Megadeth – Cryptic Writings (1997)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONECryptic Writings (1997), settimo album dei Megadeth, rappresenta l’inizio del tracollo per la band americana. 
GENEREUn heavy metal ripreso dal precedente Youthanasia (1994), a tratti anche più duro, ma senza ripeterne la bontà.
PUNTI DI FORZALa presenza di qualche buona traccia, una scaletta in generale piacevole e non del tutto da buttare.
PUNTI DEBOLIUn disco poco ispirato, a tratti confuso e senza direzione, che tende a vivacchiare e la cui scaletta è ondivaga. In generale, un lavoro che risente delle tensioni e dei problemi che la band viveva all’epoca.
CANZONI MIGLIORITrust (ascolta), She-Wolf (ascolta), FFF (ascolta)
CONCLUSIONISommando pregi e difetti, Cryptic Writings è un album sufficiente, ma da un gruppo del livello dei Megadeth ci si dovrebbe aspettare molto di più.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
62
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Come è noto, gli anni novanta sono stati molto difficili per i gruppi dei generi più classici del metal, e il thrash non fa eccezione. Già pochi anni dopo la fine degli eighties della sua scena rimaneva poco, con tanti gruppi che hanno cercato maggior fortuna passando a un groove metal più di moda oppure ammorbidendo le proprie sonorità. Non sempre questa via è stata fallimentare: anche se poco amati all’epoca, ad ascoltare molti di quegli album a distanza di tempo si scoprono dei piccoli gioielli. È il caso dei Megadeth: per la prima metà degli anni novanta sono riusciti a difendersi. Dopo il masterpiece assoluto Rust in Peace (uscito nel 1990, ma che a livello stilistico è ancora radicato agli anni ottanta) hanno pubblicato Countdown to Extinction (1992) e Youthanasia (1994), due dischi non al livello dei loro capolavori passati ma di alto livello. Purtroppo però da lì in poi anche i losangelini ebbero un crollo, dovuto in parte alla mancanza di pubblico, ai problemi in lineup e alla tossicodipendenza sempre più grave di Dave Mustaine. È un fatto che si può ben sentire in Cryptic Writings del 1997, settimo album della storia dei Megadeth ma primo a essere davvero poco ispirato. Si tratta di un lavoro che riprende l’heavy metal melodico già sentito in Youthanasia, per certi versi in maniera più dura e con meno influssi hard, ma non riesce a ricalcarne i fasti. La colpa forse è del manager Bud Prager (già manager dei Foreigner) e del produttore Dann Huff (membro di un altro gruppo hard rock melodico, i Giant), che spinsero il gruppo verso soluzioni più patinate. Ne risulta un album confuso e senza direzione, dalle cui tracce emerge appieno la brutta situazione che i Megadeth attraversavano in quegli anni. Certo, Cryptic Writings non è terribile, e la stessa band ha fatto di peggio nella sua carriera – vedi il successivo Risk (1999), l’album che ogni fan del gruppo ama odiare. Diciamo però che scompare se paragonato con gli episodi più fulgidi pubblicati dagli americani nella loro storia.

Le danze partono dal ritmo martellante di Nick Menza su cui si stagliano lievi melodie di tastiere, mentre il basso e la chitarra arrivano solo poi. È un intro crepuscolare e mogio, che preannuncia non solo il super-singolo Trust, ma anche il tono generale del disco. Di sicuro, è quello che avvolge la opener, sia nelle strofe, sottotraccia e infelici, sia nei ritornelli, che riprendono lo stesso mood in maniera più estroversa e potente. Essi esplodono molto bene, con una melodia molto azzeccata sia da parte delle chitarre che dalla voce di Mustaine, accompagnata da sovraincisioni che gli fanno da controcanto. Del resto, ciò vale anche per gli altri elementi, sia per quanto riguarda la struttura che, soprattutto, le variazioni al centro: la frazione di mezzo è riuscitissima, sia nella prima metà, tranquilla e mogia, sia per l’assolo di Marty Friedman che segue, che rifulge ancora della classe della formazione storica. Il risultato complessivo è un ottimo pezzo, in assoluto uno dei picchi di Cryptic Writings. Un breve intro distorto, poi prende il via Almost Honest, che mostra presto una doppia anima. Se le strofe sono dirette, divise tra momenti in cui è presente solo la sezione ritmica e altri più rivolti all’heavy classico, i ritornelli si aprono verso una norma più aperta e rock. Anche l’atmosfera cambia: dalla seriosità precedente i Megadeth passano a un’aura scanzonata e solare, evocata soprattutto da una base soffice e melodie catchy, il che però stona col resto. In generale, abbiamo una canzone che sembra forzata e ben poco onesta come il titolo vorrebbe suggerire, risulta anzi un tentativo di allargamento radiofonico poco riuscito, con una sua vaga piacevolezza ma nulla più. È quindi il turno di Use the Man, altro pezzo di bassa tensione. Lo dimostrano bene le strofe, tranquille e con solo arpeggi di chitarra a reggere la voce tranquilla di Mustaine. I ritornelli sono più potenti, ma non vanno mai oltre l’hard rock melodico: anche in essi domina un senso intimista di malessere, mentre la potenza è limitata. Solo nel finale c’è spazio per qualcosa di più rapido e metallico, con una progressione veloce e potente che sa coinvolgere al punto giusto. Se tutto questo funziona bene, il pezzo è rovinato da alcune aggiunte di tastiere oblique che sembrano posticce e c’entrano poco col resto della canzone. Non è un difetto castrante, ma incide su un pezzo che sarebbe stato eccellente, e che così invece è solo buono.

Mastermind sembra quasi un divertissment, vista la durata esigua e l’atmosfera disimpegnata. La struttura è molto semplice, alterna strofe lievemente più dense e refrain ossessivi, con un giro carino di chitarra su cui Mustaine duetta quasi con un sé stesso più arcigno. Si cambia verso solo per la parte centrale, in cui il frontman e Friedman si incrociano in maniera interessante. Per il resto abbiamo un pezzo godibile ma poco rilevante, che passa veloce senza lasciare particolarmente traccia di sé. Vale più o meno lo stesso discorso per The Disintegrators, ma forse in misura minore. Abbiamo un brano brevissimo (tre minuti) che avanza veloce e animato per tutta la sua durata. Sia le strofe, intricate e maideniane, sia i bridge più striscianti, sia i ritornelli, melodici e catchy, evocano tutti la stessa aura scanzonata e senza pensieri, e si alternano con urgenza senza quasi spazio per altro. Se ognuno di questi passaggi è carino, ogni tanto si respira un’aura un po’ scolastica; ne risulta un pezzo non del tutto riuscito, che ha il merito di coinvolgere ma non quello di incidersi con forza in mente. È invece tutt’altra storia con I’ll Get Even, che sin dall’inizio si mostra tranquilla: lo si nota già dall’inizio espanso, che dà il là a strofe molto morbide, con chitarre pulite e ricercate a fare da base. Si sale un po’ come tensione per i lunghi ritornelli, in cui un riffage con un retrogusto che oscilla tra gothic e doom (!) regge una scena piena di melodie, per un effetto dolce, nostalgico, elegante. C’è spazio per la potenza vera e propria solo al centro, che recupera influssi hard ‘n’ heavy e accompagna l’ascoltatore nella potenza per qualche istante. Per il resto il complesso sembra quasi più un pezzo AOR in versione più cupa che uno dei Megadeth, ma non è un problema in questo caso. Gli mancherà la pesantezza, però la sua atmosfera colpisce bene, e lo rende un bel pezzo, poco sotto al meglio dell’album. Con Sin torna quindi la potenza: abbiamo una traccia rutilante, heavy metal anni ottanta giusto lievemente patinato. È un anima che viene fuori soprattutto nelle strofe, potenti e dirette, mentre i chorus sono più obliqui e strani, con fraseggi che colpiscono poco. In generale la prima parte sembra riuscita a metà, pur non essendo del tutto spiacevole. Va molto meglio con la seconda, che dopo un assolo discreto si fa minacciosa e riesce a graffiare a dovere. È una progressione ossessiva, coi cori che si mescolano alla voce di Mustaine e il riffage circolare e di buon impatto che la regge. Si tratta del momento migliore di un brano non eccezionale ma in fondo di qualità discreta.

A Secret Place è ancora orientata verso il metal melodico, con subito in evidenza un riffage placido, accompagnato spesso da un sitar in sottofondo. È una norma di base con poco fascino, non aiutato dal fatto che si ripeta molto a lungo nella canzone: solo i refrain lo abbandonano, per una falsariga un po’ diversa, ma che manca di potenza allo stesso modo e non incide in fatto di melodie. In generale, lungo tutta la sua durata il pezzo non ha mai uno spunto vincente, si trascina stancamente verso la fine, a volte persino in maniera confusa, e se il suo intento è di evocare malinconia proprio non ci riesce. Di fatto abbiamo un chiaro riempitivo, nonché il punto più basso di Cryptic Writings. Per fortuna, subito dopo torniamo a un livello più accettabile: Have Cool, Will Travel non sarà una perla, ma ha almeno il merito di essere divertente. Dopo un intro “campagnolo”, parte un pezzo caratterizzato da un riffage di buona energia, che detta la linea abbastanza a lungo, ben assistito dalla voce di Mustaine, che urla come ai bei vecchi tempi. Nella sua progressione c’è spazio anche per notevoli variazioni: funzionano quelle più potenti, come la frazione al centro, in cui le chitarre duettano con l’armonica a bocca già sentita nel prologo. Meno buoni sono invece gli stacchi più melodici, che pur non essendo spiacevoli sembrano un po’ fuori luogo in un pezzo così animato. In fondo però non è un difetto troppo incisivo: ne risulta un pezzo godibile e più che decente. È ora il turno di She-Wolf: si tratta dell’unica canzone di Cryptic Writings che i Megadeth suonano ancora dal vivo insieme a Trust, e il perché si comprende subito. Dopo un preludio che ne anticipa i temi, parte come un pezzo con un riffage tempestoso e aggressivo, di origine thrash. È una norma piuttosto rocciosa, che lascia spazio a qualcosa di più melodico solo nei ritornelli, più catturanti con la melodia vocale classica di Mustaine, ma senza perdere in efficacia. Il tutto è piuttosto lineare: c’è spazio per una variazione solo al centro, dove il cantante e Friedman duellano con assoli semplici ma piacevoli, quasi un tributo agli Iron Maiden. È un altro dettaglio ben riuscito per un bel pezzo, uno dei picchi assoluti dell’intera scaletta.

Un breve preambolo stridente, poi Vortex si avvia preoccupata e vorticosa, con una base di buona lena. Questa falsariga regge buona parte del pezzo tranne le frazioni cantate, spesso più lineari seppur la potenza sia più o meno la stessa. Si tratta di una bella norma, nonostante la prestazione strana di Mustaine: sembra quasi sussurrare a tratti, e in generale lascia un po’ perplessi. Per il resto però il dualismo funziona piuttosto bene, anche se i momenti migliori sono quelli che lo lasciano da parte, come ad esempio la parte centrale, ancora piuttosto thrashy, il grande assolo di Friedman sulla tre quarti o gli incastri finali. Unendo tutti questi elementi, ne risulta un pezzo forse non eccezionale ma di qualità più che discreta. Il finale in risalita di Cryptic Writings si conclude quindi con FFF, brano martellante per gran parte della sua durata, con un riffage di base molto punk e il ritmo veloce di Menza a reggerle. Solo i refrain cambiano direzione verso qualcosa di più melodico ma di grande impatto emotivo: tra Mustaine e le melodie, il pathos è palpabile. Aggiungendoci un assolo ben riuscito, abbiamo un episodio semplice e breve ma di impatto assoluto, il migliore dell’album con She-Wolf e Trust. L’album originale terminava qui, ma nelle nuove versioni sono presenti quattro bonus track. La prima, Trust (Spanish version) non è di gran interesse: è quasi uguale alla versione sentita in apertura, solo con il testo cantato in parte in spagnolo e qualche arrangiamento diverso, che non cambia la sostanza. Molto meglio si rivela invece Evil That’s Within: è una versione diversa di Sin, suonata più lenta e con chitarre ribassate, che le danno un tono più cupo, il che però non si unisce molto bene alla linea melodica di tono positivo del pezzo. Buono invece il testo, più cattivo dell’originale (del resto molti testi del disco sono stati censurati dai produttori), e migliori risultano anche la parte centrale e il finale. Nel complesso tra i pregi e i difetti risulta di livello simile a quella già sentita in precedenza. Anche Vortex (alternate version) è più lenta e ribassata dell’altra, ma in questo caso ha una potenza migliore, grazie a Mustaine che non sussurra come nell’originale. Per il resto non ci sono molti cambiamenti, ma in generale sembra più valida della versione finita su Cryptic Writings. L’album si conclude quindi con Bullprick: è FFF col suo testo originale, più aggressivo rispetto a quello dell’album, e infatti la rabbia è più palpabile, nonostante la musica sia la stessa. Quello tra le due versioni è un confronto difficile: forse vince la precedente, ma il risultato è comunque un sostanziale pareggio.

Sommando pregi e difetti, Cryptic Writings è un album non insufficiente, di norma piacevole e con dalla sua qualche bel pezzo. Tuttavia, gli manca la sostanza eccezionale che ha reso i Megadeth uno dei gruppi metal più importanti di tutti i tempi, e il fatto che l’elemento thrash sia assente non è un alibi – lo ha dimostrato bene il già citato predecessore Youthanasia. In ogni caso, se il gruppo di Dave Mustaine vi piace, o se semplicemente siete curiosi di capire com’era ridotto il metal classico negli anni ottanta, vi è consigliato. Se però quel che cercate è un album che vada oltre la semplice gradevolezza, guardate altrove.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Trust05:11
2Almost Honest04:08
3Use the Man04:03
4Mastermind03:48
5The Disintegrators03:04
6I’ll Get Even04:19
7Sin03:06
8A Secret Place05:24
9Have Cool, Will Travel03:40
10She-Wolf03:28
11Vortex03:23
12FFF02:47
13Trust (Spanish Version – bonus track)05:12
14Evil That’s Within (bonus track)03:22
15Vortex (alternate version – bonus track)03:30
16Bullprick (bonus track)02:49
Durata totale: 01:01:24
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Dave Mustainevoce e chitarra, sitar (traccia 8)
Marty Friedmanchitarra, backing vocals
David Ellefsonbasso, backing voals
Nick Menzabatteria, backing vocals
ETICHETTA/E:Capitol Records
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