From the Shores – Of Apathy (2016)

Per chi ha fretta:
Of Apathy (2016), primo album dei veneziani From the Shores, è un lavoro con dei grossi limiti. Se da un lato il loro melodeath con forti influssi classici e qualche venatura più moderna funziona dal punto di vista della potenza, dall’altro il gruppo ha un bel po’ di difetti. In particolare, manca loro la personalità: ogni elemento del loro suono è già sentito. In più, l’album soffre di una certa omogeneità, di alcune scelte discutibili a livello compositivo e un po’ di inconsistenza, vista la brevità del lavoro. Certo, non è tutto da buttare: l’album in fondo è ben suonato, piacevole e con qualche pezzo che spicca, come Heaven’s Dark Harbinger, The Constellation Thirst e Hourglass. Tutto sommato, Of Apathy è un album a cui manca un po’ di sostanza, ma piacevole e buono come punto di partenza, anche se i From the Shores dovranno lavorare molto se vogliono uscire dall’anonimato.

La recensione completa:
Tra i vari generi metal, il death è quello più difficile da suonare, e non solo per la tecnica musicale sopraffina che serve per affrontarlo. Visti i suoi elementi stilistici, è sempre stato difficile riuscire a creare del death metal efficace, che non sia uno sterile macinare oppure qualcosa di grottesco e manieristico. Al giorno d’oggi, poi, con le migliaia di gruppi che esistono e nuovi nomi che nascono ogni giorno, riuscire a spiccare e a non suonare derivativi è una missione quasi impossibile: solo pochissimi ci riescono, gli altri si devono accontentare di viaggiare su livelli medi. È il caso di Of Apathy, primo full-lenght dei From the Shores, ensemble nato nel 2008 a Venezia e con un paio di EP alle spalle. Da un lato, si tratta di un lavoro roccioso a livello stilistico, rifacendosi alla scuola melodeath più classica, quella di Gothenburg, irrobustita però da forti influssi provenienti dal death tradizionale. In più, i veneti aggiungono alla formula vaghe venature metalcore e black, non determinanti ma che arricchiscono di sfumature il loro suono. La potenza di questo connubio non è male, ma dall’altro lato i From the Shores non riescono a fare la differenza: purtroppo, Of Apathy è un album con diversi limiti. Il principale è che i veneti non riescono ad avere una propria personalità: nella loro musica non c’è nulla che non si sia già sentito in mille altri album. Aggiungendo a questo una forte omogeneità, con tante impostazioni che tendono a ripetersi tra le canzoni, ne risulta una scaletta piacevole ma che passa liscia, senza quasi scossoni. Inoltre, a tratti i From the Shores sembrano un po’ indecisi tra tradizione e melodeath, il che è all’origine di scelte discutibili: per esempio, le strutture complesse della prima non rendono giustizia alle atmosfere del secondo e le castrano un po’. Infine, Of Apathy è un album un po’ inconsistente: senza contare gli interludi e la traccia nascosta nel finale, dura circa mezz’ora. Certo, non tutto è da buttare: in fondo parliamo di un album ben suonato, piacevole e con alcuni pezzi di buona qualità. Tuttavia, se la forma è di alto livello la mia idea è che ai From the Shores manchi un po’ la sostanza, presente in alcuni spunti ma da sviluppare meglio in futuro.

Of Apathy prende il via da This Ain’t Another Feast for Crows, breve intro strumentale che dopo un attimo di silenzio deflagra come un pezzo graffiante e di gran impatto. Sono il riffage potentissimo della coppia Giorgio Dorigo/Riccardo Manente e il blast beat frenetico di Nicolò Sambo ad accompagnarci per circa quaranta secondi, prima che Heaven’s Dark Harbinger entri nel vivo, cambiando direzione verso il death melodico. Ma ciò non significa un calo di potenza: il pezzo è anzi oscuro e teso, con la sua alternanza tra lunghe progressioni rette ancora in blast e fughe più lente ma travolgenti allo stesso modo, che ricordano i gruppi svedesi anni novanta. Il tutto è impostato su una struttura tortuosa, piena di cambi di tempo repentini, a volte quasi schizofrenici. In effetti è difficile seguire la linea della musica, ma un songwriting ben fatto e un pathos palpabile la rendono sempre interessante: sono questi i segreti di un pezzo di alto livello, da annoverare tra i migliori dell’album. Vale più o meno lo stesso per The Constellation Thirst, che esordisce con un riffage di influenza black, che poi tornerà anche in seguito. Presto il brano si orienta però su una norma melodeath più classica, nervosa grazie anche alla voce di Luca Cassone, urlata e molto estrema. Questo tipo di strofa si alterna con bridge rallentati e stoppati, in cui spuntano vaghi influssi metalcore, e poi con ritornelli che tornano a correre e riprendono l’intro in maniera aggressiva e potente. Più o meno è tutto qui, si cambia strada solo per una parte centrale rallentata e malinconica, in cui si sente il lato più tranquillo dei veneti. In generale, abbiamo un pezzo in cui i From the Shores mostrano ogni loro sfaccettatura, il che lo rende uno dei picchi assoluti di Of Apathy! Dopo un apertura di alto livello, con To Rest in Arms of Perfection la qualità si abbassa. Abbiamo un pezzo da subito diretto e serioso, che a dispetto dei fraseggi di marchio Gothenburg preferisce caricare a testa bassa. È una norma sottotraccia che svolge il suo lavoro in maniera discreta: purtroppo però non si può dire lo stesso degli altri passaggi. Ogni tanto la linea tende un po’ a perdersi, specie con quei passaggi melodici che interrompono la linea del brano e gli fanno perdere di focus: un buon esempio è la lunga frazione conclusiva, un po’ fuori luogo con le sue melodie e la sua anima a volte vicina persino al death tecnico. Va un po’ meglio invece con gli stacchi più potenti, anche se non sempre di alto livello. Ne risulta un pezzo a due velocità, godibile a tratti ma nel complesso solo sufficiente.

Dopo un breve preambolo, Incest of the Wretched comincia ad alternare con urgenza momenti possenti, puro death metal classico, a fughe che riprendono il ritmo obliquo iniziale e lo corredano con più melodia, seppur la potenza domini sempre. È un’impostazione di gran forza, non splendida – in fondo si avverte un po’ la sensazione di già sentito – ma godibile, grazie anche a un aura rabbiosa ma sofferente. Rafforza questo sentimento anche la melodica frazione centrale, in cui solo una chitarra pulita e il basso di Nicolò “Theo” Del Zotto occupano la scena, prima che si torni al metal con un solo molto melodioso. Il risultato complessivo è un episodio non eccezionale ma di buon valore, sopra alla media dell’album. Un lungo interludio, con una tastiera sotto a un’inquietante chitarra pulita, poi Primal entra nel vivo con intensità. Il riffage della coppia Manente/Dorigo è sempre di gran potenza, ma l’intensità è variabile: le strofe tendono un po’ a nascondersi e a presentare le maggiori influenze melodeath, alternandosi con stacchi più potenti e orientati verso il death tradizionale. È il dualismo che regge buona parte della canzone, che si muove quasi a zig-zag tra i due mondi, peraltro con una buona lena e un songwriting almeno discreto: abbiamo insomma un episodio che pur non impressionando sa il fatto suo. La successiva Opus XIII è un lungo interludio occupato per la sua prima metà da una progressione di lievi effetti su una base sinfonica crepuscolare e tesa. Sembra quasi che si debba andare così fino in fondo quando i From the Shores cominciano a movimentare l’ambiente  fino a salire verso il blast-beat, ma senza mai essere aggressivi. A dominare invece è un lead di chitarra nostalgico e intenso, che evoca un forte pathos. È questa seconda parte a rendere piacevole un intermezzo altrimenti inutile, che invece così risulta almeno discreto. Si riparte quindi con Hourglass, traccia dinamica che va dritta al punto, con strofe senza troppi fronzoli. Il ritmo è diretto, il riffage è vorticoso, potente e musicale al punto giusto, come da norma del genere, e lo scream di Cassone dà alla musica una marcia in più. Ogni tanto la linea del pezzo muta, a volte su aperture più lente che colpiscono con un buon senso drammatico, mentre altrove si sfogano momenti parossistici, che cercano l’impatto ma lo trovano solo in parte. Questi ultimi sono l’unico difetto di un pezzo ben fatto per il resto, con ogni dettaglio musicale ben al suo posto e un’atmosfera di urgenza che avvolge bene. A conti fatti, abbiamo un ottimo pezzo, poco sotto al duo d’apertura per qualità.

Purtroppo, arrivati a questo punto con I, the Firebreather riaffiorano i problemi dell’album. Dopo un dissonante intro di effetti e chitarre echeggiate, parte un pezzo nervoso e potente, che alterna lunghe progressioni melodeath , un po’ sottotraccia, e scoppi di energia che stavolta prendono meno dall’incarnazione classica del genere. Il tutto si modifica in maniera repentina, come già il gruppo ci ha abituato, il che a volte risulta un problema. Se quasi tutti i passaggi schierati dai veneti sono di buona qualità – una buona dimostrazione per esempio è il bel finale strumentale, pieno di bei fraseggi e di riff efficaci – ogni tanto i raccordi sembrano un po’ forzati. In più, mentre tutti i momenti più melodici funzionano bene, quelli più feroci non si incastrano bene tra gli altri, come se il gruppo a tratti avesse ecceduto con l’aggressività tralasciando la musicalità. Sono difetti non castranti, nel complesso il pezzo è sufficiente, anche se di sicuro poteva essere migliore. Siamo ormai agli sgoccioli, e il compito di concludere l’album è affidato a Weakness of the Flesh, episodio che è quasi una summa dei pregi e dei difetti di Of Apathy. Da un lato infatti i From the Shores mostrano i muscoli, con tanti bei riff, a tratti anche con un velo black a renderli più vorticosi ed espansi. La progressione è ben fatta, e anche le alternanze tipiche dei veneziani tra passaggi più rabbiosi e classici con altri che si rifanno al Gothenburg sound funzionano  a dovere. Tuttavia, se il pezzo incide, sono molti pochi i passaggi che rimangono in mente dopo l’ascolto: è il caso per esempio delle frazioni più melodiche e convulse, oppure lo spettrale finale che si spegne in una coda vagamente sinfonica. Per il resto il pezzo si perde un po’ nell’anonimato: colpa anche del senso di già sentito, a questo punto davvero forte. Ne risulta un pezzo gradevole ma non buonissimo, come è del resto il disco che chiude. Nell’album c’è però spazio ancora per la già citata traccia nascosta: arriva dopo circa un paio di minuti di vuoto e si mostra come un pezzo cadenzato di musica ambient, con suoni lo-fi lontani e misteriosi. È un finale molto strano, che c’entra poco col disco sentito in precedenza, ma ha il merito di essere fascinoso al punto giusto e in fondo non stona.

Insomma, pur essendo tutt’altro che memorabile, Of Apathy è un album più che decente, piacevole come sottofondo e anche con un paio di belle zampate qua e là. In più, non è poi così male come punto di partenza, anche se i From the Shores dovranno lavorare molto, a mio avviso, se non vogliono perdersi tra le centinaia di gruppi death e melodeath che affollano l’underground più stretto. Visto quello che si può sentire nell’album, la missione di elevarsi sembra ardua ma non impossibile; come sempre in questi casi, però, solo il tempo potrà dire cosa accadrà effettivamente.

Voto: 67/100

Mattia
Tracklist: 

  1. This Ain’t Another Feast for Crows – 00:43
  2. Heaven’s Dark Harbinger – 02:57
  3. The Constellation Thirst – 02:57
  4. To Rest in Arms of Perfection – 03:58
  5. Incest of the Wretched – 04:10
  6. Primal – 03:44
  7. Opus XIII – 02:10
  8. Hourglass – 03:40
  9. I, the Firebreather – 04:04
  10. Weakness of the Flesh – 08:43
Durata totale: 37:06
Lineup:

  • Luca Cassone – voce
  • Giorgio Dorigo – chitarra
  • Leonardo Manente – chitarra
  • Nicolò “Theo” Del Zotto – basso
  • Nicolò Sambo – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: melodic death metal

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento