Herem – III (2016)

Per chi ha fretta:
Provenienti dalla piccola ma rilevante scena doom metal finlandese, gli Herem da Helsinki sono un ottimo gruppo, come dimostra il terzo full-lenght III (2016). Il loro sludge/doom metal lento e rabbioso, con influssi black ma anche una dilatazione di stampo stoner, non è originalissimo, ma il gruppo lo maneggia con competenza e buone doti nel songwriting. Sono ingredienti semplici ma che generano un disco interessante, anche se un po’ limitato: la sua durata di meno di quaranta minuti e un po’ di prolissità a tratti ne riducono la qualità. Non sono però difetti castranti: abbiamo un disco di alto livello, come dimostrano grandi pezzi quali Snakes of the Third Moon e Drowning Steed. Così, pur non essendo un capolavoro, III è un album di grande sostanza, che potrà farsi apprezzare da ogni fan delle frange più estreme del doom metal. 

La recensione completa:
Finlandia: una terra che qualsiasi amante del metal associa o con un certo modo di fare power, che sia melodico oppure estremo, oppure per scene gothic e folk metal altrettanto peculiari. Si pensa meno al doom, ma il paese scandinavo ha prodotto nel tempo ensemble di grande rilevanza. Si va da band fondamentali per il funeral come Thergothon, Skepticism a seconde linee di lusso del doom estremo come Unholy, Swallow the Sun, Shape of Despair e Hooded Menace, passando per i seminali Barathrum, per i più tradizionali Spiritus Mortis e Reverend Bizarre, e così via. Pur non essendo estremamente popolosa, la scena doom finlandese è molto varia e presenta tanti gruppi di valore: gli Herem, di cui parliamo oggi, non fanno eccezione. Nati nel 2005 a Helsinki, col tempo si sono costruiti una carriera non ricchissima ma costante, che li ha portati a tagliare lo scorso 31 ottobre il traguardo del terzo album, intitolato semplicemente III. La data di uscita caduta a halloween non è un caso: quello dei finlandesi è uno sludge/doom metal lento, rabbioso e lugubre, grazie anche a influssi più estremi. Quello principale è il black metal, le cui venature si possono sentire a tratti nella musica ma soprattutto nella voce di Valendis Suomalainen, cantante donna che però usa esclusivamente uno scream rabbioso e graffiante. Dall’altro lato gli Herem hanno anche tendenze psichedeliche, rivolte in particolare verso lo stoner doom, il che li avvicina ai gruppi più minacciosi del genere, come gli Electric Wizard. Si tratta insomma di un genere non originalissimo ma che i finlandesi affrontano con gran competenza e un songwriting equilibrato tra potenza e atmosfere, maturo e con poche ingenuità. Sono ottimi elementi per un album che poteva essere un capolavoro, se non avesse avuto alcuni limiti intrinseci. Il difetto più importante di III è la brevità: meno di quaranta minuti sono sufficienti per alcuni generi, ma sembrano un po’ esigui per uno stile lento ed espanso come il doom. In più, ogni tanto gli Herem perdono un po’ il focus delle loro composizioni, il che le rende un po’ prolisse. In fondo però nessuno dei due è castrante come difetto: III resta un album di gran spessore, come leggerete nel corso della recensione.

La opener Scars to Summon prende il via da un intro cupo e abissale, fatto di fuzz, per poi cominciare una progressione in principio lenta e funerea. Solo dopo un po’ il ritmo si fa più movimentato e la traccia entra nel vivo con una norma molto cupa, con ritmiche pesanti ma spesso anche espanse. La dilatazione aumenta anche di più anzi in quegli stacchi che si aprono qua e là, lugubri e in cui la Suomalainen è doppiata da una voce abissale, mentre altrove entrambi lasciano spazio a effetti ancor più orrorifici. È proprio un’oscurità opprimente quella che domina in quasi tutta la traccia, avvolgendo a meraviglia pur senza grandi variazioni nella sua struttura. Essa è anzi lineare: si scambiano momenti d’atmosfera e altri un po’ più potenti, e il tutto è condito giusto con un paio di buoni assoli qua e là – per esempio quello vorticoso nel finale, di gran impatto. Abbiamo insomma un pezzo che non sarà stratosferico, ma si rivela comunque di qualità elevata. La successiva Snakes of the Third Moon è introdotta dal basso di Tommi Hartin, che scandisce una melodia lenta e obliqua sotto a lontani fuzz di chitarra. È questa la base su cui si forma con calma un pezzo lento ma minaccioso, molto sludgy, che alterna momenti striscianti, di bassa tensione ma di alta cupezza, a tratti più esplosivi e potenti, ancora piuttosto dissonanti. Per la prima parte, l’atmosfera è all’insegna di un mood spaventoso, grazie ai tanti fraseggi di chitarra presenti qua e là e allo scream della Suomalainen, particolarmente feroce in questo caso. Poco dopo la metà il mood si fa più aperto, e la musica vira su qualcosa di più psichedelico e orientato allo stoner doom. È una parte con propaggini dell’aura malata precedente, ma risulta al tempo stesso liberatoria e potente, col suo ritmo movimentato che torna a rallentare solo nel nuovo scatto di pesantezza finale. Nonostante la diversità, le due parti si uniscono molto bene, beneficiando tra l’altro di una scrittura magistrale: il risultato è un episodio di livello elevato, una delle fiammate di III. Senza nemmeno un attimo di pausa, Drowning Steed prende il via dall’outro in cui si spegne la precedente, lieve e pieno di echi, e dopo un momento morbido torna alla carica. Stavolta però in primo piano i riff lasciano spazio ad armonizzazioni oscure, che ricordano da lontano il black metal, per una progressione sì cupa ma anche molto melodica. A tratti inoltre la densità scende anche di più, per lunghi passaggi morbidi, che compaiono qua e là, in cui il basso di Hartin domina e le chitarre scandiscono melodie lontane. È a queste frazioni che si alternano i pochi scoppi di energia presenti, peraltro non troppo intensi e che hanno persino un certo pathos di sottofondo, oltre all’oscurità. La struttura è abbastanza ossessiva e semplice (ma non annoia mai, l’atmosfera è sempre coinvolgente al massimo); si cambia strada solo verso tre quarti, quando il finale accelera su una norma tempestosa, sludge metal preoccupato e rabbioso. È il gran finale per un ottimo pezzo, poco sotto al precedente per qualità.

Slumber comincia in maniera molto melodica: inizialmente in scena c’è solo una malinconica chitarra. La musica poi si arricchisce anche della sezione ritmica e di distorsione che rendono il tutto psichedelico ed etereo, ma la sostanza cambia di poco. Solo dopo un po’ la traccia cambia direzione e torna verso l’oscurità: l’atmosfera da onirica si trasforma in quella di un incubo, che da qui in poi procede lento e circolare. In principio la potenza è ancora un po’ contenuta, ma nell’evoluzione successiva  i riff della coppia Patrick Ellison/Juho Laitinen si fanno più potenti e fangosi, e si accoppiano a fraseggi obliqui e cupi. Ne risulta un vortice sempre più sinistro e asfissiante, che a tratti ricorda addirittura una versione più rabbiosa degli Yob. Solo nel finale si cambia tono con prepotenza: a un certo punto, dopo un breve fill della batteria di Jani Peltola, parte in maniera inaspettata una frazione di stoner sabbathiano, seppur lo scream della Suomalainen e alcuni fraseggi renda ancora il tutto minaccioso. Si tratta del buon finale di una traccia ancora di ottima qualità. A questo punto, siamo ormai alle battute conclusive, e per l’occasione gli Herem scelgono Edge of the World. È una traccia molto lenta a entrare nel vivo: la sua introduzione, morbida ed espansa, ricorda da lontano addirittura il drone. La sua base è costituita da un arpeggio tranquillo e lievemente distorto, su cui lo scream della frontwoman, sempre malefico, duetta con vocalizzi maschili profondi e potenti. La base rimane placida a lungo, ma ogni tanto compaiono momenti più aggressivi, che però non compromettono l’espansione del brano. Si tratta di una progressione lunga e avvolgente ma forse un po’ prolissa; va invece meglio quando il tutto entra nel vivo in maniera definitiva, passata da poco la metà. Abbiamo allora un pezzo martellante e ripetitivo ma di grandissimo impatto, con le sue ritmiche a metà tra sludge e stoner, le melodie cupe di vaga matrice black e lo scream abissale della Suomalainen. È una lunga progressione che avvolge ai massimi termini sia con la sua potenza che con la sua cupezza, senza mai essere troppo pesante. È  un finale semplice ma eccezionale, ma anche nel complesso la canzone  è di buona qualità, nonostante la prima parte meno buona: si tratta insomma di una chiusura adeguata per un album del genere.

Chiudendo i conti, il terzo album degli Herem è un album non eccezionale, visti i suoi piccoli difetti, ma di grande sostanza. Forse i finlandesi non saranno la band più originale del mondo, né avranno la possibilità di diventare un nome di punta, ma sono un gruppo onesto e di buon talento. Quindi, se amate le frange più rabbiose ed estreme del doom metal, fate anche più che un pensierino su III.
  
Voto: 81/100

Mattia
Tracklist:

  • Scars to Summon – 07:00
  • Snakes of the Third Moon – 06:47
  • Drowning Steed – 06:43
  • Slumber – 09:10
  • Edge of the World – 09:56
Durata totale: 39:36
Lineup: 
  • Valendis Suomalainen – voce
  • Patrick Ellison – chitarra
  • Juho Laitinen – chitarra
  • Tommi Hartin – basso
  • Jani Peltola – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: sludge/stoner doom metal

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