Infatuation of Death – Code of Impiety (2016)

Per chi ha fretta:

Col loro esordio postumo Code of Impiety (2016), i polacchi Infatuation of Death firmano un album non grandioso ma interessante. Ne è la prova migliore il loro genere: si tratta di un death metal vicino al classico nonostante qualche spunto più moderno, che ha dalla sua potenza e aggressività da vendere. Questo stile risulta però un po’ generico e trito, senza che la band polacca riesca a dargli una marcia in più. Inoltre, l’album risulta un po’ omogeneo, e la sua registrazione è migliorabile. A parte questo, però, abbiamo un lavoro di livello medio più che discreto, in cui spiccano pezzi come l’equilibrata Left to Death, la minacciosa Infatuation With Death e la brutale Dead Christ Manifest. Supportato anche dalle elevate capacità tecniche dei polacchi e da un buon gusto nella creazione di riff, Code of Impiety è un album non eccelso ma godibile per i fan del death più classico. 
La recensione completa:
La Polonia è una grande terra in fatto di metal estremo. Tra l’inizio degli anni novanta e il duemila gruppi come Behemoth, Vader, Hate e Decapitated hanno spianato la strada per una scena che nel tempo è cresciuta e a oggi si presenta molto vitale. Proviene proprio dalla nazione dell’Est Europa il gruppo di oggi, gli Infatuation of Death: nati nel 2001 a Sosnowiec, negli anni successivi sono rimasti confinati a uno stretto underground, pubblicando giusto una manciata di demo. Forse è anche per questo che il gruppo ha cessato le sue attività di recente, ma non senza un ultimo colpo di coda: lo scorso mese di ottobre ha infatti visto la luce Code of Impiety, full-lenght d’esordio postumo. Il genere affrontato in esso dagli Infatuation of Death è un death metal dalle sonorità a metà tra la scena americana e quella polacca. L’intento della band è creare un suono classico, anche se non mancano spunti moderni e lievi influenze da altri generi, come gli elementi brutal o black che appaiono qua e là. Si tratta di componenti funzionali all’intento principale di Code of Impiety: quello di risultare potente e rabbioso come il death metal dovrebbe sempre essere. Quella degli Infatuation of Death in effetti è l’aggressività giusta, che i polacchi evocano grazie anche a doti tecniche di altissimo livello e a un buon gusto nel creare riff taglienti al punto giusto. Tuttavia, Code of Impiety non è esente da difetti. Il principale è che suona un po’ generico e trito: nonostante qualche spunto di personalità, in generale si tratta di elementi già sentiti, a cui il gruppo non riesce a dare una marcia in più. In più, il lavoro soffre di un po’ di omogeneità, con certi temi che ogni tanto si assomigliano tra loro – un difetto tipico del metal di oggi. Può rientrare tra i problemi anche la registrazione, un po’ grezza e secca, mancante di profondità, che smorza un po’ la possibile resa del gruppo, anche se in fondo non è un difetto così grave. Intendiamoci: nemmeno gli altri lo sono, e pur non essendo memorabile Code of Impiety, nel complesso risulta godibile e buono.
Si parte da breve intro sinfonico, molto inquietante, che d’improvviso si trasforma in un ambiente caotico, quasi stordente. È l’inizio della progressione torrenziale di Code of Impiety, debordante per potenza e spesso su velocità estreme. Ogni tanto questo macinare è un po’ sterile, ma di solito i riff dei polacchi incidono a dovere, grazie anche a qualche suggestione orientaleggiante che riporta alla mente i Nile. È una fuga travolgente che si ferma solo per la frazione centrale, più rallentata ma che compensa bene con le melodie della chitarra di Andrzej “Andy” Podsiadło, autore tra l’altro di un ottimo assolo. È il momento migliore di una title-track non eccelsa ma di buona fattura, il che la rende un buon riassunto dei pregi e dei difetti dell’album omonimo. La successiva Left to the World ha un avvio davvero bruciante, con tanti cambi repentini, ma dopo essersi sfogato diventa un po’ più lineare. La sua struttura incolonna strofe di puro assalto sonoro, dirette e rabbiose, bridge meno movimentati dalle venature cupe e ritornelli che tornano pestati, anche se il loro punto di forza è un incedere maschio e incalzante, ben conferito dal riffage e dallo scream di Łukasz “Vaginathor” Gliński. È una struttura che ogni tanto vede comparire fughe più vorticose, mentre altrove spuntano passaggi più aperti e melodici, che aggiungono oscurità al complesso. Un buon esempio è la parte centrale, meno terremotante e con un assolo di grande oscurità. È un valore aggiunto per una traccia di alto livello, che bilancia bene impatto e oscurità e risulta per questo uno dei picchi di Code of Impiety. Giunge ora The Grand Declaration of Forever Hate, che all’inizio sa un po’ di già sentito,ma presto svolta su una norma un po’ più particolare. Stavolta gli Infatuation of Death tengono al minimo gli svolazzi: la base è resa diretta e terremotante dalla batteria di Mariusz “BaronVonB” Pawłowski, ma il riffage non cerca la potenza, tende anzi a nascondersi per lunghi tratti, quasi introverso. L’effetto che si genera è strano ma non spiacevole, visto che questa base è non solo avvolgente ma perfetta per evidenziare gli scoppi di energia che punteggiano il pezzo, aiutati anche dalle venature black che appaiono qua e là. In più, in entrambe le sezioni sono presenti grandi variazioni: la prima per esempio si tramuta a un certo punto in un frammento obliquo di marca tecnica, in cui si mette in evidenza il basso di Mariusz “Faja” Gliński, la seconda invece sulla tre quarti sfocia in un assolo melodico, seppur di gran cupezza. Sono tutti elementi ben fatti di un pezzo breve ma intenso, poco sotto al precedente per qualità. 
In principio The Essence (Lead Us into Temptation) è rocciosa, ma più cadenzata e trattenuta delle precedenti. È però un’illusione: presto infatti si torna a correre, in un alternanza repentina tra momenti scomposti di vago retrogusto thrash e fughe death magmatiche e pestate ai massimi livelli. Stavolta inoltre la progressione è davvero schizofrenica, e porta il brano ad attraversare tantissimi momenti diversi. Alcuni, come quelli più rallentati, in cui i polacchi puntano sull’oscurità o quelli più pestati e death funzionano a meraviglia. In realtà anche gli altri non sono poi così male: non c’è niente nel pezzo che sia davvero sgradevole. Tuttavia, ogni tanto i raccordi sembrano un po’ forzati, e si perde il focus generale. È per questo che abbiamo un pezzo discreto e piacevole, ma che anche in virtù della brevissima durata risulta un po’ anonimo. Sin dal suo inizio scostante, la seguente Unblessed si mostra nervosa e oscura. Anche quando il ritmo diventa più dritto sono presenti le stesse sensazioni: il brano evoca a lungo un’oscurità forte e blasfema, che riporta alla mente i migliori Morbid Angel – ritrovabili anche in alcuni passaggi strumentali. Il tutto si allunga su un tempo rapido e vorticoso, spesso in blast beat,  ma di nuovo gli Infatuation of Death dosano bene i rallentamenti, riempiti come al solito da melodie con la giusta carica lugubre. Aiutano la buona riuscita del tutto la prestazione del Gliński cantante, qui particolarmente feroce, e un finale rallentato e imperioso, di gran forza oscura con le splendide melodie di Podsiadło. È il momento migliore di una traccia di buonissima fattura. Giunge ora Infatuation With Death, che da subito si distingue per il tema musicale di base, ossessivo e profondo, di vago retrogusto addirittura doom, che si ripete più volte lungo la canzone. La struttura però non è troppo ripetitiva, e il gruppo si ingegna per inserire la giusta quantità di variazioni: a volte ci sono assoli lugubri, mentre altrove si calca più sull’impatto, ma senza salire troppo di ritmo. A volte anzi la velocità cala, aumentando il retrogusto doomy, mentre la velocità si rivede solo al centro, con un assolo circolare e vertiginoso su una base sempre contenuta. È proprio questa la particolarità di una traccia che spicca molto all’interno dell’album per la sua diversità ma non stona, visto che la sua aura sinistra è in linea col resto di Code of Impiety. È  anche questa a renderla un pezzo ottimo, a poca distanza dai picchi del lavoro.
F.44.3 è un interludio inquietante, che su una base ambient lieve e orrorifica inserisce delle percussioni echeggiate e dei rantoli. Si tratta di un minuto inquietante al punto giusto, che si trova bene in un album come questo. Il metal torna quindi alla carica con Icons of Impurity, travolgente sin dall’inizio con una progressione non velocissima ma di grande impatto. I ritmi aumentano solo dopo un po’, quando entra in scena una fuga di energia distruttiva molto alta, una norma che poi apparirà anche in seguito. Per il resto il brano si muove su un tempo-medio alto e punta più sugli incastri di riff, cosa che riesce molto bene. Le ritimiche sono molto taglienti, la potenza è sempre su alti livelli, grazie a una gestione sapiente del songwriting. Fa eccezione all’energia generale solo la parte centrale, più melodica del resto e con un discreto pathos, sia nella prima parte solistica che nel passaggio successivo, lieve e dominato da una cupa chitarra pulita. Nonostante questa sua particolarità, si mescola bene in un pezzo forse non tra i migliori dell’album ma di buona fattura. Giunge ora Dead Christ Manifest, che prende il via come una tempesta in cui quasi ci si perde, ma presto assume una direzione ben precisa. Quando entra nel vivo abbiamo un’evoluzione convulsa, tutta rivolta all’impatto, che incolonna un passaggio devastante dietro l’altro senza quasi respiro. Il ritmo di Pawłowski è  compattissimo, e le ritmiche di chitarra graffiano più che altrove, grazie anche a qualche puntata verso il brutal. il brano procede in questo modo, variegato ma sempre diretto come un treno in corsa, travolgendo tutto sul suo percorso. Le uniche pausa presenti spuntano qua e là lungo il pezzo e mostrano un vago influsso techno death, con la loro anima scomposta; più leggero del resto è anche il finale, che compensa con un senso minaccioso. Nel complesso abbiamo un gioiellino impressionante, uno dei picchi assoluti di Code of Impiety! Quest’ultimo è ormai agli sgoccioli, e per l’occasione gli Infatuation of Death spiazzano con T.A.P.O.S.M.A.. Si tratta di un pezzo che lascia da parte il death metal per abbracciare una norma black lenta e ossessiva, che ricorda soprattutto i Bathory. Anche la complessità già sentita in precedenza lascia spazio a una struttura più lineare, con lunghi passaggi graffianti in cui si scambiano strofe e chorus simili, semplici ma catturanti. La componente più death dei polacchi e costruzioni più complesse ricompaiono solo ogni tanto, mentre al centro il ritorno è più convinto, con una lunga frazione tortuosa ma ben fatta. Ogni elemento è ben fatto, ma giudicare il brano è difficile. Se da un lato è di ottima qualità e rientrerebbe senza problemi tra i migliori del disco, dall’altra la sua diversità stona rispetto al resto: nel complesso come conclusione può andare bene, anche se si poteva fare di meglio. 
Insomma, pur coi suoi difetti Code of Impiety si rivela un album di buona fattura e senza nemmeno un pezzo meno che decente. Non sarà eccezionale, ma se siete fan del death metal classico al suo interno troverete di sicuro qualcosa che saprà soddisfare i vostri gusti. In quel caso, il consiglio è di dare agli Infatuation of Death almeno una possibilità!
Voto: 74/100 

Mattia
Tracklist:

  1. Code of Impiety – 03:37
  2. Left to the World – 03:54
  3. The Grand Declaration of Forever Hate – 03:19
  4. The Essence (Lead Us into Temptation) – 03:14
  5. Unblessed – 04:15
  6. Infatuation With Death – 04:10
  7. F.44.3 – 01:08
  8. Icons of Impurity – 03:55
  9. Dead Christ Manifest – 03:22
  10. T.A.P.O.S.M.A. – 03:34
Durata totale: 34:28
Lineup:

  • Łukasz “Vaginathor” Gliński – voce
  • Andrzej “Andy” Podsiadło – chitarra
  • Mariusz “Faja” Gliński – basso
  • Mariusz “BaronVonB” Pawłowski – batteria
Genere: death metal

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