Raven’s Gate – Blackstar Machinery (2016)

Per chi ha fretta:
Gli spagnoli Raven’s Gate fanno parte di quella nuova ondata di giovani gruppi che sta dando nuova linfa al power metal: lo dimostra il loro secondo album Blackstar Machinery (2016). Se superficialmente il loro suono è molto vicino a quello dei Sonata Arctica, il gruppo di Valencia ha dalla sua molti spunti originali. Tra gli influssi elettronici delle tastiere, quelli dal metal moderno/metalcore e strutture più complesse del power normale, il loro suono è piuttosto personale. In più, gli spagnoli ci mettono un ottimo songwriting, specie dal punto di vista delle melodie, a volte non immediatissime ma che alla fine colpiscono sempre con impatto. È anche per questo che abbiamo un album di altissimo livello, in cui brillano pezzi come la catturante The New Wave, l’ideale super-singolo Powerlife, la dolce ballad Whirlwind e la lancinante Niagara. Così, pur avendo un suono un po’ secco e una lieve flessione nella seconda metà, Blackstar Machinery è un piccolo capolavoro, che ogni fan del power metal dovrebbe recuperare!

La recensione completa:
Ormai non è più un’ipotesi, ma una certezza: il power metal è rinato. Dopo qualche anno di stagnazione, il genere di recente ha ripreso a progredire e a produrre album interessanti, grazie specialmente a band giovani ma con le idee chiare. È il caso del gruppo di oggi, gli spagnoli Raven’s Gate. Nati nel 2009 a Valencia, hanno dato alla luce nel 2011 il primo demo Defying Gravity; altri due anni, poi è stata la volta dell’esordio sulla lunga distanza, intitolato nello stesso modo. È invece dello scorso novembre il come-back discografico, Blackstar Machinery, uscito per l’etichetta spagnola Art Gates Records. Il genere proposto nell’album è un power che a un primo approccio può sembrare vicino ai Sonata Arctica: molte melodie ricordano i finlandesi, come anche la voce di Arturo “Megamuerte” Romero, vicina a quella di Tony Kakko. Tuttavia, si tratta solo di un’influenza, i Raven’s Gate non si limitano a copiare il gruppo scandinavo: a un ascolto più approfondito emergono un gran numero di spunti di personalità. Il più evidente è la forte presenza dell’elettronica, con la tastiera di Toni “Vanjoker” Zanon sempre in primo piano. Tuttavia, anche la parte metal non suona trita: gli spagnoli assorbono molte influenze dal metal moderno e persino dal metalcore, sia per quanto riguarda riff e fraseggi che nelle strutture, a volte più complesse del power normale. Il risultato finale è uno stile piuttosto originale, difficile persino da definire “power melodico” e che nonostante le sue influenze brilla per freschezza. È il punto di forza maggiore di Blackstar Machinery, ma i Raven’s Gate ci mettono anche del proprio: hanno una grande bravura nel songwriting, soprattutto nel comporre melodie di gran impatto. Molte di esse non sono catturanti all’inizio – ciò accade solo in alcune canzoni – ma con gli ascolti il disco cresce in maniera esponenziale fino a rivelarsi un vero gioiello. Come leggerete, al netto di un paio di pezzi lievemente meno riusciti e di una registrazione un po’ secca, Blackstar Machinery è in effetti uno degli album power metal più interessanti usciti lo scorso anno.

Le danze partono da Enter the Blackstar, tradizionale intro di musica sinfonica, circolare e vagamente cupo. È piacevole, ma un po’ prolisso: bisogna attendere due minuti prima che l’album entri nel vivo con la opener vera e propria, The New Wave. In fondo però vale la pena aspettare: si tratta di un pezzo catturante da subito, con strofe piene di pathos, grazie alla voce di Megamuerte e a lontane campane che danno un tono vagamente epico. Il livello emotivo cala un po’ coi bridge, lievi e che danno quasi l’idea di essere falsi ritornelli. Si tratta di passaggi adatti per rifiatare prima dei veri chorus, lenti ma potenti e di grandissima malinconia, oltre a possedere melodie di facilissima presa, sia per gli strumenti metal che per le sue venature elettroniche. Bella anche la parte centrale, che svaria tra un passaggio con la lontana voce femminile dell’ospite Dalma Neder (proveniente dai Caelus, melodeathster di Valencia), un momento di potenza ritmica e il classico assolo incrociato tra la chitarra di Carlos Barrera e la tastiera di Vankjoker. È un altro momento ben riuscito di un pezzo non convenzionale ma splendido, che apre il disco col botto! La successiva Kill the Enders è ancor più spostata sulla musica elettronica della precedente. Lo si sente già dall’intro, dominato dai synth sopra a ritmiche cadenzate. È una norma che si mantiene anche per alcuni stacchi, con la voce distorta e la quasi assenza di accenni metal. Tuttavia, per la maggior parte il brano è roccioso: il riffage è potente, seppur si intrecci sempre con una placida componente sintetica. Ciò avviene in special modo nelle strofe, vorticose e molto dense, di gran intensità nonostante le melodie e l’atmosfera si rifacciano al tipico power scandinavo. Più bizzarri sono invece i refrain, martellanti e dimessi, in cui il frontman duetta di nuovo con la voce distorta sentita in precedenza, per un effetto strano ma godibile. Sa il fatto suo anche la parte centrale, che mescola suggestioni elettroniche, neoclassiche e power metal in qualcosa di ben riuscito. È la ciliegina sulla torta di un pezzo il cui unico difetto è l’essere compreso tra due dei brani migliori di Blackstar Machinery.

Rispetto agli altri brani, Powerlife è molto lineare: dopo un intro che ne anticipa i temi, comincia con un’alternanza classica, ma che funziona alla perfezione. Le strofe tranquille, immaginifiche e di basso profilo sono adatte a introdurre bridge rumorosi. Questi a loro volta sono il preludio perfetto per ritornelli sognanti ed esplosivi ai massimi termini, che si stampano in mente nell’immediato con una melodia vocale zuccherosa ben supportata dalle solite tastiere di Vanjoker, calde, accoglienti ed emozionanti. L’unica lieve variazione alla forma-canzone è la parte centrale, in cui accanto a Barrera si mette in mostra anche il bassista Aitor Francés. Per il resto abbiamo un pezzo molto lineare ma grandioso, non solo l’ideale singolo dell’album ma anche uno dei suoi picchi assoluti, un piccolo gioiello di power melodico. Dopo una partenza così veloce, Blackstar Machinery si prende una pausa con Whirlwind, semi-ballata dolce in cui Megamuerte duetta con la splendida voce calda di Irene Villegas (frontwoman della symphonic metal band spagnola Against Myself), in principio su una base solo sinfonica. Anche quando la traccia sale leggermente di intensità e assume ritmiche potenti, a volte vicine addirittura al metalcore, il mood resta rilassato. Merito delle onnipresenti tastiere e anche del botta e risposta tra i due cantanti, sempre vivace e quasi romantico. Lo si può sentire per esempio nei ritornelli, teneri e molto intensi dal punto di vista emotivo. È un’aura che si conserva bene anche nella parte centrale, frammentata e piena di variazioni, passando dalla potenza (con addirittura l’ingresso del growl) a toni dilatati senza traccia di metal. Nonostante questo, è una sezione che si integra bene in un pezzo splendido, certo lontano dalla classica ballad fatta solo perché sembra quasi obbligatoria: abbiamo uno dei pezzi migliori dell’album!

Un intro di suoni ambientali, poi con Nylibrium Fields torna il power metal, stavolta in maniera abbastanza classica. Lo sfogo iniziale rientra nei canoni del genere, come la struttura che si sviluppa in seguito, fatta di strofe quasi dimesse, bridge speranzosi e ritornelli che cercano di essere liberatori. Questo risultato però non riesce bene agli spagnoli: proprio i refrain steccano un po’ con una melodia super-classica che non esplode bene. Poco male, comunque: il lavoro di Vanjoker è sempre adeguato, come quello di Barrera, e l’aura cupa e infelice che avvolge ogni passaggio rende l’ambiente piacevole. In più, sono presenti alcuni ottimi passaggi, come i già citati bridge o la solita frazione centrale di qualità. Siamo in presenza di un pezzo buono, che sfigura solo per essere in un album di questo livello, non per il suo valore intrinseco. Giunge a ruota The Hollow, strana e obliqua fin dal principio con le melodie vagamente esotiche della profonda chitarra ritmica. È il punto di partenza per un brano che riprende spesso queste suggestioni, specie nei ritornelli, strani ma che colpiscono nel segno, grazie al solito lavoro elettronico alle loro spalle e al senso mediorientale sprigionato. Le strofe sono invece sottotraccia e lineari, quasi inespressive ma funzionali al compito di sostenere la struttura del brano. Brilla anche la parte centrale, tempestosa e labirintica, coi veloci assoli e ritmiche di chitarra e tastiera. C’è poco altro da segnalare, a parte qualche arrangiamento sintetico posto qua e là: per il resto abbiamo un brano semplice ma ottimo. È ora il turno di In Love With a Shadow, che malgrado la grande presenza di riff metal può essere considerato un lento: i toni sono sempre distesi e docili, a eccezione di qualche breve stacco addirittura in blast beat. Per il resto si rivela un pezzo tranquillo e malinconico: ciò accade specie nei refrain, zuccherosi e sognanti, pieni di melodie che evocano un mood romantico e triste, caldo. Le strofe spiccano meno, lente e più espanse del resto, ma non stonano. Completa il quadro una sezione centrale dilatata e a tratti quasi onirica, piena di ottimi passaggi come bell’assolo lontano di Barrera. Il risultato finale è un pezzo non tra i migliori di Blackstar Machinery – colpa soprattutto del finale, che sembra un po’ affrettato nello spegnersi – ma che sa molto bene il fatto suo!

Con The Dance of the Scarecrow torna in scena una norma tesa, anche più della media dell’album: lo si sente già all’inizio, cupo e martellante, anche se poi la musica si apre. Da questo punto in poi, il brano comincia ad alternare momenti tempestosi e cupi ad altri più tranquilli. Appartengono alla prima categoria le strofe, denotate da un riffage energico e oscuro, ma pian piano la progressione si alleggerisce, fino ad arrivare ai ritornelli. Questi sono pieni di pathos, grazie al solito Megamuerte e a melodie oscillanti di grande presa. In tutto questo, c’è spazio per molte variazioni: una su tutte è la frazione strumentale al centro, vicina addirittura al progressive. È delicata in certi momenti, veloce e possente in altri, a volte epicheggiante e in altri frangenti lancinante e triste. In ogni caso i Raven’s Gate gestiscono bene tutti gli elementi : il risultato è ancora una volta di altissimo livello! A questo punto, c’è spazio solo per la closer-track, che risponde al titolo di Niagara: si comincia con le tastiere simil-sinfoniche di Vanjoker in bella vista su uno sfondo lento e costante, ma è giusto il preludio. Il pezzo vero e proprio è movimentato e dinamico, anche se la base non è molto potente, inglobando anzi influssi hard rock. In generale, il gruppo mantiene un profilo basso a lungo ed evoca un senso di depressa accettazione. Sembra quasi che la canzone debba essere dimessa per tutta la sua durata quando invece i toni cominciano a salire in maniera repentina. È il preludio ai ritornelli, che stupiscono con la loro energia dirompente e la loro tristezza lancinante ma anche per una bella melodia a presa rapida. La struttura è inoltre complessa, gli spagnoli inseriscono nella trama tante variazioni, tutte scelte con cura rendere il complesso ancor più interessante senza però fargli perdere la sua aura peculiare. È proprio questa la forza di un pezzo grandioso, il punto più alto dell’album che chiude con The New Wave, Powerlife e Whirlwind.

Per concludere, a Blackstar Machinery si può fare una critica: poteva essere migliore e forse raggiungere addirittura la perfezione se la seconda metà fosse stata all’altezza della prima. In fondo però è inutile lamentarsi: abbiamo lo stesso un piccolo capolavoro, che risplende grazie all’originalità della proposta e al grande gusto melodico dei Raven’s Gate. Per questo, se vi piace il power metal è un lavoro che dovete correre a recuperare. Vi perdereste altrimenti una delle uscite più interessanti dell’anno passato!

Voto: 91/100

 
Mattia
Tracklist:
  1. Enter the Blackstar – 02:00
  2. The New Wave – 04:10
  3. Kill the Enders – 04:54
  4. Powerlife – 03:58
  5. Whirlwind – 04;28
  6. Nylibrium Fields – 05:18
  7. The Hollow – 04:15
  8. In Love with a Shadow – 04:54
  9. The Dance of the Scarecrow – 05:56
  10. Niagara – 05:45
Durata totale: 45:38
Lineup: 
  • Arturo “Megamuerte” Romero – voce
  • Carlos Barrera – chitarra
  • Toni “Vanjoker” Zanon -tastiera
  • Aitor Francés – basso
  • Rodrigo Puché – batteria
Genere: power metal
Sottogenere: melodic power metal

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