Con Anima – The Book of Riddles (1999)

Per chi ha fretta:
I misteriosi norvegesi Con Anima sono stati un gruppo molto particolare, come dimostra il loro primo e unico full-lenght The Book of Riddles (1999). Il loro genere è un gothic metal scarno e molto meno ricercato della media di oggi, con influssi black ben palpabili. Questo rende l’album fresco e originale, ma non basta visti i suoi numerosi difetti. Tra un songwriting oscillante, una forte dispersività per colpa di un eccesso di brevi interludi tra le canzoni e qualche esagerazione da parte del cantante S. Cultoculus Danza (famoso per aver militato come Occultus per qualche mese nei Mayhem), il disco risulta limitato. In fondo però rimane un lavoro interessante, anche grazie a qualche bella zampata come l’onirica Eating Eyes, la semplice Empyrean o la profonda The Book of Eibon. Chiudendo il quadro, The Book of Riddles è un album non eccezionale ma molto piacevole, da riscoprire per i fan del metal dalla mente aperta.

La recensione completa:
La Norvegia negli anni novanta non era solo terra di black metal, come può sembrare a un analisi distratta. Anche per quanto il gothic il paese scandinavo non scherzava: proprio in quegli anni ha prodotto gruppi importanti. È sufficiente citare solo i Funeral, che prima di buttarsi sul genere hanno dato un apporto importante al funeral doom, i Theatre of Tragedy, che hanno inventato l’impostazione “beauty and the beast”, oppure i Tristania, precursori dell’incarnazione sinfonica del genere. La scena norvegese non si limitava però solo a questi tre nomi, erano presente un buon numero di gruppi e una certa varietà: si andava dai classici gruppi con voce femminile ad altri più legati alle radici doom, fino a giungere a proposte più strane. I misteriosi Con Anima ricadono proprio in quest’ultima categoria: il loro gothic metal è unico per le sue peculiarità. La band nacque nel 1997 a Sarpsborg per volontà del polistrumentista Amon, a cui si affiancano la cantante Embla e il frontman S. Cultoculus Danza – al secolo Stian Johansen, noto anche per aver militato col nome di Occultus nei Mayhem per qualche mese, come sostituto di Dead dopo il suo suicidio. L’anno successivo, il gruppo pubblicò un demo, The Angel of Melancholy, e partecipò a uno split di gruppi locali; è invece del 1999 il loro primo e unico full-lenght, The Book of Riddles, uscito sotto la nostrana Scarlet Records. In esso, i norvegesi suonano un gothic metal molto lontano dalla ricercatezza che si associa al genere oggi, come da ogni pulsione commerciale. Il loro suono invece è scarno e vicino per certi versi al minimalismo del black, genere da cui spesso i Con Anima prendono spunti – oltre a vaghi influssi che vanno dal metal classico al doom. È la somma di questi elementi a rendere The Book of Riddles fresco e originale, lontano com’è da ogni incarnazione odierna del genere. Purtroppo però, come ho ripetuto molte volte nelle mie recensioni, la personalità non è tutto: i Con Anima infatti non sono immuni da difetti. Il loro songwriting per esempio è un po’ altalenante, tocca picchi di alto livello ma anche momenti meno validi, e ogni tanto sembra un po’ confuso. In più, The Book of Riddles è un lavoro dispersivo a causa dei tanti brevi interludi presenti che spezzano un po’ la sua linea musicale. Insomma, parliamo di un album tutt’altro che eccezionale, ma che oltre all’originalità ha il pregio di essere piacevole, come leggerete tra poco.

Si parte da Interludio I, lunga introduzione a tinte ambient, in principio solo con toni bassi, prima che entrino tastiere e un arpeggio tranquillo di chitarra. È un pezzo calmo e dimesso al punto giusto, che introduce molto bene le atmosfere del disco, prima che Mindman compaia in scena. Questa si rivela subito bizzarra, con un’evoluzione vorticosa che si fa man mano più dissonante, grazie a ritmiche spesso vicine al black ma di lentezza doom e ai vocalizzi bizzarri di S. Cultoculus Danza. Il cantante gigioneggia molto, a volte spingendosi quasi su toni femminili – ma forse è Embla a cantare – mentre altrove usa toni un po’ più bassi, a là Peter Steele, ma con diverse stonature. Inoltre, la struttura è un po’ disordinata, con un flusso continuo di elementi che si susseguono senza quasi che due si ripetano, anche se il riffage di base non cambia tanto, rimanendo in scena come anche un certo mood orrorifico. Insieme alla componente vocale, è questo il problema principale di una canzone bruttina, il punto più basso di un album che da qui in poi comincerà a salire – ed è quindi una pessima scelta come apertura. Giunge poi Interludio II, frammento lugubre in cui si sentono rantoli, ringhi e il suono di affilare di coltelli, oltre a un pianoforte sguaiato. Il tutto dà un senso spaventoso, da film horror, che prosegue dal pezzo precedente, ma poi con Eating Eyes i toni cambiano in maniera decisa. Abbiamo un pezzo più nei canoni del gothic, con il pianoforte e le tastiere quasi sinfoniche che si intrecciano con le ritmiche oscillanti tipiche del genere, mentre il frontman sfodera un cantato profondo. I norvegesi continuano però a essere particolari: lo si nota dalla relativa rarefazione di suoni, nonostante i tanti strumenti, la voce di Embla sempre in sottofondo e la complessità della struttura. Se la maggior parte del pezzo si divide tra strofe distese e malinconiche e refrain più movimentati e angosciosi, c’è spazio per molti passaggi diversi. Di solito si tratta di momenti in cui il pianoforte di Amon si esprime in solitaria, peraltro con passaggi di ottima qualità. Va citata anche la frazione di tre quarti, con il duetto tra i due cantanti e il ritmo movimentato, per un senso lontano, alieno, ma in qualche modo anche dolce. Valido è anche Interludio III, che pur essendo in teoria un pezzo a parte di fatto si rivela solo un breve outro ambient. In generale, abbiamo un brano di alta qualità in toto, uno dei picchi di The Book of Riddles.

The Angel of Melancholy esordisce con un ritmo oscillante e tranquillo, su cui pian piano si costruisce una progressione lenta e delicata, piena di melodia sia nella base che per le voci dei cantanti. Tuttavia siamo ancora nell’intro: presto la musica accelera e si fa più animata. È l’inizio di una lunga evoluzione gothic movimentata e incalzante, quasi battagliera, a tratti persino con influenze power. La struttura, seppur con alcune variazioni, scambia momenti più melodici, scanditi dai lead di Amon, e altri più spogli, che spesso presentano ritmiche più potenti. È quest’ultima la personalità che prende il sopravvento, ma più il tempo passo e più la traccia si fa variabile. Per esempio, al centro si apre un lungo passaggio senza distorsione, solo con i due cantanti, tastiera e chitarra pulita, per un effetto vagamente nostalgico. In generale, è proprio quest’aura il filo conduttore del pezzo, anche se nei quasi sette minuti di durata si coniuga in diverse maniere. Per esempio, alcuni momenti sono preoccupati e quasi nervosi, mentre lo stacco sulla tre quarti è quasi positivo, nonostante un’infelicità possente nel sottofondo di chitarre vagamente black. Uniti tutti questi elementi, ne risulta un pezzo valido, forse non tra i migliori di The Book of Riddles ma godibile al punto giusto. Il successivo Interludio IV è di nuovo una sorta di outro del pezzo precedente, in questo caso quarantacinque secondi di ambient minimale abbastanza vuoto, che aggiungono poco o nulla all’album. Si riprende quindi al meglio con Empyrean, traccia piuttosto lineare che parte da un intro melodico, guidato dal lead di Amon. È il punto da cui si sviluppa una norma denotata dal semplice dualismo tra strofe dirette, dal retrogusto addirittura metal classico, e ritornelli più densi  e catchy, con la voce di S. Cultoculus Danza doppiata da quella angelica di Embla. C’è poco altro da riferire a eccezione di una frazione centrale che riprende l’intro e ne sviluppa bene le melodie. Il risultato è un pezzo semplice ma molto buono, a un pelo dai picchi assoluti dell’album.

The House on the Hill è introdotta da un preludio lento e placido, con la chitarra pulita e il basso, a cui si unisce poi una chitarra distorta per un effetto oscuro. Presto tutto si spegne in un breve intermezzo di chitarra classica, preludio all’entrata in scena del brano vero e proprio. Abbiamo allora una norma che vive di forti contrasti: se la base è molto melodica, con inserti sinfonici, il frontman sfodera uno scream/growl rabbioso, proseguendo anche nella progressione successiva. La struttura  su cui si muove è tortuosa, fatta di momenti più calmi in cui tornano le influenze sinfoniche e altri più duri e semplici, diretti. Tra una parte e l’altra spuntano inoltre vari passaggi, spesso più aperti e in cui torna la chitarra pulita. Si tratta di passaggi che arrichiscono lo spettro di un brano forse non eccezionale ma che sa il fatto suo. È ora il turno di Interludio V, che riparte dall’outro del pezzo precedente e lo porta avanti: ne risulta una lunga evoluzione che ha come unica protagonista la chitarra acustica, oltre a uno sfondo di effetti ambientali. È un pezzo misterioso e di atmosfera, che colpisce abbastanza: del resto  è il più lungo tra gli intermezzi del disco, il che lo rende anche il più significativo e valido. La seguente The Riddle prosegue su questa linea morbida e acustica, ma giusto per qualche secondo, prima di trasformarsi in un episodio metal melodico dall’atmosfera mogia. Si procede in maniera abbastanza liscia, con lunghe strofe sottotraccia che sfoggiano un riffage molto legato all’heavy classico, e aperture più melodiche e tranquille, piene di suoni che si intrecciano in un caos elegante. Stavolta inoltre la struttura è molto lineare: l’unica variazione è poco dopo la metà, con una frazione lenta e molto gothic-oriented, che impressiona molto coi suoi toni drammatici. È il momento migliore di un pezzo un po’ anonimo ma tutto sommato piacevole. Siamo ormai in dirittura d’arrivo: Interludio VI non è altro che trenta secondi di pianoforte,  giusto un’anticipazione dei temi di The Book of Eibon, che esplode subito dopo. Abbiamo allora un pezzo sognante, in cui le tastiere e il riffage si compenetrano alla perfezione sotto alla voce di S. Cultoculus Danza. Questa norma principale è molto fascinosa, ma i ritornelli sono anche meglio, con le loro melodie infelici e il frontman che urla molto, dando loro più pathos. Nella stessa direzione vanno anche le variazioni presenti: che si tratti di un momento vicino all’ambient o a uno stacco di pianoforte, tutto è funzionale all’atmosfera. Ottima anche la seconda metà del pezzo, più tesa e metallica del resto, con un ottimo assolo seguito da una coda ossessiva: si integra molto bene nel tessuto del brano, grazie anche alle onnipresenti tastiere che ne proseguono il discorso. Il risultato finale è una traccia molto valida, la migliore dell’intero disco con Eating Eyes.

Chiudendo i conti, The Book of Riddles non sarà eccezionale, ma è un album piacevole e originale con un paio di pezzi notevoli. In generale, probabilmente i Con Anima non sarebbero mai diventati un nome di punta del gothic metal, ma di sicuro non meritavano di cadere nell’oblio come poi è accaduto. Se non fosse stato per i problemi in lineup, magari avrebbero potuto fare di meglio in futuro e diventare un’ottima seconda linea del genere – anche se di fatto nessuno può dirlo. Comunque sia, se amate le forme di metal più strane e originali vi consiglierei di riscoprire quest’album nel caso riusciate a trovarlo. Non dategli una possibilità solo per la rarità, ma anche per il piacere del suo contenuto!

Voto: 71/100


Mattia
Tracklist:

  1. Interludio I – 01:29
  2. Mindman – 05:25
  3. Interludio II – 01:09
  4. Eating Eyes – 04:17
  5. Interludio III – 00:29
  6. The Angel of Melancholy – 06:47
  7. Interludio IV – 00:44
  8. Empyrean – 03:39
  9. The House on the Hill – 06:32
  10. Interludio V – 02:14
  11. The Riddle – 05:01
  12. Interludio VI – 00:34
  13. The Book of Eibon – 05:31
Durata totale: 43:51
Lineup:

  • S. Cultoculus Danza – voce
  • Embla – voce
  • Amon – chitarra, basso, batteria
Genere: gothic metal

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