Turisas – Stand Up and Fight (2011)

Per chi ha fretta:
Dopo due capolavori assoluti come Battle Metal (2004) e The Varangian Way (2007), col terzo Stand Up and Fight (2011) i finlandesi Turisas non riescono a ripetersi del tutto. Da un lato, con esso il gruppo prosegue sulla strada già tracciata col precedente, riprendendone il concept e l’evoluzione musicale, con il loro folk metal sinfonico divenuto più maturo, sfaccettato e melodico. Dall’altra però la seconda parte della scaletta pecca un po’ di pomposità: è composta da pezzi prolissi che perdono in fatto di grinta e di atmosfere. In fondo però non è un gran problema: per due terzi l’album è grandioso, con perle come The March of the Varangian Guard, Hunting Pirates e la title-track. Perciò, nonostante il finale gli impedisca di essere un capolavoro, Stand Up and Fight resta comunque un ottimo album, consigliato ai fan del gruppo che hanno amato i finlandesi nella carriera precedente.

La recensione completa:
È una storia strana, quella dei finlandesi Turisas. Il loro esordio Battle Metal del 2004 è un album folgorante, un capolavoro assoluto nel suo genere: difficile incidere qualcosa dello stesso livello, ma il gruppo ci riuscì lo stesso tre anni dopo, con l’altrettanto fantastico The Varangian Way. Sembrava l’inizio di una carriera che li avrebbe consacrati a stelle assolute del folk metal, ma purtroppo da lì cominciò una parabola discendente, fatta di tempi sempre più lunghi e di idee che cominciavano a scarseggiare. Tuttavia, il terzo album Stand Up and Fight riuscì a limitare un po’ i danni, al contrario di quanto avverrà in futuro. Si tratta di una sorta di seguito ideale di The Varangian Way, sia a livello dei testi, che riprendono in parte la storia da dove l’altro si è concluso, sia per quanto riguarda l’evoluzione musicale. Rispetto al precedente i Turisas hanno deviato ancor di più verso un folk orchestrale più melodico, patinato e per certi versi maturo, lasciando meno spazio all’aggressività precedente. Questo però ha portato i finlandesi a una sorta di eccesso di confidenza: specie nelle sue fasi finali, Stand Up and Fight tende un po’ ad accartocciarsi, a peccare un po’ di narcisismo e di pomposità. In quel frangente il gruppo indugia troppo nell’impostazione cinematografica che ha conferito al suo folk metal sinfonico, perdendo però in fatto di grinta, potenza, atmosfere. Il risultato è che il terzo conclusivo della scaletta suona insipido, anche a causa di una certa prolissità e ad alcune impostazioni troppo ridondanti. Per i restanti due terzi però rimane un album di alto livello, in cui i Turisas mostrano di avere ancora la classe che ha reso capolavori i due predecessori, come leggerete a breve.

Si parte da un breve intro con l’orchestra in bella vista, che anticipa i temi principali della opener The March of the Varangian Guard. Poco tempo, poi il brano abbraccia un’alternanza abbastanza classica, con strofe sempre sottotraccia, inizialmente ambientali e tranquille, senza traccia di metal – mentre più avanti sono più dure e dirette. Al contrario i ritornelli sono molto pomposi, un florilegio di cori e orchestrazioni che evoca sensazioni epiche e possenti. Il dualismo tende ad alternarsi spesso durante la canzone, mentre lo spazio per le variazioni è ridotto. Solo al centro i Turisas cambiano, con un lungo passaggio più espanso, che cita To Holmgard and Beyond (opener di The Varangian Way) per stabilire una continuità tra i due concept, per poi divenire orientaleggiante. Come il resto dei passaggi, anche questo funziona molto bene, e arricchisce un pezzo semplice ma di gran impatto, da subito uno dei migliori di Stand Up and Fight. Anche Take the Day! comincia in maniera sinfonica ma con più tranquillità, un’impostazione che caratterizza buona parte del brano. Dopo uno scoppio più potente, la musica si incanala su una norma calma, malinconica e intimista, in cui la fanno la voce profonda di Mathias Nygård e le lievi orchestrazioni, mentre la sezione ritmica resta sullo sfondo, per non parlare delle chitarre, quasi assenti. Tuttavia, il brano non segue sempre questa linea: ogni tanto appaiono notevoli esplosioni di energia, liberatorie e travolgenti, con potenti cori, bordate di chitarra, buone orchestrazioni e il ritorno al growl del frontman, che mescolati insieme colpiscono a meraviglia. Praticamente il pezzo è tutto qui, c’è giusto qualche variazione di tanto in tanto, nei fraseggi o nella bella parte solistica finale. Per il resto abbiamo un pezzo che avanza con lentezza ma sa essere molto piacevole e ottimo, non sfigurando pur essendo piazzato tra due dei picchi dell’album. A ruota giunge infatti Hunting Pirates, che sin dall’inizio si sposta su temi musicali allegri e alcolici, tipicamente “pirateschi”. Di fatto, si tratta di un chiaro tributo dei Turisas alle sonorità degli Alestorm: pur non abbandonando il proprio stile, tutte le melodie puntano in questa direzione, con strofe sfaccettate e dominate dalle fisarmonica di Netta Skog. Solo ogni tanto entrano in scena cori più nelle corde dei finlandesi, che in ogni caso si mescolano bene col resto. La parte più orientata verso il pirate metal sono però i chorus, anthemici e catchy, che riprendono molto le atmosfere ironiche e scanzonate del già citato gruppo scozzese. C’è anche spazio al centro per una frazione diffusa e solenne, che però non stona al centro di un pezzo così allegrotto. Del resto nemmeno la canzone sfigura qui: nonostante la sua diversità, risulta lo stesso una delle migliori dell’intero album.

βένετοι! – πράσινοι! (“Venetoi! – Prasinoi!”, ossia tradotto dal greco “Blu! Verde!”) comincia in maniera molto cinematografica, con corni e archi in bella mostra e suggestioni che vanno dalle colonne sonore dei film peplum a quelle degli western. È una falsariga che va avanti a lungo, seppur la componente metal non sia completamente staccata, e dia anzi una base più potente e frenetica al tutto. Questa base progredisce, spesso veloce e cavalcante, attraversando molti colpi di scena e molte variazioni. Solo alla fine l’urgenza si calma un po’, per un finale cadenzato e incalzante ma con la giusta tensione, anche visto quello che il testo racconta – i giochi di corsa nelle arene dell’impero bizantino. Il risultato è insomma di altissimo livello, a un pelo dai migliori del disco. Si torna quindi a toni più seriosi con Stand Up and Fight, che scandisce subito il suo maschio tema principale, prima di spegnersi. Comincia da qui un alternanza classica ma d’impatto: le strofe sono molto tranquille, a volte con solo un lead circolare sotto alla voce di Nygård insieme alla sezione ritmica e alcuni echi a riempire il vuoto. A volte sono invece più piene e potenti, con le ritmiche pesanti della chitarra di Jussi Wickström, ma è sempre la melodia che domina. Si cambia direzione con forza all’arrivo dei ritornelli, anthemici e potenti, con una base di grande impatto e lo scambio tra il frontman e i cori che istiga a urlarne la melodia al cielo. C’è poco altro da riferire, a eccezione di un’espansa parte centrale, che vede i buoni assoli del violino di Olli Vänskä e della chitarra, inframmezzati da uno stacco soffice ma immaginifico. Per il resto il pezzo è molto lineare, il che non è un problema: sarà pure una canzonetta catchy e zuccherosa, ma il suo impatto assoluto lo rende uno dei picchi dell’album omonimo con la opener e Hunting Pirates! La successiva The Great Escape in principio è abbastanza dinamica, addirittura rockeggiante nelle ritmiche di chitarra, un’anima finora inedita per i Turisas. È una norma spoglia, che scarseggia di elementi folk ma sa coinvolgere lo stesso molto bene; lo stesso si può dire di quelle parti che cambiano direzione e riprendono l’essenza sinfonica, molto avvolgenti. Peraltro, presto quest’ultima norma riprende il sopravvento: il finale è più veloce e ritorna al classico suono dei Turisas, pomposo e con le orchestrazioni in bella mostra. È una parte trionfale e di gran potenza, che va avanti per un po’ sull’incalzante doppia cassa di Tude Lehtonen fino a un rallentamento imperioso e solennec on dei cori. È l’apice di una canzone che poi  si spegne in una coda lieve, folk orchestrale calmo e melodico. Ne risulta ancora un pezzo di ottima levatura, a un pelo dal meglio che l’album abbia da offrire.

Fin’ora l’album è stato grandioso, ma lo stesso non si può dire di Fear the Fear. È una traccia che fa della melodia la sua bandiera: lo si sente bene sin dall’esordio, preoccupato e infelice, preludio a un episodio che entra in scena con calma, anche troppa. La progressione iniziale, ossessiva e sottotraccia, avanza per tre minuti, dando quasi un senso di insoddisfazione: il primo ritornello arriva solo a metà canzone. Peraltro, anche quando succede non è proprio granché: la melodia è un po’ troppo delicata, manca il mordente, e così non riesce a esplodere a sufficienza. E se la canzone nella seconda metà è meno leziosa e prolissa, ciò non toglie che c’è davvero poco che funzioni, a eccezione di un passaggio rabbioso ed estremo, che colpisce in maniera discreta. Per il resto abbiamo un pezzo bruttino, non deleterio ma che stona parecchio dopo una serie così bella di pezzi. End of an Empire, che segue, ha da subito un’impostazione cinematografica, ascoltabile sia nella voce di Nygård che nella musica, cangiante sia in fatto di potenza che di sensazioni. È una scelta interessante, ma a tratti i finlandesi rendono la propria musica davvero troppo prolissa, anche a causa di aperture soffici e delicate che dopo un po’ stufano. Va molto meglio quando la norma si stabilizza su qualcosa di più movimentato e preoccupato. Buoni sono in particolare i momenti più pieni, in cui le orchestrazioni e lo scream del frontman creano un ambiente drammatico e avvolgente, di grande forza emotiva. Invece i passaggi più spogli e tranquilli colpiscono meno: spesso sono discreti, ma manca loro la giusta grinta, le melodie sono troppo calme e hanno un gusto pop che in questa sede dà anche un po’ fastidio. Lo stesso dualismo si può applicare ai vari stacchi calmi che appaiono spesso: alcuni sono buoni, altri invece servono solo ad allungare il brodo. Insomma, il tentativo di creare un pezzo di grande impatto atmosferico riesce ai Turisas solo a metà: abbiamo un pezzo godibile e più che discreto, ma che scompare se confrontato con quelli della prima parte di Stand Up and Fight. Per fortuna, siamo ormai alle battute conclusive, che il gruppo affida a The Bosphorus Freezes Over, finale di pura atmosfera, quasi più un outro espanso che una vera e propria canzone. In principio è un lento molto soffice, con solo delicati archi in scena, anche se presto si trasforma. Si parte da un interludio ancora sinfonico a cui la voce sussurrata  di Nygård dà un senso di attesa, accentuato all’entrata in scena dei cori e della chitarra. È il preludio alla fine, che si scioglie in un pezzo malinconico e potente, symphonic/folk metal armonioso e di forte malinconia. Questa norma va avanti per un po’, quasi come fosse il sottofondo di immaginari titoli di coda, per poi sciogliersi in uno squillo di trombe finale. Si tratta di una conclusione non male per l’album, nonostante in parte soffra ancora dei difetti dei due pezzi precedenti.

Per concludere, Stand Up and Fight è di altissimo livello per gran parte della sua durata: solo la notevole flessione nel finale gli impedisce di essere un capolavoro. Nonostante questo, rimane lo stesso un ottimo lavoro, ampiamente consigliato agli amanti di quella commistione tra sinfonia, folk e metal melodico che ha reso famosi i Turisas. E di sicuro è l’ultimo album degno di nota della band finlandese, sparita dai radar dopo il successore Turisas2013, un album strano e sperimentale ma non in senso positivo che scontentò quasi tutti i fan. Un vero peccato, visto che qui siamo su tutt’altro livello e che in generale di un gruppo con la classe dei finnici ci sarebbe ancora bisogno.

Voto: 88/100


Mattia
Tracklist:

  1. The March of the Varangian Guard – 03:51
  2. Take the Day – 05:26
  3. Hunting Pirates – 03:43
  4. βένετοι! – πράσινοι! – 03:49
  5. Stand Up and Fight – 05:27
  6. The Great Escape – 04:51
  7. Fear the Fear – 06:14
  8. End of an Empire – 07:16
  9. The Bosphorus Freezes Over – 05:37
Durata totale: 46:14

Lineup:

  • Mathias Nygård – voce, tastiere, programming
  • Jussi Wickström – chitarra
  • Netta Skogn – fisarmonica
  • Olli Vänskä – violino
  • Hannes Horma – basso, programming
  • Tude Lehtonen – batteria
Genere: symphonic folk metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Turisas

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