italia, e tanti gruppi hanno avuto la possibilità di riunirsi, compresi i bolognesi, che sono tornati insieme nel 2012. Da lì al nuovo album, il passo non fu molto lungo: nel 2014 vide finalmente la luce il come-back Metaphysincarnation.

Si tratta di un album che con un occhio guarda indietro: pur rimanendo techno death, il suono degli Electrocution è ancora più legato al passato del predecessore. Ciò viene fuori per esempio nelle strutture dell’album, che non sono arzigogolate solo per mostrare i muscoli come quelle di alcuni nel loro stile oggi: al contrario, nonostante l’alta caratura tecnica i brani si mostrano relativamente lineari. In generale, la band si concentra sulla musicalità delle sue composizioni, e il tentativo è molto ben riuscito. Dall’altro lato però gli Electrocution non sono attaccati al passato in maniera reazionaria, anzi mostrano elementi odierni. Un esempio è la registrazione: Metaphysincarnation suona moderno, il che gli consente di avere una gran potenza; forse a volte è lievemente rimbombante, ma per il resto è ottimo, con la sua carica selvaggia e senza troppe patinature. Anche per questo, ne risulta un prodotto molto ben curato, all’altezza delle grandi produzioni internazionali – nonostante sia uscito sotto Goregorecords, relativamente piccola come etichetta. Certo, non tutto è perfetto: per esempio l’album soffre di una certa omogeneità, con alcuni pezzi che ogni tanto tendono ad assomigliarsi. Nel complesso però Metaphysincarnation è un album di qualità ottima, come leggere nel corso della recensione.

La distruzione prende il via da un breve intro lento e arcano, con sinistri cori che già portano l’ascoltatore in un ambiente cupo. Questione di qualche secondo, poi Wireworm esplode come un pezzo veloce e diretto. La sua norma principale è sempre in movimento, specie col riffage labinitico e di gran potenza di Alex Guadagnoli, che si distende su un ritmo veloce, ma spesso non estremo. Eppure, la struttura generale non è poi così complessa: questa falsariga si presenta a lungo senza troppe variazioni, alternandosi solo a tratti con ritornelli più rallentati, catturanti a dispetto della forte pesantezza. L’unica grande variazione a questo dualismo è il passaggio centrale, lento e riflessivo, in cui a tratti tornano gli elementi iniziali. Si tratta di una frazione che perde un po’ in potenza ma compensa bene con un’aura cupa e ottimi arrangiamenti da parte di tutti gli strumentisti, tra cui spicca l’assolo verso la fine. È la ciliegina sulla torta di una opener ottima, poco distante dal meglio dell’album. Senza indugi, la successiva Phylogenesis esordisce potente e diretta con un riffage chiaramente death classico, seppur l’anima più tecnica degli Electrocution riemerga in molti fraseggi. Questa impostazione genera un’aura oscura e potente, molto evocativa, grazie anche al growl gutturale e graffiante di Mick Montaguti. Per buona parte il pezzo si sviluppa in questa maniera, senza grandi fronzoli; si cambia direzione solo al centro, dove ha luogo una progressione tortuosa, piena di cambi di direzione. I bolognesi si rivelano grandiosi anche in questo frangente: il risultato convince in ogni singolo passaggio, e unita all’altra parte funziona molto bene, per un risultato di altissimo livello. È ora il turno di Abiura: ha un breve intro martellante, dominato com’è dalla doppia cassa di Vellacifer e da un riffage ultra-ribassato di forte potenza. Questa norma torna anche nei ritornelli, devastanti ma anche catchy in una maniera inedita, almeno per il death metal. Le strofe invece sono leggermente più distese e dinamiche grazie a vaghi influssi thrash, ma sono anche presenti rallentamenti mastodontici dal piglio quasi brutal. Di grandissima pesantezza è pure la parte centrale, che alterna con saggezza momenti obliqui e da pogo, tratti scomposti che ricordano da lontano il djent e momenti più lenti e d’atmosfera. È solo l’ennesimo dettaglio riuscito di una traccia perfetta in ogni passaggio, uno dei picchi assoluti di Metaphysincarnation!

Un piccolo interludio molto arzigogolato di chitarra acustica – di fatto l’outro della precedente – poi Bloodless si avvia come un mid-tempo solido e potente. In principio la velocità è bassa, e in certi momenti rallenta per tratti di influsso addirittura doom. Gli Electrocution però non lasciano da parte la frenesia death: qua e là si aprono fughe vorticose di forte energia distruttiva, quasi stordenti. La parte principale del pezzo è tutta qui: come da norma dei bolognesi si cambia sentiero solo al centro, con la solita frazione strumentale ben curata, in questo caso con un certo pathos. Nel complesso abbiamo un pezzo non tra i migliori dell’album, ma di buonissima qualità. La seguente As a Son to His Father è un tributo sentito e quasi commovente ai Death – che del resto sono una chiara influenza del gruppo – sin dal testo, che cita molte canzoni dei floridiani. Lo stesso vale per la musica, con alcune vaghe citazioni del gruppo di Chuck Schuldiner inserite in un pezzo classico per la band nostrana. La sua struttura è quella già sentita lungo Metaphysincarnation, con strofe veloci e potenti che si alternano con refrain rallentati e di facile presa. C’è spazio anche per una parte centrale che omaggia ancora i Death, con la sua essenza tortuosa e potente. Il tutto è all’insegna di un’aura rabbiosa e oscura, ma si scorge sempre un velo di tristezza sul fondo. È questo il segreto di una traccia grandiosa, uno degli squilli assoluti della scaletta! È quindi la volta di Panopticon, brano sin da subito più cervellotico di quelli sentiti fin’ora, con le sue ritmiche oblique e ossessive che presto cominciano a evolversi. Nella progressione che parte da qui, c’è spazio per momenti più rallentati e di grande impatto, fughe dal vago accenno melodeath e passaggi variegati di alto coefficiente tecnico, a volte alienanti. Il tutto si alterna in maniera non proprio repentina, ma a tratti i cambiamenti arrivano inaspettati. D’altra parte, rispetto alla media del disco il pezzo risulta meno memorizzabile e più anonimo, per colpa di alcuni passaggi che non incidono granché. Abbiamo per questo uno dei punti più bassi della scaletta, anche se la qualità è più che discreta. Dopo un altro interludio pulito, stavolta molto tranquillo, si riparte alla grande con Nature Obliteration traccia diretta e potente. La norma principale è diretta e tagliente, con poche concessioni al lato più tecnico degli Electrocution, pure non assente. Si cambia però direzione in maniera decisa coi ritornelli, circolari e vertiginosi, che nonostante il loro mood obliquo risultano di grandissimo impatto. A parte questo, c’è spazio giusto per qualche stacco in blast beat e per una sezione centrale rabbiosa, ossessiva per la prima parte mentre la seconda presenta un buon assolo slayeriano. Il risultato è una canzone lineare ma di grandissima efficacia!

Un lungo preludio melodico, poi Logos esordisce rallentata e con influenze thrash moderno, che compensano la relativa mancanza di dinamismo con una bella potenza. Si tratta di una base convincente, ma purtroppo lo stesso non vale per i ritornelli: seppur il riffage di base sia interessante, come anche la prestazione di Montaguti, i fraseggi di chitarra presenti sembrano un po’ leziosi. È l’unico punto debole di una traccia all’altezza della situazione per il resto, sia nella sua parte principale che nella frazione centrale, con uno sfogo frenetico seguito dall’ennesimo grande assolo della serie. Il risultato complessivo, nonostante i difetti, è insomma più che buono. Giunge ora Aliento del Diablo, frammento di un minuto di sola chitarra classica, che come suggerisce anche il nome ha dalla sua un gusto flamenco, pur ricordando peri altri versi gli interludi acustici tipici del techno death. Ne viene fuori un ibrido strano ma piacevole, sia preso a sé stante che come introduzione per la successiva Spirals in Tension. Questa riparte subito con grande intensità, come un brano pestatissimo e potente, denotato prima dai giri turbinosi delle chitarre e del basso di Max Canali e poi da una fuga di gran impatto. Quest’ultima prende presto il sopravvento: la maggior parte del brano è tirato, pur alternando momenti di forza distruttiva ad altri più espressivi, con venature melodeath inserite tra le righe. C’è anche spazio per l’altra anima dei bolognesi, quella più tecnica, che torna fuori coi refrain, strani e molto obliqui, il che li rende meno validi del resto pur conservando una certa piacevolezza. La somma di queste parti è una buonissima traccia, breve e lineare ma di buon impatto anche col suo problema. Siamo ormai alle ultime battute: il compito di chiudere l’album è affidato ad Anthropocentric, traccia veloce e devastante, costretta da Vellacifer su un tempo rapidissimo, che a volte sale verso il blast. Su questa norma si snoda un riffage nervoso e di stampo tipicamente Electrocution, forse anche troppo: a tratti infatti aleggia la sensazione di già sentito. Anche così però questa impostazione incide; lo stesso vale per i ritornelli, meno movimentati del resto ma terremotanti e di gran efficacia. Nei poco più di tre minuti del pezzo c’è inoltre spazio per un numero maggiore di variazioni rispetto al solito, che rendono la canzone più imprevedibile, anche se la linearità dei bolognesi è sempre salva. L’esempio più ovvio è la parte finale, con una tastiera che scandisce un tema alienato e triste, prima accanto alla musica potente e al growl di Montaguti, poi in solitaria. È un outro valido per una canzone di ottima qualità e per un album più o meno della stessa fattura.

Alla fine dei giochi, Metaphysincarnation si rivela un lavoro di qualità elevate, seppur non sia al livello del leggendario predecessore. In fondo però è inutile fare paragoni col passato: se vi piace il death metal classico oppure l’incarnazione più tecnica del genere, è un album che vi intrigherà. Nel caso non lo abbiate mai fatto, vi consiglio di riscoprire gli Electrocution: nonostante la sfortuna che hanno avuto nella loro storia, sono un gruppo che merita il vostro supporto, è garantito!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Wireworm03:30
2Phylogenesis03:30
3Abiura04:16
4Bloodless04:01
5As a Son to His Father03:28
6Panopticon03:38
7Nature Obliteration03:28
8Logos03:59
9Aliento del Diablo01:08
10Spirals in Tension03:19
11Anthropocentric03:24
Durata totale: 37:41
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Mick Montagutivoce
Alex Guadagnolichitarra
Max Canalibasso
Vellaciferbatteria
ETICHETTA/E:GoreGorecords
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

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