Huldre – Tusmørke (2016)

Per chi ha fretta:
Al contrario di molti nuovi gruppi, i danesi Huldre sono ancora attaccati alle radici del folk metal, come dimostra il secondo album Tusmørke (2016). Lo stile dell’act scandinavo è un folk melodico che parte da una base tradizionale e le accoppia elementi da metal piuttosto lievi – i danesi puntano molto sulle atmosfere. In più la band ha un gran punto di forza nella voce dell’istrionica Nanna Barslev, che sa adattarsi bene a ogni tipo di cantato, dal tenore al tradizionale. Dal lato opposto però la musica degli scandinavi sa un po’ di già sentito, visto che il folk scandinavo è un po’ inflazionato oggi. Anche la scaletta non è perfetta: la qualità media è alta, ma solo Hindeham, Fæstemand e Nattersorg riescono a spiccare con forza, ed è presente anche qualche punto morto, come Skifting e Mørke. Sommando questi elementi, pur non essendo il capolavoro nelle potenzialità degli Huldre, Tusmørke è un buonissimo album, che si pone sopra alla media attuale del folk metal.

La recensione completa:
Dopo anni di fuoco, al momento il folk metal vive una piccola fase di stagnazione, e una delle ragioni sta nella mancanza di radici nelle nuove generazioni. Se i gruppi seminali sono partiti dal concetto di fondere il mondo della musica folk con quello metal, molti degli act moderni non hanno più questo background. Preferiscono seguire il sentiero già tracciato dai nomi storici, e il risultato sono uscite di maniera, a volte derivative in modo palese. Per fortuna però esiste ancora chi cerca di unire solo folk e metal, come per esempio il gruppo di oggi, gli Huldre da Copenhagen. Nati nel 2009, hanno esordito l’anno dopo con un demo omonimo, per poi arrivare nel 2012 al primo full-lenght Intet Menneskebarn; risale invece allo scorso tre novembre il come-back discografico, Tusmørke. Si tratta di un lavoro con molti spunti di interesse, in primis il genere: quello dei danesi è un ottimo folk metal melodico, che prende come base proprio la musica tradizionale nordica e la arricchisce di elementi metallici. L’aggressività non è mai troppa: i danesi puntano poco sull’impatto e molto sulle atmosfere, spesso ben studiate, tanto che Tusmørke spesso si avvicina molto al folk metal atmosferico. Inoltre, gli Huldre possono contare sulla voce di Nanna Barslev, cantante strepitosa che riesce a variare molto, passando da un cantato folkloristico al baritono teatrale tipico della frontwoman metal, il tutto con naturalezza e adattandosi bene alla musica. Gli elementi sono quelli di un grande album, ma purtroppo Tusmørke soffre di alcuni problemi. Il suo difetto principale è la scaletta, di qualità media alta ma senza quelle due o tre zampate in più che lo avrebbero portato verso le stelle; in più, ogni tanto c’è qualche brano meno valido, che abbassa lievemente la qualità. Infine, lo stile degli Huldre a tratti sa di già sentito: dopotutto a oggi il folk metal nordico suona un po’ inflazionato. Si tratta di pecche non trascurabili, che però non incidono più di tanto: Tusmørke resta infatti un album ben sopra alla media odierna del suo genere, come leggere tra poco.

Senza indugi, la opener Jagt comincia coi suoi temi principali e mette subito in mostra lo stile dei danesi. È il punto di partenza per un brano placido e aperto, specie in strofe di basso profilo con il violino di Laura Beck e il flauto di Troels Dueholm in primo piano sopra alla chitarra folk di Lasse Olufson e alla sezione ritmica. I ritornelli sono invece più potenti, con una maggior densità di chitarre distorte e la Barslev che dà loro un tono più teso, seppur il mood sia ancora rilassato e il ritmo sia sempre lento. L’unico momento che esce da questa impostazione è la frazione centrale, in cui uno stacco totalmente folk con percussioni e un giro ossessivo del violino dà il via a una progressione più veloce e movimentata, non durissima ma energica. Si tratta di una frazione molto valida, che si inserisce bene in un pezzo ottimo, a poca distanza dai migliori di Tusmørke. Giunge ora Hindeham, che ricorda da lontano i Korpiklaani più tranquilli, con la sua circolare sezione di strumenti tradizionali. Il senso generale però ha poco di divertente: è più un mood dimesso di lieve malinconia a dominare sia nelle spoglie strofe, in cui la potente chitarra di Olufson la fa da padrona sotto a vocalizzi nostalgici, sia gli stacchi in cui il folk torna a fluire con prepotenza. Il tutto è impostato in maniera calma: fa eccezione solo il centro, che d’improvviso si accende con una vorticosa sfuriata a tinte black metal, rapida e potente, che porta una cappa d’oscurità sul pezzo. È però solo un momento, che peraltro si incastra bene nel punto dove è messo nonostante la sua diversità estrema, e rappresenta la ciliegina sulla torta per un brano eccellente, uno dei picchi assoluti dell’album. La successiva Varulv si avvia in maniera molto tranquilla, con solo percussioni, fisarmonica e percussioni sotto alla voce della Barslev. È un intro forse un po’ lungo, ma poi sfocia in un pezzo interessante, che mantiene gli stessi temi su una basa più movimentata, non velocissima ma dall’incedere incalzante. Contribuiscono alla buona riuscita di questa falsariga di base la frontwoman, che mostra la sua solita prestazione istrionica e variegata, e un buon gioco di incastri tra strumenti folk e metal. Validi sono anche quei passaggi più preoccupati e potenti che appaiono qua e là, che aiutano a rendere la canzone più vivace e a scongiurare il rischio noia. Si tratta di arricchimenti per un episodio che pur non essendo tra il meglio del disco risulta di buonissima qualità.

Dopo tre pezzi più o meno distesi e lenti, gli Huldre stupiscono l’ascoltatore con Underjordisk, che mostra subito un ritmo cavalcante su cui si snoda una bella cavalcata. Le strofe sono incalzanti e vicine al power, grazie anche alla Barslev, che cerca l’espressività delle cantanti tipiche del genere. Vale lo stesso per i ritornelli, in cui la vocalist propone un’eccellente prova da tenore su una base più lenta ma di forte emotività. In tutto questo, gli strumenti tradizionali a tratti sono lasciati in secondo piano, ma risultano lo stesso importanti a dare profondità alla musica del gruppo. Completa il quadro una serie di intermezzi più duri tipici del trademark dei danesi, che punteggiano qua e là la canzone e la rendono più sfaccettata. Sono la perfetta quadratura per un cerchio di alta qualità, non lontanissimo dal meglio di Tusmørke! Con Skifting si torna quindi a qualcosa di più contenuto: lo si sente sin dall’intro, ritmato ma espanso e atmosferico. Questa caratteristica si mantiene anche quando il pezzo entra nel vivo: la sua base rimane costante ed espansa, con accordi e fraseggi lenti sia dalla chitarra che da flauto e violino. Questo è tuttavia il problema del pezzo: per quanto piacevole, ogni tanto la norma dà l’idea di essere un po’ troppo prolissa. Molto più interessanti sono le fughe quasi del tutto strumentali in cui regnano i giri degli strumenti tradizionali, veloci e brillanti. Sono frazioni molto più vicine al classico folk metal di quanto i danesi ci abbiano abituato, ma riescono a incidere molto meglio di quelle lente. Il risultato insomma è un brano a due velocità, che nel complesso risulta discreto, anche se poteva essere molto meglio. Per fortuna ora giunge Fæstemand, che esordisce in maniera solenne e sognante, con una base dal vago mood medievale sotto alla voce della Barslev. È un avvio molto suggestivo, che va avanti a lungo senza annoiare, grazie a un buon numero di variazioni, dati dai fraseggi  folk che appaiono qua e là. Solo dopo oltre due minuti e mezzo la traccia entra nel vivo, ma i temi musicali restano sempre gli stessi, e l’atmosfera immaginifica viene persino potenziata. In questa nuova versione la traccia perde un po’ della sua linearità: al centro spunta una lunga progressione, in cui le ritmiche di chitarra sono più in evidenza, e dialogano molto bene con gli strumenti folk. Buona anche la frazione che segue, lieve e tranquilla, con solo gli strumenti classici. È un momento vuoto e riflessivo, utile sia per dare un po’ di intimismo al tutto che per lanciare la nuova deflagrazione, ancor più intensa che in passato. Ne risulta brano perfetto, che dà emozioni molto forti e non annoia nemmeno in un istante dei suoi otto minuti, in ultima analisi il pezzo migliore dell’intero Tusmørke!

Mørke è un’altra traccia movimentata rispetto alla media degli Huldre: parte subito veloce e a tratti ingloba persino influssi dall’heavy metal propriamente detto. Una buona prova di questo sono i ritornelli, che ricordano da lontano gli Iron Maiden dal punto di vista dell’incedere, seppur col florilegio di violini al di sopra. C’è spazio anche per momenti più tranquilli e sottotraccia come le strofe, più espanse di media, anche se l’elemento metal è sempre presente e a volte si prende la scena in solitaria. Quando invece è accoppiato al folk, paradossalmente i ritmi si alzano. Le due parti si uniscono in maniera discreta, ma ogni tanto le melodie tendono a esplodere poco, come nel caso dei già citati refrain o alcuni tratti della frazione centrale. Altri passaggi sono invece di livello elevato – come il momento vorticoso posto sulla trequarti – ma nel complesso il pezzo si rivela soltanto buono, senza andare oltre. L’intro della successiva Tæring, cadenzato e oscillante, dà quasi l’idea di un ritorno alla tranquillità, ma presto i danesi accelerano. Parte da qui una norma che pur non essendo troppo veloce coinvolge con la sua fluente dinamicità e il gran contributo della Beck e di Dueholm sia ad accompagnare le parti cantante che quelle strumentali. Soprattutto però brilla il lavoro di Olufson, spesso ossessivo ma che sa anche essere labirintico, e portare la canzone su sentieri tortuosi e impervi, ma di sicuro fascino. Il chitarrista è il dominatore di un episodio più spoglio della media di Tusmørke, ma non è certo un problema: pur essendo breve (meno di tre minuti e mezzo) lascia dietro di sé un’impressione davvero ottima. Siamo ormai alla fine, e per l’occasione gli Huldre schierano Nattersorg, traccia di pura atmosfera: lo si può sentire sin dalle prime note. Abbiamo un pezzo lentissimo a entrare nel vivo: per un lungo tratto in scena sono presenti solo la shawm (sorta di ciaramella nordica) di Dueholm, il violino della Beck e gli arpeggi puliti di chitarra che evocano un atmosfera dimessa, depressa. Pian piano questa norma comincia a crescere, con l’ingresso della Barslev e delle percussioni di Jacob Lund, ma ancora ci vuole del tempo prima che il metal esploda. Poco male, in fondo: l’aura è avvolgente e scongiura ogni possibile noia, oltre a preparare bene il terreno. A metà canzone infine la traccia entra finalmente nel vivo, ma i temi musicali rimangono gli stessi come il mood triste, che si fa anche più penetrante. È una progressione piena di pathos, ben evocata dagli assoli di violino che la costellano e dai vocalizzi delicati della frontwoman. Si tratta del vero valore aggiunto di una traccia splendida, che nonostante il minutaggio ancora elevato (sono oltre sette i suoi minuti) si rivela buonissima, la migliore del disco con Hindeham e Fæstemand.

Chiudendo i conti, Tusmørke è un buonissimo disco di folk metal, piuttosto lontano dalla media del genere da qualche anno a questa parte. C’è da dire che poteva anche essere eccellente, senza i piccoli difetti che ha, ma questa non deve essere un motivo per sottovalutare gli Huldre. Se siete fan del genere, anzi, sono un gruppo tutto da scoprire!

Voto: 79/100


Mattia

Tracklist:
  1. Jagt – 03:44
  2. Hindeham – 04:28
  3. Varulv – 05:02
  4. Underjordisk – 03:22
  5. Skifting – 05:48
  6. Fæstemand – 08:08
  7. Mørke – 04:47
  8. Tæring – 03:24
  9. Nattesorg – 07:14
Durata totale: 45:57

Lineup:
  • Nanna Barslev – voce
  • Lasse Olufson – chitarra e liuto
  • Laura Beck – violino
  • Troels Dueholm – flauti, shawm, ghironda
  • Bjarne Kristiansen – basso
  • Jacob Lund – batteria e percussioni
Genere: folk metal
Sottogenere: atmospheric/melodic folk metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Huldre

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento