Felis Catus – Megapophasis (2016)

Per chi ha fretta:
I Felis Catus sono una one-man band strana ma valida, come dimostra Megapophasis, demo uscito nel 2011 e ripubblicato alla fine del 2016 sotto una nuova veste. Il suono di questo progetto del polistrumentista siciliano Francesco Cucinotta parte da una base black metal a cui unisce moltissimi elementi diversi, fino a toccare l’avant-garde. Ne risulta un mix che funziona bene, grazie anche a un songwriting stratosferico e curato, che fa sembrare la musica addirittura lineare. L’unico difetto è invece un suono un po’ grezzo, che però limita poco la buona riuscita del tutto. Al contrario, i quattro pezzi sono di grande impatto, in particolare la veloce e arcigna Beyond the Veil e la cupa e bizzarra Holycaust. E così alla fine dei giochi Megapophasis risulta un demo di alto livello, che rende Felis Catus un progetto interessante per ogni fan delle branche più sperimentali del black metal. 

La recensione completa:
“Strano”: se si vuole usare una sola parola, sarebbe questa la più adatta a descrivere il progetto che risponde al curioso monicker di Felis Catus –il nome scientifico del gatto domestico. One-man band di Francesco Cucinotta, musicista siciliano già attivo in band locali (per esempio Serenades e Sinoath), dal 2010 a oggi ha pubblicato una manciata di dischi, tutti all’insegna dello sperimentalismo. Ne è un buon esempio Megapophasis, demo uscito originariamente nel 2011 e ripubblicato alla fine dello scorso anno da Masked Dead Records in una nuova versione, con una copertina diversa e un inedito packaging da DVD. Il genere che Felis Catus affronta al suo interno parte da un black metal semplice che però ingloba tantissime influenze, fino a toccare lidi avant-garde. Nelle sole quattro tracce di Megapophasis infatti si possono sentire spunti che vanno dal metal classico alla musica elettronica, passando per il post-rock e per decine di altre sfumature. Peraltro, Cucinotta si rivela un musicista molto competente: il mix tra i tanti elementi non risulta mai sterile o pretenzioso, anzi funziona bene e spesso riesce a stupire. Merito anche di un songwriting stratosferico, che cura la musicalità di ogni canzone, sia per energia che per atmosfere, in un quadro che nonostante i tanti elementi può sembrare addirittura lineare. Il risultato di tutto ciò è un demo di livello molto alto e senza quasi sbavature. L’unico difetto è il suono generale, che ogni tanto risulta un po’ troppo grezzo per i miei gusti; in fondo però è una pecca che incide poco sul risultato finale, come leggerete tra breve.

Un breve rullo della batteria, poi siamo subito all’interno di Beyond the Veil, che può sembrare a metà tra punk e speed metal. L’illusione si rompe però quando Cucinotta irrompe col suo scream blasfemo ed echeggiato, rendendo il tutto più rabbioso e cupo. È il punto in cui la traccia comincia a evolversi: all’inizio sono piccoli fraseggi più melodici, per esempio della chitarra pulita, che fanno il loro ingresso nelle trame ancora dinamiche del brano. Poco dopo però la musica si acquieta, per una frazione centrale molto placida, retta da una tranquilla sezione ritmica su cui si staglia una lieve confusione di suoni e campionamenti e una chitarra distorta molto lontana, lieve. È un momento di pace che dura a lungo, e quando si spegne sembra quasi che la canzone sia finita, ma poi la veloce norma iniziale torna alla carica, anche più lugubre che in precedenza, visti i vocalizzi lontani e blasfemi del mastermind. Abbiamo allora un finale di potenza, adeguato per una canzone che unisce le sue due anime in qualcosa di semplice ma splendido, subito uno degli squilli dell’EP. Dopo un intro ambientale con l’ululato di un lupo entra quindi in scena Thy Melancholy Remains, brano black incalzante ma dal ritmo lento, su cui si stende un riffage minaccioso, anche se poco aggressivo. In effetti il pezzo tende più all’atmosfera che all’impatto: lo dimostrano anche lo scream del mastermind, echeggiato e lontano, e i vari interventi che costellano la norma. Spesso si tratta di assoli di chitarra che arricchiscono il brano di melodia: un buon esempio è quello posto quasi verso la fine. C’è spazio anche per notevoli  aperture, in cui la densità musicale si affievolisce e in sottofondo spunta una voce pulita lontana, oppure per tratti anche più spogli, vicini all’ambient. E se il tutto ogni tanto sembra mancare un po’ di potenza, in fondo non è un problema: seppur sia l’episodio meno bello del quartetto, risulta lo stesso ottimo e non sfigura in Megapophasis.

Holycaust è ritmata e ossessiva, specie per quanto riguarda il riffage di base, circolare e cupo, a lungo in scena. Nonostante questo, non annoia mai: merito in parte delle variazioni di chitarra e di tastiera che spuntano a tratti, e aiutano la musica ad avere una sfumatura più calda e crepuscolare. Il meglio sono però le tante aperture più melodiche che spuntano spesso. A volte si tratta di momenti molto delicati e con un vago sentore progressive, altre volte sono più movimentate, con campionamenti elettronici e fraseggi di chitarra dolci in bella mostra. Tutti questi passaggi sono ben riusciti, anche se il migliore è quello che ha luogo poco dopo la metà. È un rallentamento imperioso, in cui in principio il canto di un muezzin si sovrappone a una diffusa base di chitarra black. È il punto di avvio per una progressione in cui vaghe sensazioni orientaleggianti si uniscono a una base lenta ma di gran impatto, con le sue suggestioni industrial black metal. Si tratta di una parte splendida, che colpisce nel segno, prima che come contrasto giunga un finale melodico e tranquillo, anche più di quelli già sentiti in precedenza.  Nel complesso ne risulta un pezzo tortuoso ma impostato a meraviglia, che raggiunge la opener tra i picchi assoluti di Megapophasis. Un intro ancora di effetti inquietanti, poi è il turno della conclusiva Psalm of Solemn Wrath. In principio è marziale, ricorda da lontano i Bathory più solenni, anche se i toni non sono evocativi ma lugubri. Siamo però ancora in un preambolo: la traccia vera e propria è più lenta, con un ritmo cadenzato a cui si affiancano effetti sonori abissali, sopra a cui si alternano un riffage black espanso e qualcosa di dissonante ma più rarefatto. È una norma oscura, quasi orrorifica, ma che ha in sé un elemento di pathos, intimista e nascosto, per un connubio difficile da descrivere a parole. Si cambia del tutto strada invece col passaggio di tre quarti, che abbandona i lidi metal per incanalarsi in un lungo passaggio ambient, variegato e dall’atmosfera tranquilla, quasi solare, anche se non manca un velo di inquietudine. È un bel passaggio, prima che il pezzo torni all’insicurezza della norma principale, ma solo per poco, e con chitarre rarefatte che l’accompagnano prima della fine. Nel complesso abbiamo un pezzo valido e avvolgente, poco sotto ai pezzi migliori dell’EP che chiude.

Concludendo, Megapophasis è un demo di alto livello, bizzarro e apparentemente semplice, ma a modo suo geniale e senza quasi difetti. Se siete quindi fan delle branche più sperimentali e d’avanguardia del metal estremo, non lasciatevi distrarre dalla discutibile copertina e date al progetto Felis Catus una possibilità. È probabile che troverete un gruppo che saprà incontrare il vostro favore.

Voto: 77/100 (voto massimo per gli EP: 80)


Mattia

Tracklist:

  1. Beyond the Veil – 04:46
  2. Thy Melancholy Remains – 04:59
  3. Holycaust – 06:01
  4. Psalm of Solemn Wrath – 05:55
Durata totale: 21:41

Lineup:

  • Francesco Cucinotta – voce, tutti gli strumenti
Genere: avant-garde/black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook di Felis Catus

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