Cromo – Hereafter (2016)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEHereafter (2016) è il primo full-length dei  comaschi Cromo.
GENEREUn heavy metal a metà tra influssi classici e pulsioni sperimentali
PUNTI DI FORZADella musica piacevole e sufficiente, diversi brani di buon livello, spunti interessanti da parte del gruppo.
PUNTI DEBOLIUna certa immaturità, cliché un po’ triti, pulsioni sperimentali che scollano il tessuto dell’album, una scaletta un po’ troppo lunga.
CANZONI MIGLIORIUnchained, Waiting for the Death to Come, Desert Tales
CONCLUSIONIHereafter è un album nella media; in futuro, i Cromo dovranno sfruttare meglio le proprie qualità.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
64
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“Sono bravi, ma (per ora) non si applicano”: volendo riassumere all’osso, è questo il mio giudizio sui comaschi Cromo. Nati nel 2006, negli anni hanno pubblicato un paio di EP, per poi esordire lo scorso 19 dicembre col primo full-lenght, Hereafter. Lo stile affrontato in esso dai lombardi è un heavy metal sui generis: a volte è di stampo molto classico, con anche una certa impostazione melodica, mentre altrove ci sono spunti moderni, e in altri momenti ancora il gruppo prova qualche esperimento. Questa impostazione è però uno dei loro problemi: se i tentativi di innovare sembrano timidi e poco convinti, ma in fondo non disturbano più di tanto, i pezzi più tradizionali lo sono troppo, fino a suonare scontati e triti. In più, la doppia anima dell’album lo fa sembrare un po’ scollato, e la lunghezza elevata (quasi un’ora) non aiuta, rende solo l’ascolto più pesante. Intendiamoci, non siamo in presenza di un disastro: i Cromo non sono un gruppo scarso, e Hereafter è un album gradevole, con dalla sua qualche bella zampata. Il problema è però che risulta un po’ anonimo, acerbo e solo sufficiente, non riuscendo a distinguersi e rimanendo nella media dell’heavy metal attuale, che al momento non è molto elevata.

La opener Unchained non sembra essere una partenza molto adatta, visto la sua totale differenza rispetto al resto. Si tratta di un pezzo moderno con forti contaminazioni groove e persino southern: lo si sente bene nel riff iniziale di Clod e Blade, che spunta spesso lungo il corso dell’episodio. Anche nel proseguo si conferma questa natura, con strofe sottotraccia ma dirette, grazie anche allo stesso Blade che sfodera un cantato arcigno e rabbioso, lo stesso usato nei catturanti ritornelli, che invece esplodono con gran potenza. Solo per brevi tratti viene alla luce un’anima meno aggressiva e più classica, come negli aperti bridge o nel tranquillo assolo centrale, a metà tra i due mondi. Il risultato di tutto questo è un pezzo solido e molto convincente, da considerare tra i migliori di Hereafter, seppur la sua differenza radicale dal resto faccia un po’ storcere il naso. Lo si sente già da Supersonic, che arriva a ruota senza quasi pause ma si rivela subito molto più aperta e classica. Di fatto abbiamo un tradizionale pezzo heavy metal con tendenze melodiche, che si snoda con poche variazioni tra strofe tranquille e senza fronzoli, passaggi strumentali animati e ritornelli più tesi. Questi ultimi colpiscono in maniera discreta, grazie a una melodia riuscita da parte del frontman, che qui è tornato a essere il classico screamer da metal classico, e a una buona aurea evocativa. Buona anche la frazione centrale, contorta e abbastanza bizzarra per il genere. È un altro buon punto a favore per un pezzo che per il resto non impressiona in maniera clamorosa, visto che suona un po’ trita, ma almeno si rivela piacevole e di fattura discreta. Di sicuro va peggio con Pedal to the Metal, che sembra quasi soffrire di indecisione. Lo si sente da subito, quando dopo un intro saltellante ci si si sposta su coordinate speed metal che però non riescono ad avere impatto, suonando quasi smorzate. Va un po’ meglio con l’accoppiata bridge/refrain, coi primi arcigni e i secondi più catchy e quasi divertenti: sono piacevoli se presi a sé stanti, anche se le tre componenti mescolate non suonano benissimo. Nemmeno l’assolo centrale di Clod, in fondo di fattura non malvagia, riesce a tirare su un pezzo che alla fine si rivela la fiera delle banalità, nonché il punto più basso di Hereafter.

A questo punto, la scaletta si ritira su con Heart of the Brave. Dopo un intro di pianoforte, che illude quasi di trovarci in presenza di una ballad, parte un episodio melodico ma che sa anche graffiare. Lo si sente in particolare nelle strofe, la cui accoppiata tra una base potente e tastiere lontane e dissonanti crea una certa tensione, accentuata dai passaggi rocciosi che ha attorno. Di tono diverso sono invece i ritornelli, che virano in maniera decisa su una calma melodiosità, ma non è un problema: il pathos che evocano è lo stesso, e colpisce con forza. Buoni anche i vari arrangiamenti qua e là, tra cui spicca un assolo intenso dal punto di vista emotivo e a tratti anche intimista, specie nei passaggi dominati dal placido basso di Edge. L’unico neo è invece il finale, che riprende il ritornello in maniera più acuta e poi sfuma dopo poco, dando quasi un senso di incompiuto. Non riesce però a rovinare un buonissimo pezzo, giusto un pelo sotto al meglio del disco. Come la precedente, Waiting for the Death to Come parte tranquilla, con un arpeggio di chitarra pulita, ma poi si sposta su qualcosa di più potente. Nella sua norma, frazioni da heavy melodico, placide e riflessive si alternano ad altre più maschie e potenti, con Blade che sfodera una melodia anthemica, da pugno al cielo, il tutto con diverse variazioni ben piazzate. Al centro c’è spazio anche per un’apertura riflessiva, con una lunga frazione tranquilla che riprende la norma dell’intro per poi esplodere in qualcosa di energico, ma in cui le chitarre pennellano assoli e riff di grande forza emotiva. È probabilmente il passaggio più bello di un brano che forse non rimarrà negli annali dell’heavy metal, ma è buonissimo e risulta tra i picchi assoluti di Hereafter. Quest’ultimo è giunto alla sua prima vera ballad, Dreams Still Remain, che però non è piazzata nel migliore dei posti, visto che arriva dopo un paio di episodi relativamente tranquilli. In più, suona scolastica e banale, visto che i suoi temi sono quelli già sentiti centinaia di volte altrove. Certo, non tutto è da buttare: sia le morbide strofe che i ritornelli, di poco più densi, si rivelano fascinosi grazie a un’aura tranquilla e sognante e alla buona accoppiata tra pianoforte e sezione ritmica. Si crea un panorama gradevole, ma che non fa certo gridare al miracolo: di fatto l’unico vero passaggio buono è il finale, più ritmato e in cui gli scambi piano/chitarra evocano un retrogusto quasi prog. Per il resto il pezzo trascorre liscio, senza dare fastidio ma senza neppure incidersi con così tanta forza nella mente dell’ascoltatore.

Desperate Cry torna alla potenza come un brano giocoso e rutilante, di chiaro influsso hard rock. È una breve progressione molto divertente, che però lascia presto spazio a un cambio radicale: d’improvviso la traccia vira su una norma più aperta, con solo arpeggi e tastiere sotto alla voce di Blade. Anche l’atmosfera cambia, con una sterzata netta verso una forte malinconia. È un momento di gran tranquillità, punto di partenza per un crescendo che porta la traccia di nuovo verso toni metal, ma la profondità emotiva non sparisce. Il finale anzi è tutto dedicato a ottime melodie, molto penetranti. Tutto questo è positivo, solo che la resa generale viene un po’ castrata dalla durata un po’ esigua, limitata a solo tre minuti. Sono dell’idea che svilupparne i temi sarebbe stato più fruttuoso: abbiamo una canzone buona, ma che poteva essere eccellente. La successiva Format guarda in parte ancora all’hard rock, con toni leggeri e crepuscolari che la rendono quasi atmosferica. Da un lato è un’impostazione fascinosa, ma dall’altro rende molte soluzione un po’ mosce. Del resto, i Cromo non riescono a compensare con melodie che esplodano: quelle presenti sembrano un po’ stanche e trite. E così, se i lineari passaggi strumentali sono piuttosto gradevoli, come i potenti sfoghi della parte finale, il resto suona piatto, privo di mordente, e le frequenti aperture tranquille non aiutano in questo senso. Il risultato è un riempitivo bruttino, il punto più basso di Hereafter con Pedal to the Metal. Per fortuna, ora arriva Desert Tales, che dopo un intro preoccupato prende la forma di un intrigante connubio tra metal e sonorità folk orientaleggianti. Si tratta di una falsariga di ottimo impatto, grazie anche ad arrangiamenti di buon valore – come la prestazione di Blade, che si adegua al contesto – e a passaggi in cui l’elemento folk rimane in solitaria. Ottimi sono anche quei momenti che si allontanano dalla falsariga per virare verso qualcosa di altrettanto inedito, una norma metal sincopata e dal retrogusto tecnico. Questa parte va avanti per tre minuti, prima di spegnersi in una lieve coda ambient: sembra la fine, ma quasi subito il pezzo torna ad addensarsi. È un crescendo travolgente, in principio lento, poi sempre più veloce nel progredire, fino ad arrivare a una norma possente e drammatica, con le urla del frontman e le ritmiche di potenza. È il gran finale per un pezzo ottimo, non solo uno dei picchi dell’album ma anche quello più coraggioso e onesto, nonché la direzione migliore per i Cromo in futuro, a mio avviso.

You Are Not Alone si rivela presto una tranquilla ballata con solo una calma sezione ritmica e una chitarra pulita sotto alla voce. Proprio quest’ultima è uno dei difetti del pezzo: a tratti è un po’ troppo fragorosa, raddoppiata com’è dal controcanto, e stride specie nei momenti più delicati – mentre si adatta bene al più denso ritornello, con una melodia tra l’altro catchy al punto giusto. Il suo principale difetto però è l’estremo effetto “già sentito” che evoca: è molto simile a tantissime altre già sentite nel rock e nel metal dagli anni ottanta, e non c’è nemmeno uno spunto che riesca a darle un po’ di profondità o di originalità. Il risultato è piacevole come sottofondo, ma non ha molto altro da dare. È una storia del tutto diverso con Iron Call, che sin dall’inizio si mostra molto particolare: il suo intro è un ritmo tribale della batteria di Iron, mentre Blade accentua l’effetto con vocalizzi dello stesso tono. Da qui parte un pezzo heavy metal classico, ma che a livello ritmico è cadenzato in una maniera inedita, specie grazie al lavoro del drummer, che rende movimentate le strofe, seguito al meglio dalle chitarre di Blade e Clod. Si cambia strada per i ritornelli, più lenti ma ossessivi, con un effetto quasi solenne che colpisce, nonostante le soluzioni super-classiche. Buona è anche l’atmosfera, che stavolta i Cromo rendono cangiante, passando da toni scanzonati ma con un velo di malinconia ad altri più nervosi, passando per frazioni di puro heavy tradizionale e per momenti più strani – come per esempio l’obliquo assolo di tastiera centrale. Tuttavia, a tratti il gruppo sembra aver paura di osare, di calcare la mano sul lato sperimentale, il che magari avrebbe avuto frutti anche migliori; in fondo però non ci si può lamentare, il risultato è comunque di livello elevato. Siamo ormai agli sgoccioli: per concludere Hereafter i comaschi scelgono Silver Shade, terza ballad della serie, e forse è anche la migliore. Si tratta di un lento molto rarefatto, con solo il pianoforte e la mogia voce di Blade, che avanzano per l’intera durata del pezzo, con poche variazioni tra strofe molto morbide e ritornelli lievemente più densi. Solo al centro c’è spazio per qualcosa di più veloce, con una frazione di flavour molto progressive. Nel complesso ne risulta un frammento breve ma di buona qualità, seppur per un album heavy metal forse sarebbe stata più adatta una conclusione più energica.

Concludendo, Hereafter è un album piacevole, adeguato specie se lo si vuole usare come sottofondo musicale mentre si fa qualcos’altro, pur essendo del tutto nella media e non vada oltre la sufficienza. In fondo non è un gran problema, come esordio può anche andare, ma trovo che sia comunque un peccato. Le potenzialità dei Cromo non sembrano certo di livello medio-basso, ed è triste che non riescano a sfruttarle a pieno nel loro album. Sono convinto che se saranno più coraggiosi e sperimenteranno di più, riusciranno a fare molto meglio: del resto, nel metal c’è sempre bisogno di gruppi che evolvono il genere, se non si vuole che muoia. Se ciò avverrà solo il tempo potrà dirlo, ma mi auguro che i comaschi riescano a superare i loro limiti e a sfondare.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Unchained03:24
2Supersonic05:07
3Pedal to the Metal04:09
4Heart of the Brave04:39
5Waiting for the Death to Come05:47
6Dreams Still Remain05:34
7Desperate Cry03:16
8Format04:01
9Desert Tales05:10
10You Are Not Alone05:14
11Iron Call04:46
12Silver Shade03:13
Durata totale: 54:20
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Bladevoce, chitarra ritmica, tastiera
Clodchitarra solista
Edgebasso
Iron batteria
ETICHETTA/E:autoprodotto
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:la band stessa

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