Helloween – Keeper of the Seven Keys – Part I (1987)

Per chi ha fretta:
Keeper of the Seven Keys – Part I (1987) degli Helloween è un album importantissimo sotto molti punti di vista. Lo è in primis per il power metal, di cui è il primo album della scuola moderna, mescolando un’impostazione melodica a stilemi speed mutuati dal precedente Walls of Jericho (1985). Così facendo, è diventato un classico del genere, non solo per quanto riguarda il lato musicale, ma anche per certe soluzioni, come per esempio la lunga suite finale. Inoltre, è importante pure per la carriera degli Helloween, che cominciano qui a definire la loro identità, piantando i semi dell’happy metal poi perfezionato al meglio nel successivo Keeper of the Seven Keys – Part II (1988). Ma soprattutto è un album quasi perfetto, con perle sfavillanti come I’m Alive, A Little Time, A Tale That Wasn’t Right, Future World e Halloween. E se una durata un pelo ridotta gli impedisce di raggiungere la perfezione, ciò non toglie che Keeper of the Seven Keys sia un capolavoro assoluto, che non può mancare assolutamente a un fan del power metal.

La recensione completa:
1985: esce Walls of Jericho, primo full-lenght degli Helloween. Si tratta di un album di altissimo livello musicale, ma che dal punto di visto stilistico non innova poi molto. Il suo speed metal venato di thrash e di melodie da quello che poi diventerà il power aveva degli spunti di personalità, ma in generale non era troppo dissimile da quanto proponevano altri gruppi all’epoca. Nel giro di due anni però tutto era destinato a cambiare: l’ingresso di Michael Kiske alla voce in sostituzione di Kai Hansen, che da quel momento si concentrerà sulla sola chitarra, porterà lo stile del gruppo a mutare. Forse per adattarsi alla voce del nuovo cantante, molto più melodica di quella sguaiata del fondatore, anche la musica si fece più armoniosa e aperta, pur non perdendo troppo in influenze speed e thrashy: era venuto alla luce il power metal moderno! È questo a rendere grande il come-back, Keeper of the Seven Keys – Part I: si tratta di un album seminale sotto tutti i punti di vista ed estremamente importante a livello storico. Influenzerà migliaia di band successive non solo per quanto riguarda stilemi e melodie, ma anche per soluzioni innovative per l’epoca, come  l’intro pomposo o la lunga suite finale, allora inedite in ambito metal. Ma anche per gli Helloween stessi è fondamentale: è quello che comincia a definire la loro identità più spensierata, pur non arrivando ancora all’happy metal, perfezionato solo in Keeper of the Seventh Keys – Part II l’anno successivo (qui le zucche restano ancorate all’irruenza speed precedente). Ma al di là di tutto, Keeper… Part I è un album splendido e sfolgorante di power metal ai suoi massimi livelli, che rasenta la perfezione. Il suo unico lieve difetto è la durata: meno di quaranta minuti per sei pezzi effettivi (più un intro e un outro) sembrano un po’ pochi – gli Helloween eviteranno il problema nel successore, che per questo riesce per questo nell’arduo compito di battere il primo episodio. Ma nonostante ciò, questo resta comunque un capolavoro immortale del genere power e di tutto il metal.

Si parte da Initiation, che come già accennato, definisce il preludio classico che poi tutti i gruppi del genere copieranno. Comincia con solo suoni pseudo-orchestrali (tra cui si sente anche il tema “Helloweeniano” che già apriva gli album precedenti) per poi accogliere una base metal potente ma lenta e contenuta, che si mescolano al resto. Il risultato è maestoso ed elegante, e apre al meglio l’album, prima che I’m Alive esploda e cominci a correre. Dopo un breve preambolo, giungono in scena strofe potenti e nervose, ma al tempo stesso melodiche, che si evolvono e crescono con forza per poi confluire presto nei ritornelli. Tra la potente base e la melodia vocale di Kiske, spesso doppiato da potenti cori, l’impatto è assoluto, nonostante in fondo siano molto semplici. C’è poco altro di cui parlare, il pezzo è semplice e breve: l’unica frazione più complessa è l’assolo centrale, che all’inizio progredisce facendosi sempre più labirintico e cupo, ma poi si apre in qualcosa di quasi allegro. È l’unico sprazzo in tal senso di una canzone piuttosto seriosa e inquieta, e che anche per questo colpisce con gran forza: il risultato è il primo brano di una serie (relativamente) lunga di capolavori, appena all’inizio! La successiva A Little Time è più contenuta, e guarda ancora all’heavy metal classico di quegli anni – del resto in origine era un pezzo degli Ill Prophecy, il gruppo precedente di Michael Kiske. Lo si nota in special modo nelle strofe, lineari e di puro impatto, seppur il lavoro del compianto Ingo Schwichtenberg alla doppia cassa sia più moderno. È proprio il drummer che si prende la scena nei bridge sottotraccia, che con un’aura misteriosa e quasi strisciante sono il perfetto preludio a ritornelli che colpiscono alla grande. Pur non alzando tanto i toni impressionano davvero, col riffage sognante della coppia formata da Hansen e da Michael Weikath e cori puramente anni ottanta, che gli danno una potenza espressiva davvero grandiosa. Completa il quadro una parte centrale che all’inizio sembra fragorosa e molto classica, per poi spegnersi presto in un pezzo quasi ambient, pieno di echi vocali e di orologi che ticchettano. L’effetto generale non solo riesce ad affascinare in maniera grandiosa, ma anche a potenziare il finale, che riprende la norma con ancor più forza emotiva. È insomma un nuovo dettaglio riuscito per un altro pezzo perfetto, grandioso nonostante sia spesso sottovalutato dai fan.

Guardando solo all’esuberante lead iniziale, Twilight of the Gods può sembrare a tinte happy, sensazione confermata dal passaggio successivo, sbarazzino e obliquo. Presto però l’atmosfera diventa meno allegra: le strofe vere e proprie sono preoccupate e quasi ansiose, e durante la sua evoluzione l’aria si fa sempre più vorticosa e ombrosa. Lo si vede bene nei bridge, un maelstrom di note di grande intensità sia emotiva che musicale, grazie alla voce sentita di Kiske, al basso di Markus Grosskopf e alle melodie delle chitarra. Sono il preludio a ritornelli che si aprono e si fanno sognanti, delicati, seppur siano ancora molto malinconici. Si tratta di passaggi eccezionali a livello melodico, anche se dopo quanto sentito fin’ora sembrano un pochino leggerini, e incidono meno che altrove. È l’unica pecca di un pezzo splendido negli altri arrangiamenti, dagli impressionanti duelli di Hansen e Weikath nella frazione di centro alle piccole variazioni sparse qua e là. In fondo però non è un gran problema: abbiamo un episodio di livello molto elevato, che nella maggior parte degli album non sarebbe il picco in negativo ma in positivo! I toni calano quindi con A Tale that Wasn’t Right, toccante lento che sin dal principio si muove su toni tranquilli, con solo la chitarra pulita sotto alla voce sentita di Kiske. Pian piano la musica sale di potenza, con l’ingresso della sezione ritmica e a tratti di sottili tastiere, ma la sostanza non cambia, la norma rimane molto melodica. Gli unici che fanno eccezione, oltre all’intensa assolo centrale, sono i chorus, deflagranti ma senza abbandonare il pathos generale,che anzi viene potenziato dalle melodie e dai cori fino a essere lancinante. In generale, abbiamo una ballata che colpisce dritta al cuore con le sue melodie e risulta commovente: non solo non sfigura in Keeper… Part I, ma è persino uno dei suoi pezzi più riusciti! Si torna poi a correre con Future World che dopo un intro enigmatico e martellante mette in campo una formula elementare. Strofe ancora misteriose e teatrali svoltano presto in bridge scanzonati e leggeri, giusto preludio a refrain più energici ma che divertono allo stesso modo, grazie alla melodia molto cantabile, di presa immediata. A livello macroscopico c’è davvero poco altro di cui parlare, a eccezione del solito assolo di qualità e del finale coi cori che danno più forza al refrain. Andando nel dettaglio però sono presenti un gran numero di piccoli arrangiamenti, specie nel bizzarro passaggio centrale, che rendono il tutto più stravagante – il che rientra in quello che è diventato nel tempo il trademark degli Helloween. Il pezzo che ne risulta non solo anticipa più degli altri i tempi che verranno, ma intrattiene al punto giusto e risulta l’ennesimo classico tratto da questo album.

Siamo ora al turno della suite finale, la storica Halloween, che parte da un intro molto orrorifico, grazie anche alle ritmiche lente che spuntano presto sotto a chitarre dissonanti,  di tono quasi doom (!). Siamo solo all’inizio, presto il ritmo accelera con prepotenza: la falsariga di base è una progressione power incalzante e di gran potenza, con poche concessioni alla melodia. L’intento è di conservare una certa aura cupa che infatti viene fuori spesso, anche se con diverse sfumature: a tratti il pezzo è occulto e misterioso, altrove invece è il pathos a dominare. Del resto il tutto varia molto anche a livello musicale, assorbendo influenze più melodiche o rallentando il ritmo. Un eccelso esempio di ciò sono i ritornelli: dopo bridge convulsi e quasi sofferenti, rallentano molto e si fanno addirittura blasfemi, grazie alle urla di Kiske e a melodie riuscite alla perfezione. Si tratta peraltro solo di uno dei casi: in generale la struttura è molto complessa, specie per quanto riguarda la progressione centrale, che assume un coefficiente sempre maggiore di magia oscura. Si tratta di una sezione con un songwriting pauroso (è proprio il caso di dirlo): alterna a meraviglia passaggi più vuoti e morbidi, altri più macinanti ed energici e tratti di splendide melodie. Il tutto avanza fino a raggiungere un apice poco dopo la metà, quando il tutto rallenta per qualcosa di lacerante, da brividi. Ma è solo un attimo, poi il pezzo torna a correre e a incastrare nuove frazioni su frazioni, spesso strumentali – a dominare sono i soliti intrecci tra Weikath e Hansen – e molto variegate. A volte il tono è solenne, in altri momenti davvero spaventoso,  in altri ancora riottoso e quasi rabbioso, mentre in rari casi l’atmosfera si alleggerisce. Comunque sia, ogni passaggio tra l’intro e il rutilante finale funziona a meraviglia, non c’è nemmeno un momento morto  negli oltre tredici minuti di Halloween. Il risultato è una traccia davvero meravigliosa, non solo il primo archetipo di suite power ma anche una delle migliori in assoluto, forse persino più bella della title-track dell’album successivo – che pure è grandiosa! A questo punto, non c’è rimasto spazio che per Follow the Sign, outro di due minuti con una chitarra distorta in prima vista, sopra cui ogni tanto spuntano echi e sussurri. La sua utilità ai fini dell’album è scarsa se non nulla, ma come outro è fascinoso, e posta alla fine di questi trentasette minuti di sicuro non dà il minimo fastidio!

A questo, punto, c’è poco da dire: come avrete capito, Keeper of the Seventh Keys Part I è un album grandioso, che rasenta la perfezione. E se pure perde il confronto col successivo, lo fa proprio di un pelo: non è quindi una buona ragione per sottovalutarlo. Al contrario, ogni cultore power metal che si rispetti non può non averlo e non solo per la sua qualità intrinseca, ma anche perché si tratta dell’album da cui tutto il power successivo prende le sue mosse. Considerarlo non indispensabile sarebbe un delitto!

Voto: 98/100

All’incirca trent’anni fa, il 23 maggio del 1987, vedeva la luce Keeper of the Seven Keys – Part I degli Helloween. Come già detto nel corso della recensione, non è grandioso solo dal punto di vista del livello, ma anche dell’importanza storica: è probabilmente il primo album power metal moderno, genere di cui ha contribuito a stabilire stilemi e soluzioni. Come sempre in questi casi, la recensione di oggi vuole essere il modesto tributo di Heavy Metal Heaven a questa ricorrenza.

Mattia
Tracklist:
  1. Initiation – 01:21
  2. I’m Alive – 03:23
  3. A Little Time – 03:59
  4. Twilight of the Gods – 04:29
  5. A Tale that Wasn’t Right – 05:15
  6. Future World – 04:02
  7. Halloween – 13:18
  8. Follow the Sign – 01:46
Durata totale: 37:33

Lineup:

  • Michael Kiske – voce
  • Kai Hansen – chitarra
  • Michael Weikath – chitarra
  • Markus Grosskopf
  • Ingo Schwichtenberg – batteria
Genere: power metal
Sottogenere: speed power metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Helloween

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