Mezcla – Metalmorfosis (2016)

Per chi ha fretta:
Almeno a giudicare dal loro secondo full Metalmorfosis (2016), i francesi Mezcla sembrano avere un po’ il freno a mano tirato. Il loro è un’originale mescolanza tra death metal melodico e flamenco con varie influenze e testi in spagnolo, ma la seconda componente del gruppo è un po’ sacrificata e sviluppata in maniera timida. Nonostante questo, la musica del gruppo appare lo stesso interessante e originale, oltre a risultare ben suonata e ben fatta. È questo il segreto di un album godibilissimo e con un buon numero di brani rilevanti, come la rabbiosa Criaturas Indeseables, la melodica Mantis Religiosa, la tranquilla Luciernaga, l’intensa Otra Dimension e la lunga e complessa title-track. Quindi anche se i Mezcla possono fare di più, Metalmorfosis è un album sopra alla media odierna del death metal, consigliato a tutti i fan del genere a cui non dispiacciono le stranezze.

La recensione completa: 
È risaputo: la fanbase metal di norma è abbastanza conservatrice, e tende a rimanere refrattaria di fronte alle novità. E così, succede a volte che un gruppo, pur volendo osare, non abbia il coraggio di farlo fino in fondo, e tenda a trattenere il proprio spirito creativo. A mio avviso, è questo il caso dei Mezcla, francesi ma con testi in spagnolo: il loro intento dichiarato è quello di fondere due mondi lontani anni luce come il death metal e il flamenco – da cui il nome, che in spagnolo significa “miscuglio”. È un tentativo che riesce loro sono in parte: la componente dal secondo genere sembra poco sviluppata nel genere dei francesi, come se fossero un po’ timidi. Per gran parte il loro stile è invece un death melodico di stampo moderno, con influssi da generi come il black, il thrash e il metalcore, oltre a influenze variegate. In ogni caso, non è proprio un gran difetto: si tratta di un genere peculiare e coi suoi spunti di originalità, che può risultare molto piacevole, come dimostra il loro secondo album Metalmorfosis, uscito lo scorso 24 novembre. Nonostante qualche pezzo meno bello e un po’ di omogeneità, con alcune melodie che tendono a ripetersi, si tratta di un buonissimo lavoro, ben suonato e composto. Soprattutto, in esso i Mezcla dimostrano di essere ben al di sopra media del melodeath di oggi, sia per quanto riguarda la personalità che in generale per la qualità, come leggerete tra poco.

Metalmorfosis si apre con Criaturas Indeseables, che rispetto alle canzoni successive mostra un’anima rabbiosa più rivolta al death classico. Lo si sente sin dall’inizio, con un breve assalto iniziale, prima che la traccia rallenti. La potenza però non diminuisce: abbiamo una falsariga con ritmiche ossessive e di gran potenza, su cui svetta lo scream graffiante di Alexis Munoz, per un effetto aggressivo e cupo. Tuttavia nell’evoluzione il pezzo comincia a guadagnare in fatto di melodia e di profondità emotiva, specie negli stacchi che vedono le chitarre dello stesso Munoz e di Geoffroy Garraut proporsi in lead lugubri ma armoniosi. Ogni tanto però spunta anche qualche momento che rende il tutto più veloce e vertiginoso, accentuando l’aurea allucinata e insalubre che avvolge quasi tutto il pezzo. È proprio quest’ultima a dare più valore al complesso, rendendolo incisivo e coinvolgente, a un pelo dai picchi della scaletta. Un breve interludio delicato, dal sapore esotico, poi Sangre Y Arena entra in scena e mostra da subito il lato più black dei Mezcla, con un’aura lugubre e tetra. Il clima però non è freddo come nella norma del genere, le melodie oblique e lo scream del frontman generano anzi qualcosa di nervoso e con un certo calore, nonostante la cupezza.  Contribuiscono allo stesso effetto ritornelli rallentati e più calmi, con melodie flamenco scandite però dalle chitarre che le rendono maschie; vale lo stesso anche per quegli stacchi più orientati verso il death, crepuscolari e sottotraccia. Al centro c’è spazio anche per un momento più tranquillo e intimista, con solo un intreccio tra chitarre acustiche ed elettriche sulla base placida della sezione ritmica. È un altro dettaglio ben riuscito di un pezzo che sa il fatto suo, buono e godibile, seppur ogni tanto si mostri un po’ prolisso.

Mantis Religiosa accenna subito alle sue melodie principali, prima di cominciare con una progressione più potente. Le strofe sono dirette e veloci, con un riffage vorticante e ribassato; lo stesso vale in parte per i bridge, che pur essendo più lenti e cadenzati hanno una grande carica feroce e oscura. Al contrario i ritornelli sciolgono le tensioni ed esplodono con una melodia dolce e malinconica, catchy in maniera inaspettata e avvolgente a meraviglia. Oltre a questa accoppiata, al centro c’è spazio anche, per un frammento che si rifà al flamenco, seppur veda l’intervento del basso di Guillaume Poyet e di una chitarra distorta. È una norma lieve in principio, ma che pian piano si addensa, fino a diventare una progressione metal potente di efficacia grandiosa, con un assolo lungo ma splendido, tra il classico e l’esotico.  È la ciliegina sulla torta di un brano perfetto in toto, uno dei migliori in assoluto della scaletta. La successiva Luciernaga mostra un nuovo lato dei Mezcla, più aperto e semplice. All’inizio infatti abbiamo quasi un pezzo speed metal, veloce ma con melodie in bella vista. Anche quando la tensione sale, però, l’ambiente non è mai troppo cupo o feroce: pur essendo più pestate e con forti influssi moderni, le strofe conservano una loro delicatezza. È comunque nulla rispetto ai chorus, che alle spalle di Munoz vedono melodie riprese più dall’heavy metal classico che dal death, per un effetto catturante. Vale lo stesso per l’assolo centrale, di impostazione molto tradizionale, con persino accenni neoclassici, e per il finale, che pur salendo a tratti di intensità non oltrepassa mai una soglia estrema. Il risultato è un pezzo breve e melodico, che però colpisce molto bene: ne risulta un pezzo di alto livello, a pochissima distanza dai migliori di Metalmorfosis.

Entomofobia è un oscuro intermezzo di atmosfera che su uno sfondo d’ambiente, col frinire di cicale, vede emergere un cupo arpeggio di chitarra pulita. È questa la norma di quasi tutto il pezzo, anche se al centro la musica si fa più densa, con la comparsa di echi di chitarra, pianoforte, una voce femminile e percussioni. Questa falsariga dura poco prima di tornare a rarefarsi, ma il vocalizzo lontano femminile continua ad accompagnarlo, dandogli un tono ancor più misterioso. Nel complesso non sarà un pezzo memorabile, ma con le sue atmosfere colpisce molto bene e non sfigura nella sua posizione. Con Otra Dimension l’album torna su lidi metal, ma è ancora la melodia a dominare. L’intro è molto placido, con una melodia che sa un po’ di già sentito. È solo un vago senso, che sparisce quando il pezzo prende una via tutta sua, svoltando su una norma più ritmata, ma con un pathos fortissimo, palpabile. Merito soprattutto del lavoro formidabile della coppia Munoz/Garraut, ottimi sia nel circolare riff che per quanto riguarda i lead acuti e penetranti che compaiono qua e là. È questa la base principale, che però vive notevoli variazioni, per esempio per i ritornelli, più veloci ma al tempo stesso più melodici, con una base ritmica lieve e sognante che contrasta in maniera piacevole con lo scream del frontman. Si cambia ancora strada per la parte centrale, più melodica del resto e molto intimista, sia nello stacco più morbido che nei momenti più elettrici. Sommando tutti questi elementi, abbiamo un pezzo espressivo e molto avvolgente, il picco più alto di Metalmorfosis! Esfinge de la Calavera, che segue, è più energica già da subito, partendo presto in blast beat. Siamo ancora nell’intro, però: il pezzo vero e proprio è meno veloce, ma sostenuto e dinamico, con un riffage di influsso thrash di buona potenza. È una norma coinvolgente in maniera discreta: lo stesso però non si può dire dei refrain, che nell’ammorbidirsi divenendo però troppo espansi e prolissi. In più, le loro melodie sanno un po’ di trito, e non riescono a esplodere: ne risulta una frazione poca riuscita, che affossa in parte il pezzo. Unendo a questo anche la durata ridotta, ne risulta un episodio che lascia poco il segno, e pur essendo sufficiente risulta il punto più basso dell’intero album.

L’Usurpateur cambia ancora registro: abbiamo un pezzo cupo sin dall’inizio a tinte thrashy, che introduce un pezzo ossessivo e strisciante. La sua diversità dal resto dell’album è testimoniata sia dalla scelta di Munoz di cantare in francese, sia dalle ritmiche, vicine a tratti addirittura al death/doom metal, vista la potenza e il ritmo lento che le sostiene. Per lunghi tratti la musica si mantiene su queste coordinate, lasciando solo ogni tanto spazio a qualche apertura più lenta e d’atmosfera. I ritmi si alzano solo al centro centrale, più scattante e che a volte riprende il preludio, mentre in altri momenti si limita a essere nervoso allo stesso modo. Al resto però il dinamismo non manca troppo: l’aura lugubre che si genera avvolge tutto come una cappa pesante e avvolgente. È questo il punto di forza di un pezzo forse un po’ spiazzante vista la differenza col resto, ma che preso a sé stante risulta buonissimo. Siamo ormai agli sgoccioli, e per l’occasione i Mezcla schierano la lunga Metalmorfosis. Si comincia da un breve intro molto tranquillo e intimista, con due chitarre che si incrociano placide. Sembra quasi di trovarsi davanti a una ballad quando invece il la musica esplode con potenza. È l’inizio di una progressione solenne la cui falsariga iniziale è diretta e potente, anche se ogni tanto al rifferama energico e allo scream di Munoz si affiancano lead di chiara influenza flamenco. Tuttavia, stavolta il pezzo tende a variare parecchio: lo si sente già dai ritornelli, che perdono tutta la carica precedente per abbracciare un anima dimessa ed espansa, calda e accogliente nella sua depressione. Nella sua lunga evoluzione c’è spazio inoltre per brevi stacchi che tornano alla calma del preludio, e altri più metallici ma che hanno in sé una forte armoniosità e anche un certo pathos, spesso lenti e atmosferici, con nuovi inserti di musica spagnola. Degna di nota anche la frazione di tre quarti, in cui ritornano gli influssi black dei Mezcla, per una breve frazione cupa e ansiogena, molto incisiva. In generale, la struttura è molto tortuosa, ma i francesi la gestiscono con grande maestria e un songwriting di altissimo livello, che per contrasti e complessità ricorda addirittura gli Opeth dei giorni d’oro. Il risultato è un pezzo di alto livello, uno dei migliori dell’album omonimo.

Per concludere, a dispetto dei piccoli difetti Metalmorfosis si rivela un buonissimo album, con qualche squillo splendido e un bel suono originale. Dall’altro lato, è anche vero che da un gruppo con le capacità dei Mezcla, il cui intento dichiarato è mescolare tante influenze diverse, non ci si può aspettare che un capolavoro. Del resto il mondo del metal, che oggi si sta appiattendo in maniera spaventosa, ha bisogno di gente come loro più che mai. Ma in fondo se siete fan del death metal e vi piacciono le stranezze, amerete lo stesso questo loro lavoro.

Voto: 80/100


Mattia
Tracklist:

  1. Criaturas Indeseables – 05:31
  2. Sangre y Arena – 05:19
  3. Mantis Religiosa – 05:16
  4. Luciernaga – 03:58
  5. Entomofobia – 02:52
  6. Otra Dimension – 04:56
  7. Esfinge de la Calavera – 03:42
  8. L’Usurpateur – 05:18
  9. Metalmorfosis – 07:59
Durata totale: 44:51
Lineup:

  • Alexis Munoz – voce e chitarra
  • Geoffroy Garraut – chitarra
  • Guillaume Poyet – basso
  • Thibaud Fernel – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: melodic death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Mezcla

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