Bathory – Under the Sign of the Black Mark (1987)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEAncor più dei precedenti Bathory (1984) e The Return… (1985), Under the Sign of the Black Mark (1987), terzo disco dei Bathory, è un album seminale e importante a livello storico. 
GENEREUn black metal che lascia da parte le sue origini heavy e thrash sentite nei predecessori per qualcosa di estremo.
PUNTI DI FORZAUn generale più che influente: con la sua evoluzione, rende l’album il primo del tutto black metal della storia, genere di cui definisce gli stilemi. Ma non c’è solo originalità: anche le idee sono di altissimo livello, colpiscono alla grande per potenza e oscurità. Sono all’origine di una scaletta di livello assoluto, e con tanti brani diventati classici.
PUNTI DEBOLIUn suono sporco all’estremo, ma non è un difetto granché incisivo.
CANZONI MIGLIORIWoman of Dark Desires (ascolta), Call from the Grave (ascolta), Equimanthorn (ascolta), Enter the Eternal Fire (ascolta), 13 Candles (ascolta)
CONCLUSIONIUnder the Sign of the Black Mark è un album grandioso sia per importanza storica che per qualità intrinseca. Ogni fan black metal lo deve possedere a tutti i costi!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
96
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Si può pensare qualsiasi cosa di loro, ma è innegabile che i Bathory sono il gruppo più influente di sempre in ambito black metal. Nonostante l’apporto dei seminali Venom, di Hellhammer e Sodom e poi in seguito di Mayhem, Darkthrone e compagnia norvegese, gli svedesi sono quelli che hanno reso il genere quello che è oggi, definendone gli stilemi. Lo hanno fatto sin dal suo esordio omonimo del 1984, un album di grandissimo fascino ma in fondo acerbo, in cui gli elementi black si mescolavano a influssi thrash e persino NWOBHM. E lo hanno fatto con il successore The Return…, album in cui rendevano il loro suono più tagliente e oscuro rispetto al predecessore. Tuttavia, l’album più importante per la definizione del genere è il terzo, Under the Sign of the Black Mark del 1987. È qui che i Bathory, pur essendo ancora legati al metal del periodo, compivano la svolta decisiva, abbandonando del tutto le influenze heavy e riducendo di molto anche quelli thrash. In più, il suono generale si è fatto molto più estremo e minimale rispetto ai precedenti: il risultato è probabilmente il primo album black metal puro della storia. Ma non c’è solo questo: c’è anche della musica eccezionale, che ancora a distanza di trent’anni suona dannatamente potente e oscura come il primo giorno. Poteva addirittura essere inarrivabile, se non fosse per un difetto non trascurabile: la registrazione è grezza in una maniera davvero esagerata. Un po’ è accettabile, specie in un genere come il black, ma Under the Sign of the Black Mark suona peggio di certi demo di povera qualità, con imprecisioni improbabili e suoni acuti che tagliano le orecchie. Ma anche a dispetto di ciò, abbiamo un album di grandissimo livello, come leggerete nella recensione.

L’oscurità comincia a sprigionarsi da Nocternal Obeisance, intro lugubre, che in principio ha solo un effetto vento, prima che entri una melodia di chitarra lontana e oscura, per un risultato molto orrorifico. Si tratta di un minuto e mezzo di grande atmosfera, poi d’improvviso Massacre esplode con gran cattiveria. È un pezzo rapidissimo e devastante, con un riffage che pur con radici thrash guarda più verso l’estremo, il tutto corredato dallo scream taglientissimo di Quorthon. La struttura è molto semplice, si sviluppa attraverso strofe dirette e di gran impatto per poi farsi leggermente più vorticosa e cupa per bridge e ritornelli. Per il resto c’è spazio solo per una parte centrale divisa tra ritmiche orientate verso il black puro e un assolo slayeriano. È un altro bel passaggio di un gran pezzo, che apre al meglio le danze anche se il meglio deve ancora arrivare! La successiva Woman of Dark Desires è meno veloce ma martellante, con strofe potenti e dirette, più thrashy rispetto alla media dell’album. Si cambia invece direzione per i ritornelli, ancor meno veloci ma che compensano la perdita di potenza con un’atmosfera di soffocante oscurità e colpiscono con una forza titanica. Splendida è anche la frazione centrale, divisa tra incastri di riff che ricordano quasi la seconda ondata del black metal (che all’epoca ancora non esisteva), un blasfemo momento con l’organo e un grande assolo di chitarra. Nel complesso è la ciliegina sulla torta di un brano apparentemente semplice ma di impatto assoluto, uno dei picchi assoluti di Under the Sign of the Black Mark. Dopo un intro di suoni inquietanti su base ambient minimalista e spaziale, di colpo Call from the Grave esplode con una norma lenta ma di gran impatto atmosferico. Il riff non è frenetico ma dilatato, etereo, e colpisce col suo suono ronzante, ferroso e dissonante, sia nei rari momenti in cui si addensa che in quelli in cui è più espanso. Rientra in quest’ultima categorie la falsariga principale, molto espansa e di oscurità densa, palpabile, grazie anche a un Quorthon malefico. È più o meno lo stesso anche per la frazione centrale, dotata di un assolo lento ma veramente splendido, addirittura vibrante di pathos, che cita in parte persino la Marcia Funebre di Chopin. Sono tutti elementi grandiosi per un pezzo che lo è altrettanto, piazzandosi appena al di sotto del meglio del disco.

Un preludio crepuscolare e spaventoso, poi Equimanthorn esplode con una norma distorta all’inverosimile, davvero cupa. Parte da qui una progressione di urgenza sfrenata, che torna ad assorbire influenze thrash, seppur l’oscurità e la ferocia siano quelle tipiche del black. Presto questa caratteristica si accentua anche di più: quando sembra che si debba correre fino alla fine i Bathory rallentano di colpo, per un breakdown centrale di pura malvagità, taglientissima – si tratta in effetti di uno dei momenti più clamorosi di tutto l’album. Solo in breve nel finale il pezzo torna a correre, per uno sfogo rabbioso accompagnato dal solito assolo al fulmicotone, che arriva fino ad acuti elevatissimi. È il giusto finale per un altro pezzo di livello assoluto, a un pelo dai picchi dell’album. Sin dall’intro che ne anticipa i temi, la seguente Enter the Eternal Fire mostra che qualcosa è cambiato. Anche quando si entra nel vivo i toni sono più distesi (almeno relativamente al genere dei Bathory): il ritmo del batterista Paul Lundburg è marziale ma lento, e il riffage al di sopra lo segue con tonalità circolari e che all’oscurità accoppiano anche una certa epicità. Questa impostazione si ripete ossessivamente ma senza annoiare, grazie a uno sviluppo solenne che parte da lunghe strofe espanse per farsi più cupo e dissonante, fino a raggiungere refrain più vuoti ma di gran forza. Per oltre metà la canzone prosegue su questa linea, ma poi cambia direzione: la parte conclusiva è molto più varia. Si parte da un passaggio in cui si sente una lontana chitarra pulita per poi salire verso un assolo dilatato e quasi onirico, prima della tastiera e poi della chitarra. Di colpo l’ambiente si fa quindi aggressivo e potente, finché la norma iniziale riprende corpo per una breve coda. Nel complesso, abbiamo un pezzo che guarda a un futuro addirittura anteriore, al di là del black tradizionale: questa canzone è la base per la svolta vichinga che gli svedesi metteranno in atto negli anni novanta. Ma a parte questo, l’importante è che si tratta di un episodio di qualità elevatissima, da inserire tra i picchi dell’album!

Al contrario della precedente, Chariots of Fire guarda molto al passato: il suo riffage vorticoso e quasi caotico deve parecchio non solo al thrash, ma anche al metal classico, specie nelle frazioni strumentali. Le strofe sono invece più moderne, e i chorus lo sono anche di più, con tonalità black rabbiose con persino venature death. Il tutto è impostato in una scheggia impazzita che nei suoi tre minuti scarsi travolge tutto ciò che trova sul suo passaggio e lascia un’ottima impressione dietro di sé. Non sarà forse tra i pezzi più riusciti della scaletta, ma è godibilissima e devastante al punto giusto! Dopo un altro preludio ambient misterioso e spaziale, pieno di sussurri, 13 Candles prende il via come un mid tempo riottoso e cadenzato, con in evidenza un riffage dissonante e obliquo. È questo che regge gran parte delle strofe, mentre i ritornelli presentano una base più bassa e profonda, che trasporta l’ascoltatore in una dimensione abissale e nera, con un impatto da brividi. C’è spazio anche per un passaggio ossessivo al centro, ma per il resto il pezzo si muove su una struttura semplice. Non è un problema, del resto: abbiamo un pezzo riuscitissimo, che esplode a meraviglia con la sua atmosfera e passa in un attimo (quasi non sembra duri effettivamente cinque minuti). Si tratta insomma dell’ennesimo momento topico di Under the Sign of the Black Mark! Of Doom… torna quindi a correre con ferocia assoluta, forse anche più che in passato: stavolta oltre al thrash, c’è una forte venatura death nelle ritmiche di chitarra taglienti sempre in bella mostra. È una corsa a perdifiato che non conosce quasi pause per la prima parte, per poi tirare leggermente il fiato nel finale. La conclusione è costruita intorno a un ritmo martellante ma meno veloce, su cui si adagia un riffage vorticoso e tagliente, che si ripete in maniera ossessiva, con una grande pesantezza, fino a morire in un caos di fuzz. Si tratta tutto sommato di una conclusione adeguata: pur essendo forse il pezzo meno bello dell’album, il livello generale è ancora elevatissimo. E così, a questo punto non c’è rimasto spazio per altro che per il solito outro ambient senza nome presente in ogni album degli svedesi, che col suo ritmo inquietante conclude al meglio questi 35 minuti di oscurità estrema.

In conclusione, Under the Sign of the Black Mark è un album meraviglioso sotto tutti i punti di vista. Gran parte delle sue canzoni sono immortali, come lo è la sua influenza sul black metal: di fatto, qui i Bathory hanno creato i semi di tutto quello che il genere diventerà nel giro di pochi anni. Per questo motivo, ma anche per la sua qualità, chiunque si definisca amante del genere metal più blasfemo e oscuro non può che possederlo. Se così non è, correte a recuperarlo!

Trent’anni fa esatti, l’otto maggio del 1987, i Bathory pubblicavano Under the Sign of the Black Mark. Come detto nella recensione, è un album non solo di altissimo livello, ma anche il primo lavoro di puro black metal nella storia del genere. Questa recensione vuole essere il modesto contributo di Heavy Metal Heaven per celebrare questo anniversario.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Nocternal Obeisance01:28
2Massacre02:39
3Woman of Dark Desires04:06
4Call from the Grave04:53
5Equimanthorn03:42
6Enter the Eternal Fire06:57
7Chariots of Fire02:47
813 Candles05:17
9Of Doom…03:45
10Outro00:25
Durata totale: 35:55
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Quorthonvoce, chitarra, basso, tastiere
Paul Lundburgbatteria
OSPITI
Christer Sandströmbasso addizionale
ETICHETTA/E:Black Mark Production
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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