Wuthering Heights – To Travel for Evermore (2002)

Per chi ha fretta:
Pur non essendo un nome famosissimo, i danesi Wuthering Heights sono un gruppo di grandissimo livello: lo dimostra per esempio il loro secondo album, To Travel for Evermore (2002). Si tratta di un lavoro rilevante in primis dal punto di vista stilistico: quello degli scandinavi è un power metal progressivo e neoclassico molto personale, grazie a influssi folk e sinfonici e a un’eleganza innata. Il punto di forza del gruppo sono però le atmosfere, sempre molto ben costruite, anche grazie a un songwriting di altissimo livello, al tempo stesso complesso e con una sua linearità. Ne risulta un album senza quasi pecche (giusto la registrazione è un po’ rivedibile) e pieno di grandi pezzi, come la sognante Dancer in the Light, la semplice See Tomorrow Shine o l’evocativa Through Within to Beyond. Per tutti questi motivi, To Travel for Evermore è un capolavoro assoluto, da non lasciarsi sfuggire a nessun costo.

La recensione completa:
Il mondo del metal, si sa, non è mai stato molto meritocratico. Accanto a quei pochi che sono riusciti a diventare nomi di punta del genere ce ne sono tanti che lo avrebbero meritato, ma per un motivo o per un altro non è andata bene. E così, in giro si trovano tanti capolavori incisi da band che non hanno raccolto quanto meritavano, o perché hanno avuto gravi problemi e si sono sciolti, o perché hanno portato avanti una carriera di secondo piano. È quest’ultimo il caso dei danesi Wuthering Heights: sono sempre rimasti un po’ nell’ombra, nonostante una proposta originale e di valore.  Partendo da una base power metal progressiva e neoclassica, il gruppo guidato da Erik Ravn aggiungeva influssi vari, che vanno dal folk alla musica sinfonica. Si tratta di uno stile di classe, elegante e profondo, che conta soprattutto su atmosfere ricercate e incisive dal punto di vista emotivo, il punto di forza assoluto dell’ensemble. I Wuthering Heights non hanno però solo originalità: sono grandiosi anche dal punto di vista del songwriting, al tempo stesso sfaccettato ma con una sua linearità. È questo il segreto che ha consentito loro di produrre nel tempo una bella serie di grandi lavori, come per esempio To Travel for Evermore, secondo album dei danesi uscito nel 2002. Si tratta di un disco senza quasi difetti: l’unico può essere rappresentato dalla registrazione, un po’ secca e rivedibile, ma è un dettaglio da poco. Per il resto, abbiamo quasi un’ora di power/progressive metal di altissimo livello, un capolavoro assoluto poco conosciuto ma tutto da scoprire.

L’album si apre con Behind Tearstained Ice, intro abbastanza classico ma più lungo del normale. Da qui si nota subito l’anima progressiva dei Wuthering Heights: si passa con disinvoltura da momenti tranquilli e influenzati dal folk a lidi più oscuri, in cui entrano con prepotenza le chitarre, fino ad altri più morbidi e malinconici. Nonostante la sua essenza tradizionale, è un preludio più che appropriato dell’album, prima che The Nevershining Stones entri in scena. Abbiamo allora un pezzo che dopo una lunga parte melodica iniziale comincia a evolversi a velocità media piuttosto alta. Di solito la norma è retta dal doppio pedale di Morten Gade Sørensen, su cui si mettono molto in evidenza le chitarre di Ravn e di Henrik Flyman, in un florilegio di lead neoclassici al fulmicotone. Una buon esempio sono i ritornelli, scomposti e rapidi ma anche catchy, grazie non solo ai due axeman ma anche alla bella prestazione di Kristian “Krille” Andrén al microfono. Nella struttura tortuosa del pezzo c’è spazio anche per notevoli rallentamenti, che danno al tutto grande varietà. A volte si tratta di passaggi più morbidi in cui tornano alla luce le influenze folk dei danesi, in altri casi frazioni oblique di marca progressive, mentre sulla tre quarti c’è un lungo momento di tranquillità, scandita solo da archi e pianoforte in solitaria. In ogni caso, il songwriting è di livello elevato, specie per quanto riguarda i cambi d’atmosfera: abbiamo un pezzo eccellente, pur non essendo tra i migliori dell’album – il che è tutto dire! Va però ancora meglio con Dancer in the Light,che in principio si mostra subito frenetica e preoccupata ma poi si assesta su una norma più lenta e costante. Le strofe sono lente ed evocano un mood d’attesa, misterioso. In esse si aprono di tanto in tanto degli stacchi: a volte si tratta di accelerazioni travolgenti, di gran potenza, mentre altrove si trovano aperture lente dal piglio epico. Il tutto è preparatorio per l’apoteosi dei ritornelli, melodici ma al tempo stesso liberatori, coi loro cori quasi angelici, seguiti spesso da brevi raccordi strumentali che recuperano venature folk. Inoltre, rispetto alla media dell’album la struttura è piuttosto lineare, ma non è certo un problema. Con le sue splendide melodie, abbiamo un episodio davvero da urlo, uno dei picchi assoluti di To Travel for Evermore.

Lost Realms comincia con lievi arpeggi di chitarra acustica, che sembrano presagire una semi-ballad. La si potrebbe quasi considerare tale, se non fosse che i Wuthering Heights la reinterpretano nel loro modo peculiare. Abbiamo un pezzo con molte frazioni lievi e melodiche, sognanti ma crepuscolari, incastrate però in un pezzo un po’ più animato, con un’aura preoccupata e abbastanza oscura, per colpa di ritmiche oblique e della voce infelice e urlata di Andrén.  Per gran parte dei suo otto minuti e mezzo il pezzo si muove su queste coordinate, con variazioni piuttosto contenute. Fa eccezione solo la frazione centrale, che ha un’atmosfera un po’ più speranzosa ma si incastra bene nel resto, grazie a ottime partiture – come per esempio il bell’assolo messo alla fine. È un buon arricchimento per un nuovo pezzo di qualità molto elevata. È ora il turno di Battle of the Seasons, strumentale di quasi nove minuti in cui i Wuthering Heights mettono in mostra tutto quello che sanno fare. Si parte così con una lunga evoluzione neoclassica in cui Ravn, Flyman e Rune S. Brink duellano con chitarre e tastiere, in una progressione tra Malmsteen e gli Stratovarius che sa emozionare. Presto però la direzione devia verso il progressive: abbiamo allora un’impostazione più strana e scomposta, piena di cambi di tempo e di bizzarrie, a volte persino al limite con l’avanguardia. L’atmosfera però è ben studiata, avvolge bene in ogni passaggio, dai ritorni neoclassici ai momenti tranquilli ed espansi, quasi ambient, dai tratti più giocosi a quelli più seri e compassati, da quelli più rapidi a quelli al limite col doom. Il tutto è ben mixato, ogni elemento è al suo posto con precisione chirurgica: in totale abbiamo un gran pezzo, a poca distanza dai migliori di To Travel for Evermore!

Dopo un paio di pezzi del genere, i Wuthering Heights osano ancora con A Sinner Confession, suite ancora più impegnativa della precedente, divisa in ben quattro parti. Si parte da Dawn, traccia animata e vivace, quasi allegra nonostante un velo di malinconia. Questa attraversa i vari passaggi della struttura, già da subito complessa, per poi acuirsi ancora di più in The Child in the Sun, sezione austera di stampo prog, che si addensa sempre di più fino a un apice di gran potenza, fatto di cori potenti e di tecnicismi spinti. Un po’ di linearità si recupera solo con The Man in the Moon, componente semplice ma convulsa, in cui i Wuthering Heights mostrano il loro lato più epico. È una frazione breve, che presto confluisce in una lunga parte solistica, ancora una volta ispirata alla musica barocca, complessa come i danesi ci hanno già abituato. È questa che ci conduce a Dusk, che all’inizio è anche più convulsa, una fuga con ritmiche potenti e assoli fulminanti, anche se poi si calma un pochino. Il finale, dopo una sezione più tranquilla, è veloce ma melodico, e mescola tutte le suggestioni già sentite lungo la canzone. Il complesso è molto buono, ma ogni tanto risulta un po’ pesante da ascoltare, con le sue serie interminabili di assoli. È questo a renderlo il momento meno bello di To Travel for Evermore, seppur abbiamo un signor pezzo, che risulterebbe tra i migliori in qualsiasi album prog/power metal medio. Dopo tre pezzi così impegnativi, con See Tomorrow Shine giunge un pezzo molto lineare, quasi al livello del normale power metal melodico, ma non mancano le normali divagazioni dei danesi. La struttura macroscopica alterna sezioni più potenti e veloci, con fraseggi sinfonici che ricordano vagamente gli Angra,e ritornelli speranzosi e liberatori, oltre che molto catchy, nonostante la voce lievemente sguaiata di Andrén. C’è poco altro da riferire, a parte una grandiosa sezione centrale, in cui tra un momento col flauto e uno oscillante, quasi celtico, le influenze folk del gruppo tornano fuori con forza. Si tratta di un ulteriore arricchimento per un pezzo elementare ma grandioso, uno dei picchi assoluti dell’album!

Through Within to Beyond comincia subito col suo tema portante, di grande forza evocativa, prima che l’ambiente si calmi notevolmente. È però una pausa di breve durata, perché presto entra nel vivo un brano che alterna momenti di profilo più basso, crepuscolari e sognanti, con ritornelli rallentati, che riprendono il tema principale e lo rendono anche più potente a livello sentimentale. Lo dimostra molto bene il finale, uno dei momenti più emozionanti dell’intero disco, con l’enorme potenza espressiva che possiede.  Qua e là c’è spazio per brevi scoppi di energia, che si incastrano bene all’interno del resto nonostante la diversità; lo stesso vale per i momenti più tranquilli, in cui Ravn e Flyman mettono in mostra il loro talento nel creare belle melodie. Di fatto, ogni passaggio di questi sette minuti scarsi è realizzato a meraviglia, il songwriting è stratosferico. Ne risulta un pezzo favoloso, il più bello dell’album a cui dà il nome (pur non essendo la title-track, “To Travel for Evermore” è uno dei versi del pezzo) col precedente e Dancer in the Light. A questo punto, non c’è rimasto più molto alla fine della scaletta, e per l’occasione i Wuthering Heights schierano River Oblivion. Più che un pezzo di chiusura è un outro espanso, che comincia come un pezzo ambient lontano e dilatato, per poi diventare una ballad retta da una chitarra acustica. Da questo momento, le due anime si mescolano, tra momenti di indirizzo folk rock e altri più espansi, il tutto sotto alla voce lontana di Andrén. C’è solo uno scoppio di energia al centro, per il resto il pezzo fila via leggero e liscio. I suoi quasi quattro minuti passano veloci, lasciando dietro di sé un’ottima impressione.

Per concludere, To Travel For Evermore è un album ricco, variegato, magnificente, pieno di vita, in ultima analisi un vero capolavoro, specie per quanto riguarda le sue atmosfere. Gli Wuthering Heights non saranno uno dei nomi di punta del power metal progressivo, ma più per sfortuna che per altro: per esempio, non li ha aiutati il periodo di scioglimento durato fino a pochi mesi fa, dovuto al cattivo stato di salute di Erik Ravn. In generale, la loro fama non dovrebbe condizionarvi: se amate il loro stile, anzi, questo è un album che dovreste recuperare a tutti i costi.

Voto: 95/100

Mattia
Tracklist:

  1. Behind Tearstained Ice – 02:15
  2. The Nevershining Stones – 06:25
  3. Dancer in the Light – 05:31
  4. Lost Realms – 08:28
  5. Battle of the Seasons – 08:48
  6. A Sinner’s Confession – 09:47
  7. See Tomorrow Shine – 05:13
  8. Through Within to Beyond – 06:52
  9. River Oblivion – 03:54
Durata totale: 57:13
Lineup:
  • Kristian “Krille” Andrén – voce
  • Erik Ravn – chitarra, tastiera e basso
  • Henrik Flyman – chitarra
  • Rune S. Brink – tastiera
  • Morten Gade Sørensen – batteria
  • Lorenzo Dehò – basso (guest)
Genere: power/progressive metal
Sottogenere: neoclassical metal

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