Hellbound – Stories (2016)

Per chi ha fretta:
Nati nel 2006, gli imolesi Hellbound hanno esordito sulla lunga distanza esattamente dieci anni dopo con Stories (2016), album che guarda al passato. Quello del quartetto è un groove metal orientato da un lato verso il southern, ma ancorato  dall’altro all’incarnazione classica del genere, da cui prendono l’aggressività. Ciò si riflette nel cantato growl di Alessandro Tronconi e in ritmiche taglienti, ben supportate anche da un suono all’altezza. Gli imolesi tuttavia hanno anche un lato introspettivo, che rende l’album di difficile assorbimento. Tutto ciò è positivo, ma il lavoro soffre di alcuni difetti, in primis di una qualità un po’ ondeggiante e di una certa mancanza di hit. Nella scaletta infatti spiccano solo Paralysis, Shell e Outlaw, le altre non sono eccezionali – seppur siano quasi tutte di buona fattura. Bilanciando le due componenti, Hellbound non è eccezionale ma di buona qualità, e saprà farsi apprezzare dai fan del southern metal. 

La recensione completa: 
A oggi, il southern metal non è più quello di una volta. Se fino a qualche tempo fa con questo nome si classificavano solo gruppi groove o al massimo sludge che avevano un approccio particolare al loro genere, oggi esistono tanti approcci. Per esempio, un numero sempre crescente di gruppi mescolano suggestioni southern rock all’heavy classico, con risultati a volte di grande livello. Molti gruppi giovani seguono questa via o altre analoghe, ma esiste anche chi decide di ripartire dalle origini del genere: è il caso degli Hellbound. Dietro a un monicker un po’ inflazionato (sono esistite in Italia almeno altre tre band con questo nome) si nasconde un quartetto di Imola nato nel 2006 e arrivato dieci anni dopo a tagliare il traguardo dell’esordio, intitolato Stories. Si tratta di un lavoro molto classico a partire dallo stile, un groove metal di orientamento southern con rinforzi doom, ma anche ancorato al classico suono del genere. Oltre a Down e Corrosion of Conformity, infatti, gli Hellbound sono molto influenzati da Machine Head e Pantera. È da questi gruppi che prendono la loro impostazione aggressiva: rispetto a tante band del genere, preferiscono puntare sull’impatto. Questo intento viene attuato dal cantante Alessandro Tronconi, che usa spesso il growl, e da ritmiche sempre taglienti – merito anche del buon talento del gruppo nel creare riff incisivi. Il risultato è un lavoro di gran potenza, ma senza perdere una certa emotività southern, che lo rende quasi introspettivo. È anche il motivo per cui Stories è un po’ difficile da penetrare, e si rivela progressivamente: di sicuro non è di quelli che si possono assorbire con una manciata di ascolti. Contribuisce infine alla sua riuscita una registrazione all’altezza:  forse le manca un pizzico di profondità, ma per il resto è buonissima, tagliente al punto giusto e senza smorzare di un minimo il grande impatto del gruppo. Gli Hellbound hanno insomma parecchi assi nella manica, ma purtroppo non sono esenti da difetti. Quello principale è la qualità un po’ ondivaga di Stories, sia per quanto riguarda la scaletta, con qualche episodio rivedibile, che per i pezzi, che in certi casi perdono il filo. In più, la tracklist manca di hit clamorose: se sono presenti tanti brani godibili, quelli che riescono a fare la differenza sono molti meno. Sono difetti che non mettono in dubbio il valore degli Hellbound, ma rendono Stories un album soltanto buono, quando poteva essere migliore.

Come dice il nome stesso, Pitch Black (Intro) è un preludio tranquillo con il basso di Roberto Falavigna e una tastiera che si intrecciano per creare un’atmosfera sottile ma oscura, seppur a tratti appaia qualche accenno malinconico. Si tratta della calma prima della tempesta, che esplode quindi con Paralysis. In principio è una canzone piuttosto contenuta, con una melodia obliqua e il cantato pulito di Tronconi, che le danno un tono vagamente alternativo. Pian piano però Il livello di tensione sale: le ritmiche si fanno più affilate e il frontman comincia a usare il suo cantato più rabbioso. Tuttavia, il ritmo impostato dal batterista Marco Pazzi rimane lento e costante a lungo – del resto questo è il pezzo più doom di Stories. Solo dopo la metà i giochi si fanno leggermente più movimentati, con una frazione centrale non velocissima ma trascinante e di gran potenza, che si ripete poi anche alla fine. È il momento migliore di un brano molto buono in toto, di poco sotto al meglio dell’album che apre. La successiva The Shell si rivela lineare e diretta, dividendosi tra strofe ossessive, potenti e ritornelli più estroversi, con qualche vago influsso addirittura punk, il tutto all’insegna dell’aggressività. Si cambia strada solo per la cadenzata frazione centrale, in cui il chitarrista Diego Padovani mostra i muscoli con buoni impulsi ritmici e anche un assolo di qualità, che evoca la giusta malinconia southern. Per il resto il pezzo è veramente elementare, ma non è un difetto: la sua rabbia coinvolge bene e contribuisce con forza a uno dei picchi assoluti di Stories. Giunge ora A Prophecy: è introdotta da un preludio soffice, ma presto esplode in un brano di gran potenza, con un riffage grasso e magmatico che supporta lo scream di Tronconi, a volte affiancato da potenti cori. Questa almeno è la norma principale: ogni tanto si aprono dei momenti che assumono influenze da metal più classico in maniera progressiva, fino ad arrivare a ritornelli più aperti rispetto al resto, oltre che obliqui. Proprio questi, pur essendo carini, sono il momento meno buono della canzone, con la loro melodia un po’ obliqua e strana, quasi serena. In fondo però non è un gran problema: il lavoro dei chitarristi è ottimo, e quasi tutti gli altri momenti funzionano a meraviglia, compreso l’assolo centrale, lieve e psichedelico ma non fuori contesto. Abbiamo insomma un pezzo che pur non essendo eccellente si rivela di buon valore.

Witchcraft comincia subito in maniera sbieca e dissonante, fatto che si conferma anche nella progressione. La struttura stavolta è più tortuosa che in precedenza, alterna tanti momenti diversi, alcuni lievi, altri potenti ma con il freno a mano tirato, altri invece di energia distruttiva. Purtroppo, questa evoluzione a volte perde il filo conduttore: seppur molti dei momenti sono di qualità ottima, il complesso sembra scollato. Abbiamo un pezzo tutto sommato decente, anche se rappresenta il punto più basso della scaletta. Per fortuna, ora Stories si ritira su con Caronte, traccia ansiosa sin dal breve intro, per sfociare poi in una falsariga cupa e circolare, con ritmiche non potentissime ma di gran cupezza. È il punto di partenza per uno sviluppo che porta la traccia prima a salire con potenza ma poi ad alleggerirsi: i chorus sono molto melodici. Questo però non li rende mosci, anzi: i fraseggi disegnati dalle chitarre crea un’atmosfera plumbea e pesante, il che compensa la perdita di potenza. L’alternanza tra spunti cupi e altri energici funziona piuttosto bene, anche grazie a qualche arrangiamento ben riuscito che aiuta la varietà delle soluzioni. Ne è un buon esempio la parte centrale, divisa tra frazioni acustiche e un intermezzo centrale lento ma di gran energia, con lo scream di Tronconi e un bell’assolo. È forse il momento migliore di un pezzo non tra i migliori del disco, ma più che godibile. Un campionamento da “Per un pugno di dollari” di Sergio Leone, poi d’improvviso scoppia Fearless, scheggia impazzita e diretta come un treno per buona parte della sua prima parte. Fanno eccezione solo i refrain, che rallentano e perdono di aggressività, seppur il cantato rabbioso e un bel riffage li renda catturanti al punto giusto. Solo dopo metà il brano cambia direzione, cominciando ad alternare la sua anima più calma a momenti rocciosi, con incastri di riff di ottima energia, e a tratti melodici altrettanto validi. Si tratta dell’arricchimento giusto per un episodio di alto livello. Sin dall’intro, la seguente Outlaw trasuda southern da tutti i pori, fatto confermato poi quando entra nel vivo come aggressiva ma con un’atmosfera aperta e melodie vicine al blues sudista. Ciò ha luogo sia nelle strofe, granitiche e potenti, sia negli stacchi più aperti e bluesy che compaiono qua e là, sia nei chorus, a metà tra i due mondi, che brillano per la loro melodia, quasi catchy. Completano il quadro una serie di scelte felici per quanto riguarda arrangiamenti e variazioni, e il gioco è fatto: abbiamo un pezzo elementare ma che colpisce con gran forza, risultando per questo uno dei più belli dell’intero album.

Now or Never è cadenzata e quasi marziale sin dall’esordio, per poi diventare un pezzo ossessivo e di buona lena, con dalla sua un bel riffage groove/southern. Si tratta di una norma convincente, ma purtroppo non si può dire lo stesso dei ritornelli: sono obliqui e leggerini, con una melodia strana, quasi stonata, specie per quanto riguarda la voce pulita di Tronconi. È per questo che pur non essendo troppo sgradevoli incidono poco, il che è un peccato. Sia la norma principale che il passaggio centrale, ancor più southern del resto e con un altro assolo interessante, sono di livello almeno discreto. Abbiamo insomma un pezzo piacevole ma nulla più, il meno bello di Stories con Witchcraft. Torniamo quindi a livelli apprezzabili con Portrait, che può sembrare quasi calma e serena, anche se a leggere tra le righe non è così. Le strofe, lievi ed espanse, hanno una forte malinconia di sottofondo, ben evocata dai tanti fraseggi di vago accenno blues. È un sentimento che esce fuori con prepotenza nei chorus, più rutilanti e aggressivi al punto giusto. Buona anche la seconda metà, che accelera i ritmi ma senza spezzare il mood della prima, presente sia negli assoli che nelle parti più potenti. Il risultato di tutto ciò è un episodio semplice, ma che sa bene come coinvolgere. Con Through the River arriva ora al momento della ballad, l’unica dell’album. Si tratta di un pezzo molto classico, nostalgico e tranquillo, con la voce dolce dell’ospite Alessandro Rubino sopra alle chitarre pulite, senza che intervenga nemmeno la sezione ritmica. Non c’è nulla di nuovo al suo interno, ma gli Hellbound condiscono la ricetta con un buon pathos, palpabile e intenso a livello emotivo, con pochi ma buoni cambi di dinamiche e con una base melodica che colpisce. Nel complesso, non sarà un lento memorabile, ma svolge il suo compito più che a dovere. Si torna quindi alla potenza con la conclusiva Karma, potente ed estroversa sin dall’inizio col solito riffage interessante di marca groove/southern in evidenza. È una base che domina per buona parte delle strofe, esaltanti per la potenza che riescono a evocare. I ritornelli invece sono più aperti, e come da norma del quartetto sono strani e obliqui, ma stavolta non è un problema: non solo si mescolano bene col resto, ma riescono anche a catturare, con la loro bizzarra carica atmosferica. Chiudono il cerchio alcune variazioni di qualità, come i bei assoli sparsi qua e là lungo la canzone. Sono il tocco di classe per un altro pezzo di buonissima qualità, degna conclusione per un album dello stesso livello.

Insomma, pur non essendo esente da difetti Stories è un bell’album, adatto per passare una cinquantina di minuti tra suggestioni nostalgiche southern e aggressività groove. La mia idea è che gli Hellbound possano fare di meglio di così: se risolveranno i difetti e matureranno, il prossimo lavoro surclasserà questo loro esordio. Tuttavia, se vi piace il southern metal vi consiglierei lo stesso di dargli un ascolto: troverete senza dubbio qualcosa di adatto alle vostre orecchie.

Voto: 77/100

Mattia

Tracklist:

  1. Pitch Black (Intro) – 01:41
  2. Paralysis – 05:41
  3. The Shell – 04:39
  4. A Prophecy – 04:10
  5. Witchcraft – 03:08
  6. Caronte – 05:26
  7. Fearless – 04:02
  8. Outlaw – 04:33
  9. Now or Never – 04:32
  10. Portrait – 03:48
  11. Through the River – 04:02
  12. Karma – 04:32
Durata totale: 50:14
Lineup:

  • Alessandro Tronconi – voce
  • Diego Padovani – chitarra
  • Roberto Falavigna – basso
  • Marco Pazzi – batteria
Genere: groove metal
Sottogenere: southern metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Hellbound

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