Gateway – Scriptures of Grief (2016)

Per chi ha fretta:
Tra le due anime che può assumere il death doom metal, il progetto olandese Gateway appartiene a quella rabbiosa e nichilista, la più lontana dall’incarnazione elegante più famosa. One-man band di Robin Van Oyen, il suo stile è molto caotico e marcio, con sonorità abissali, influssi drone e sludge, un gorgoglio gutturale come cantato e vari echi a rendere il tutto più spaventoso e aggressivo. È questo il suono che rende grande il secondo full-lenght Scriptures of Grief (2016), una mezz’ora di tortura sonora di gran impatto, che tuttavia non è esente da difetti. Tra qualche ingenuità sparsa qua e là, un po’ di ripetitività e un suono a volte davvero troppo lo-fi, la resa dell’album viene un po’ limitata. Poteva essere un capolavoro, ma in fondo importa poco: Scriptures of Grief è lo stesso un ottimo lavoro, adatto a tutti i fan del death doom metal meno ricercata e più d’impatto.

La recensione completa:
Se si parla di death doom metal, ciò che per primo viene alla mente è un genere oscuro e rabbioso ma al tempo stesso elegante e melodico. Quello, per intenderci, che ha dato vita a generi come il funeral e il gothic metal, portato alla ribalta dal trio inglese negli anni novanta e interpretato alla grande ancor oggi da Novembers Doom, Swallow the Sun, Saturnus e tanti altri. Ma il connubio tra death e doom in realtà non è solo questo: ci sono anche gruppi che uniscono i due mondi in una maniera molto più nichilista, prendendo i lati più aggressivi di entrambi i generi. In fondo, prima delle sue evoluzioni negli anni novanta il genere era proprio questo, e anche ai giorni nostri continuano a formarsi esempi del genere: è il caso del progetto di oggi, Gateway. One-man band del musicista belga Robin Van Oyen, è attiva da giusto una manciata di anni, ma nella sua carriera è stata già produttiva: oltre a una manciata di EP sono già due i full-lenght al suo attivo, tra cui l’ultimo Scriptures of Grief risale al primo luglio scorso. Il genere proposto in esso è un death doom caotico, rabbioso e marcio, con un suono profondo e abissale che avvolge alla grande e influssi drone e sludge che se possibile ne accentuano la cattiveria. Vale lo stesso anche per la voce di Van Oyen, gutturale e bassissima, un gorgoglio davvero selvaggio che spesso si accoppia a vari echi per rendere il tutto più confusionario e avvolgente. Il risultato è che Scriptures of Grief è davvero spaventoso, una mezz’ora scarsa di tortura sonora adatto come ideale colonna sonora dell’inferno dantesco. Tutto ciò è un gran punto di forza, ma purtroppo Gateway non è esente da pecche. Per esempio, ogni tanto l’album mostra alcune ingenuità: è presente qualche passaggio meno valido, che non si incastra alla perfezione negli altri e interrompe un po’ la magia oscura che fluisce dall’album. In più, Scriptures of Grief soffre di un po’ di ripetitività e di un suono che pur essendo positivo nel suo caos volontario, ogni tanto sembra lo-fi in maniera eccessiva. Magari qualcosa di lievemente più efficace avrebbe potenziato e reso ancor più estrema l’aggressione messa in campo da Gateway.  Si tratta di dettagli che limitano un po’ la resa della sua musica, ma anche così Scriptures of Grief rimane di altissimo livello, come leggerete tra un attimo.

Un lungo intro confusionario, pieno di echi lontani e di vocalizzi blasfemi, poi la opener, intitolata soltanto I (del resto, nessun pezzo nell’album ha un titolo vero e proprio) prende il via con un riffage semplice ma lugubre e di gran potenza, grazie al suo suono ribassato all’estremo. Il ritmo su cui si svolge è lentissimo e a tratti rallenta pure, il che accoppiato ai fuzz e agli echi vocali presenti a tratti genera un’aura densa e asfissiante. Tuttavia, siamo ancora in una sorta di preludio, peraltro molto adatto a preparare le orecchie a ciò che verrà dopo: quando il pezzo esplode la velocità sale, come la densità generale. In coppia con l’entrata in scena del growl di Van Oyen, ne risulta un magma di impatto grandioso, ma il suo punto di forza assoluto è l’atmosfera: lugubre, sofferente e abissale, colpisce con la potenza di una mitragliatrice. Merito anche delle tante variazioni a cui Gateway sottopone la traccia, a volte accelerando con vera ferocia, mentre altrove i ritmi rallentano e lo scenario si fa ancora più orrorifico. Qualcuno di questi passaggi sembra un po’ troppo obliquo, ma si tratta spesso di momenti brevi: in generale il pezzo è ben fatto, e colpisce con forza, specie quando si dirige verso l’estremo. Sia le frazioni più movimentate, come quelli a tinte death sparsi qua e là, sia quelle più lenti come la lunga e spaventosa coda finale, che torna a riempirsi di echi, sanno graffiare in maniera splendida. Abbiamo un brano mai noioso nei suoi dodici minuti e mezzo, rivelandosi così di ottima fattura.

Le urla agonizzanti che concludono la precedente ancora non si sono smorzate che II si avvia di nuovo catacombale e potente, con una base lenta quasi oscurata dal caos lancinante al di sopra. Da questo mare emerge progressivamente un pezzo circolare e ossessivo, che vive di lunghe frazioni circolari di pesantezza estrema intervallate da brevi rallentamenti più rarefatti. Entrambe le parti, e in special modo quelle più potenti, riescono di norma a incidere al punto giusto e a creare un’atmosfera pesantissima, vertiginosa. A volte però Gateway indugia un pochino, specie nei momenti meno aggressivi: non sono mai noiosi, ma ogni tanto sembrano un po’ allungati. Al contrario, non scendono mai di livello i passaggi energici e veloci, che tra ossessive bordate e stacchi esaltanti colpiscono sempre con gran forza. Ne risulta un pezzo buonissimo, che però poteva essere un vero e proprio capolavoro senza il suo difetto. Dopo una breve coda drone, è quindi il turno della conclusiva III: parte da un pattern di basso su cui poi si muove anche il resto del brano, stavolta lento anche mentre entra nel vivo. Per lunghi tratti si muove su una norma tombale e soffocante, spesso accompagnata dal growl di Van Oyen, sempre molto spaventoso. Non che manchino le accelerazioni: ogni tanto parte qualche fuga che genera vera inquietudine, grazie al grunt acquoso e grattante del mastermind, davvero spaventoso, e alle ritmiche blasfeme al di sotto. Il meglio è però la progressione centrale: nasce da un momento in cui la musica si spegne e si snoda in un crescendo lento ma costante, che si fa sempre più terrorizzante. Ciò va avanti a lungo, finché la musica tocca un apice di caos e violenza, per poi cominciare a spegnersi: il finale è a tinte drone, con un accordo prolungato di chitarra sopra cui spuntano echi malefici. In tutto ciò, praticamente ogni passaggio funziona alla grande: abbiamo non solo il pezzo più bello di Scriptures of Grief, ma anche un gioiellino che chiude l’album col botto!

Per concludere, Scriptures of Grief è un album caotico e di una magia oscura e spaventosa, che avvolge a meraviglia e a non fa pesare troppo i suoi piccoli difetti. Questi gli impediranno pure di essere un capolavoro, ma non riescono a togliergli un livello almeno ottimo. Perciò, se siete cultori del death doom metal più rabbioso e nichilista, il secondo parto malato di Gateway è un album da scoprire. Fateci un pensierino!

Voto: 85/100


Mattia

Tracklist:

  1. I – 12:24
  2. II – 08:36
  3. III – 08:31
Durata totale: 29:31
Lineup:

  • Robin Van Oyen – voce, tutti gli strumenti
Genere: death/doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook di Gateway

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