Judas Priest – Point of Entry (1981)

Per chi ha fretta:
Point of Entry (1981), settimo full-lenght dei Judas Priest, è un lavoro spiazzante. Venuto alla luce tra due degli album più validi e importanti nella carriera degli inglesi, British Steel (1980) e Screaming for Vengeance (1982), è un disco diverso, in primis dal punto di vista stilistico. Abbandonato il loro classico heavy metal, in esso il gruppo di Birmingham propone un hard rock patinato, a metà tra il sound degli anni settanta e il pop metal del decennio successivo. Nonostante questa scelta, gli inglesi sanno ancora il fatto loro: lo dimostra una scaletta di livello elevato, che nonostante qualche passo falso propone brani grandiosi come Heading Out to the Highway, Hot Rockin’ e Desert Plains. Sommando pregi e difetti, Point of Entry si rivela un album non eccezionale ma buono, che a dispetto della sua cattiva fama potrebbe interessarvi, se l’hard rock fa per voi e siete disposti ad ascoltarlo con mente aperta. 

La recensione completa:
14 aprile 1980: British Steel, sesto album dei Judas Priest, vede la luce al momento giusto. Era un anno in cui il movimento NWOBHM, cresciuto in maniera esponenziale negli anni precedenti, cominciava ad andare per la maggiore. Il quintetto di Birmingham era già un precursore del genere avanti sui tempi, e con British Steel si pose come guida assoluta del nuovo heavy metal. Merito non solo dello stile, che perdeva ogni influsso hard rock residuo, ma anche della qualità intrinseca dell’album, che a quasi quarant’anni di distanza resta uno dei più grandi capolavori del genere. Dopo un album simile, era lecito aspettarsi qualcosa sullo stesso livello: del resto i Priest avevano ampiamente dimostrato di esserne in grado con la loro carriera precedente. Invece, l’anno successivo gli inglesi spiazzarono i fan pubblicando Point of Entry. Registrato a Ibiza, risente del clima rilassato in cui è venuto alla luce: dell’heavy metal sentito nel precedente è rimasto poco. I Priest ci propongono invece un hard rock seducente e patinato, a metà tra l’incarnazione anni settanta e quello che sarà poi definito pop metal, con giusto qualche influsso più metallico. È una scelta difficile da capire, che con ogni probabilità scontentò quasi tutti i fan, ma a tanto tempo di distanza e razionalmente non è stata una scelta poi così fallimentare. Come leggerete nella recensione, a un ascolto disincantato Point of Entry si rivela un buon lavoro, solido e ben fatto, in cui la classe degli inglesi rimane immutata, anche a dispetto di qualche canzone meno riuscita. Di fatto, il suo difetto principale è proprio quello di avere stampato in copertina il nome “Judas Priest”: fosse stato inciso da un pinco pallino qualunque, sarebbe di certo ricordato con molto più favore.

Senza alcun preambolo, Point of Entry entra subito nel vivo con Heading Out to the Highway, semplice e orecchiabile ma anche molto incalzante. La sua alternanza tra brevi momenti strumentali più energici, strofe espanse e tranquille e ritornelli corali e molto catchy sale di intensità con lentezza lungo il corso della canzone. Se in principio domina una calma solare, con la parte centrale la tensione aumenta fino alla conclusione, che riprende i temi già sentiti in precedenza ma è più denso e potente, grazie anche a un Rob Halford in stato di grazia. È il passaggio più valido di un pezzo ottimo in toto, già uno dei migliori di Point of Entry. La successiva Don’t Go è divisa esattamente a metà: da una parte ci sono le strofe, ritmate ma tranquille, in cui è la batteria di Dave Holland a sostenere chitarre nascoste, che solo ogni tanto si propongono in fraseggi rockeggianti. Dall’altra invece ci sono i ritornelli, più espansivi, dinamici e potenti, anche se l’elettricità non sale troppo: le ritmiche risultano sempre distese, e i cori che accompagnano Halford sono molto zuccherosi. L’unico momento davvero potente è l’assolo centrale, bluesy e sensuale, di sicuro il passaggio più valido di un pezzo a tratti un po’ ridondante – soprattutto nelle strofe – ma in fondo godibile. Tuttavia, essere compreso tra due dei picchi dell’album non lo aiuta: a ruota arriva infatti Hot Rockin’, che dopo un breve preludio entra in scena rapido ed energico. Cominciano a scambiarsi da qui strofe senza fronzoli, un po’ sottotraccia ma maschie quanto basta, e chorus rutilanti che colpiscono al punto giusto. C’è poco altro nel pezzo a parte la classica frazione solistica centrale, in questo caso veloce e con splendidi assoli di K.K. Downing e Glenn Tipton. È la ciliegina sulla torta del pezzo più heavy della scaletta, nonché una delle sue indubbie fiammate. Con Turning Circles torna quindi la distensione precedente: lo si può sentire sin dall’inizio a tinte pop rock, prima che parta un episodio lineare e molto leggero, il che non è un male. La norma principale è abbastanza incisiva, con un riff circolare placido ma musicale al punto giusto, che sorregge bene la voce istrionica di Halford. Risulta buona anche la parte centrale, più espansa e morbida del resto, ma tutto sommato piacevole. Il vero problema sono invece i ritornelli, obliqui e più pesanti, che cercano di essere catchy senza riuscirci, per colpa di una melodia che non esplode per nulla. È per questo che abbiamo un brano castrato, che pur essendo almeno sufficiente si rivela uno dei punti più bassi della scaletta.

Desert Plains inizia solare e melodica, per poi svilupparsi in un episodio accogliente e radiofonico, vicino all’allora nascente AOR. Lo dimostrano bene il riffage poco infuocato, che preferisce stavolta accordi suadenti  e lontani, quasi sognanti. Nonostante la mancanza di pesantezza, è una base fascinosa, arricchita spesso dai Priest con suoni ambientali o lievi tastiere. Cambiano direzione con più forza i ritornelli, dotati di cori lontani, suoni sintetici leggeri e un’aura che si fa più malinconica e intensa, oltre che avvolgente. Completa il quadro la solita frazione centrale di qualità, un altro punto di forza di un pezzo in apparenza semplice ma di grande efficacia, uno dei più belli di Point of Entry con la opener e Hot Rockin’! La seguente Solar Angels mostra in principio toni più duri, ma l’ambiente è disteso e in seguito si apre anche di più. Il cicolare riff iniziale lascia presto spazio a qualcosa di orientato verso l’hard rock, con un ritmo oscillante e ritmiche placide, che graffiano però in maniera discreta. È questa la linea su cui la musica avanza per quasi tutta la durata: ci sono giusto piccole variazioni tra le parti, ma per il resto tutto sembra elementare. Si cambia direzione solo per il solito assolo di valore, che arricchisce un pezzo molto lineare, non eccelso ma buono e avvolgente al punto giusto. È ora il turno di You Say Yes, divertente canzone dal ritmo incalzante, molto rock, che riesce a coinvolgere sin dalle prime note, grazie al riuscito riffage di Tipton e Downing. Se il pezzo fosse tutto così, sarebbe grandioso: peccato però per i refrain, più aperti e lineari, che risultano un po’ anonimi e non valorizzano bene il complesso. Molto meglio è invece la parte centrale, ancora molto distesa inizialmente, con sussurri e vocalizzi lontani, per poi salire in un bel crescendo. È un altro elemento valido per un pezzo che nonostante i suoi limiti risulta di buona qualità. Con All the Way continuiamo sulla linea precedente: si rivela un brano di rock duro semplice e godibile, stavolta con un’impostazione tipicamente da strada. In essa i Judas Priest mostrano ancora la loro classe: abbiamo un pezzo che coinvolge bene con le sue strofe dirette e di buona lena che si immettono in ritornelli che colpiscono al punto giusto. C’è poco altro da riferire a eccezione di un paio di frazioni – come l’intro o il finale – in cui i chitarristi si mettono un po’ più in mostra. Per il resto abbiamo un pezzo abbastanza liscio, magari non splendido ma buono e godibile quanto basta.

Troubleshooter prende il via dal ritmo scandito da Holland, preludio a qualcosa che può sembrare ancora calmo. Le strofe in effetti sono aperte ed espanse, con il basso di Ian Hill in evidenza e le chitarre che pitturano a tratti riff elementari ed eterei, oltre a qualche lead ogni tanto. Eppure, stavolta gli inglesi stupiscono con dei ritornelli seriosi e aggressivi, dominati dalla voce di Halford sopra a una base piuttosto potente. Il solito assolo di qualità, stavolta dello stesso tono cupo del resto, chiude il cerchio di una canzone di alto livello, poco sotto ai pezzi più belli dell’intero Point of Entry. L’album originale terminava quindi con On the Run, che dopo un intro rockeggiante, che fa pensare a qualcosa di analogo a quanto già sentito, prende una via diversa. Se la base è sempre hard rock, stavolta le ritmiche sono più pesanti: lo si sente bene nelle strofe, ritmate e di buona energia. I ritornelli sono più armonici, ma non perdono un certo impatto, dato dalla voce di Halford, che torna a sfoderare i suoi celebri acuti e conferisce al tutto una certa tensione. Per l’ennesima volta c’è poco altro da riportare, a parte un assolo vorticoso e adeguato al contesto, in cui Downing e Tipton mostrano l’usuale stato di grazia. Per il resto, abbiamo un altro pezzo molto buono, come il precedente a un passo dai picchi del lavoro che in originale chiudeva. Tuttavia, nelle edizioni più nuove dell’album sono presenti due tracce bonus: la prima, Thunder Road, è più recente rispetto all’album (è stato registrato nel 1987) e si sente. L’approccio è più heavy e i toni sono più moderni, vicini al pop metal della seconda metà degli anni ottanta. Lo si può apprezzare già nelle strofe, coinvolgenti ed evocative nella maniera dei gruppi di quel movimento, oltre a contenere una certa dose di pathos. La progressione successiva li porta a farsi meno seriosi ma più liberatori, con refrain che alla fine esplodono alla grande in un acuto di Rob Halford. Belli anche tutti i passaggi presenti nella struttura, più complessa della media del disco regolare: dai fraseggi di chitarra, patinati e a volte di marca sintetica, al momento centrale, misterioso e crepuscolare, tutto funziona bene. Abbiamo un pezzo buonissimo, che non avrebbe sfigurato nel pur ottimo Ram it Down (1988). A chiudere la scaletta giunge quindi una versione live di Desert Plains, registrata nel tour successivo all’album, che in questa sede i Priest rendono più intensa di quella in studio. È una forma che perde un po’ della magia della precedente, ma compensa con una gran potenza e anche con una buona tenuta del gruppo: un buon esempio è il passaggio centrale, in cui Halford gioca col pubblico. Nonostante le differenze, insomma, anche in questa nuova veste è un pezzo che funziona molto bene, e risulta adatta come chiusura.

Insomma, nonostante qualche passo falso Point of Entry si rivela un album solido e onesto, con una manciata di pezzi notevoli. Purtroppo è stato pubblicato da un gruppo che nella sua storia ha inciso tantissimi album che gli sono superiori, ed è capitato peraltro in una posizione veramente brutta. Oltre a tornare all’heavy metal quasi subito, i Judas Priest l’anno successivo pubblicarono Screaming for Vengeance, un altro dei picchi della loro carriera. Essere compreso tra due colossi del genere non è positivo per la fama di Point of Entry, e come già detto non lo è il fatto di essere un prodotto del gruppo di Birmingham. Se però l’hard rock non vi dispiace, e siete pronti ad ascoltarlo senza pregiudizi, potrebbe anche piacervi, e non poco.

Voto: 78/100


Mattia
Tracklist:

  1. Heading Out to the Highway – 03:46
  2. Don’t Go – 03:17
  3. Hot Rockin’ – 03:15
  4. Turning Circles – 03:39
  5. Desert Plains – 04:31
  6. Solar Angels – 04:01
  7. You Say Yes – 03:25
  8. All the Way – 03:38
  9. Troubleshooter – 03:56
  10. On the Run – 03:42
  11. Thunder Road (bonus track) – 05:12
  12. Deser Plains (live) (bonus track) – 05:06
Durata totale: 47:28
Lineup:
  • Rob Halford – voce
  • K.K. Downing – chitarra
  • Glenn Tipton – chitarra
  • Ian Hill – basso
  • Dave Holland – batteria
Genere: hard rock
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Judas Priest

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