Raj – Raj (2016)

Per chi ha fretta:
Divisi tra Milano e il Veneto, i Raj sono un gruppo con delle potenzialità ma ancora acerbo, come dimostra il loro mini-album omonimo (2016). Da un lato il loro stoner doom cupo con forti inflessioni sludge, fangoso e acido, è originale, per merito di atmosfere di forte impatto e della voce sguaiata ed echeggiata di Francesco Menghi. Dall’altro però, oltre a presentare molte ingenuità il lavoro risulta davvero troppo omogeneo, con le cinque canzoni che sembrano quasi uguali tra loro, piene di melodie ripetute sia a livello musicale che vocale. È per questo che molti dei pezzi della scaletta perdono parecchio, e sono Eurasia e Iron Matrix riescono a spiccare. Per concludere, Raj è un mini-album interessante a livello stilistico, ma il gruppo omonimo dovrà lavorare molto se vorrà risolvere i propri problemi e sfruttare le proprie capacità a pieno.

La recensione completa:
Esistono due tipi di stoner doom metal: c’è l’incarnazione più aperta e solare, quella incarnata dai Cathedral, e poi c’è quella più cupa, precorsa dagli Electric Wizard. È proprio a questi ultimi che si rifanno i Raj, gruppo con membri divisi tra Milano e il Veneto che ha da poco esordito con un mini-album omonimo. Mescolando le suggestioni del gruppo originario di Bournemouth coi Black Sabbath più malati e influssi più moderni, il gruppo crea uno stoner doom ribassato e fangoso, inquietante, acido, con forti influssi sludge. Il punto di forza di questo stile sono le atmosfere, allo stesso tempo cupe ed espanse, che incidono molto bene, ma senza rinunciare a un discreto impatto, che i Raj evocano abbastanza bene. Unita alla voce echeggiata e sguaiata di Francesco Menghi, che è una sorta di Ozzy Osbourne acuto e più sotto acido, ne risulta un genere molto personale. Purtroppo però da sola l’originalità non basta: Raj soffre infatti di alcuni difetti. Quello di gran lunga più limitante è un’omogeneità spinta davvero agli eccessi: nell’album sembra quasi di ascoltare cinque volte lo stesso brano, più che di ascoltarne cinque distinti. La colpa è principalmente del songwriring: oltre ad alcune ingenuità, Raj presenta limiti per quanto riguarda la varietà, e anche una linearità spinta, che rende le strutture molto basiche.  Anche la già citata voce di Menghi, per quanto sia peculiare – non si sente spesso né nello stoner né nello sludge – è poco valorizzata: le linee vocali si assomigliano tutte, e finiscono per diventare una cantilena ridondante. Insomma, pur essendo un gruppo promettente i Raj per ora sono ancora molto acerbi, come leggerete tra poco.

Senza grandi preamboli, Omegagame va subito al sodo con un riffage ribassato e potente, su cui spunta per la prima volta la voce lontana di Menghi. Si tratta di una breve progressione, prima che il pezzo si incupisca abbracciano una norma lenta che alterna strofe minacciose e dilatate, con una certa rabbia di sottofondo, e chorus più espansivi ma con lo stesso malessere, in cui il frontman urla di più. C’è poco altro nella struttura  a parte un breve finale molto sabbathiano; per il resto abbiamo un pezzo semplice che si esaurisce in breve, e pur non brillando troppo lascia una buona impressione dietro di sé. La successiva Eurasia è più veloce e vorticosa della precedente, con il riffage magmatico e movimentato di Marco Ziggiotti retto dal ritmo medio-basso ma incalzante del batterista Daniel Piccoli. Quasi tutta la canzone si muove su queste coordinate: c’è spazio solo ogni tanto per qualche stacco più obliquo e lugubre, meno veloce ma paradossalmente più dinamico, con le sue venature sludgy più presenti che altrove. Questo dualismo si ripete senza quasi variazioni: l’unica è lo strano campionamento del finale. Non che ci sia bisogno d’altro: abbiamo un pezzo breve e di buona potenza, uno dei picchi di Raj. Purtroppo, non vale lo stesso per Magic Wand, che a questo punto sembra già trita. I suoi elementi sono quasi gli stessi dei pezzi precedenti:  le ritmiche sono simili, come anche la struttura e le melodie, e solo a un ascolto molto attento si colgono piccole differenze, per esempio nel riffage. È però troppo poco per far si che il pezzo resti in mente, e la durata ridotta a meno di tre minuti non aiuta. Abbiamo un pezzo vagamente piacevole, ma nulla più.

Black Mumbai è un interludio ambient con un sottofondo d’atmosfera, su cui si stagliano lontani lead di chitarra dal forte retrogusto blues, per un’aura desolata e lieve. È un frammento forse poco significativo, ma che ha almeno il pregio di essere piacevole e di creare un bel mood nei due minuti scarsi in cui dura. Con Kaluza si riparte quindi su toni più duri, ma purtroppo non è un bene. Dopo un lungo intro dilatato, che fa presagire qualcosa di diverso, parte un pezzo che suona esattamente come i precedenti, specie nei momenti più densi e pieni. Quelli più vuoti che riprendono il preludio incidono un po’ di più, ma in fondo non sono di grande impatto. L’unico momento davvero rilevante è il finale, più rapido e che con le sue ritmiche circolari e il cantato molto acido di Menghi risulta discretamente efficace. È però troppo poco per salvare il brano dall’anonimato quasi totale. Per fortuna, siamo ormai alla fine, affidata a Iron Matrix, che comincia con la batteria di Piccoli, presto seguita dal basso di Riccardo Calderato, prima di entrare nel vivo cadenzato e aggressivo, nonostante la velocità bassa. Il riffage però è molto pesante e cattivo, e i frequenti cambi tra momenti abissali e cupi e altri più estroversi aiuta in questo senso. Stavolta inoltre i Raj danno un po’ di varietà in più al pezzo, con momenti stoner più aperti e lenti che spuntano qua e là e danno al pezzo una sfaccettatura in più. È anche questo uno dei motivi per cui a dispetto del forte effetto “già sentito” abbiamo un pezzo di buona qualità, che risulta il migliore del mini-album insieme a Eurasia.

Per concludere, Raj è un esordio con buoni spunti e uno stile interessanti, basi su cui però c’è ancora molto da lavorare. In generale, la band ha già trovato una personalità che in futuro potrebbe dar loro frutti ottimi, ma per ora sono davvero troppo acerbi. La strada per arrivare a sviluppare a pieno le loro qualità è lunga e non sarà semplice. Io spero tuttavia che ce la facciano, perché in un mondo così appiattito come quello del metal odierno, chi ha anche solo un minimo di personalità è sempre da valorizzare. Tanti auguri ai Raj, insomma!

Voto: 62/100 (voto massimo per gli album sotto alla mezz’ora: 80)

Mattia


Tracklist: 
  1. Omegagame – 03:42  
  2. Eurasia – 03:07  
  3. Magic Wand – 02:47  
  4. Black Mumbai – 01:50  
  5. Kaluza – 04:25  
  6. Iron Matrix – 04:45
Durata totale: 20:36
Lineup:

  • Francesco Menghi – voce
  • Marco Ziggiotti – chitarra
  • Riccardo Calderato – basso
  • Daniel Piccoli – batteria
Genere: doom metal
Sottogenere: sludge/stoner doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Raj

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