Shadowthrone – Demiurge of Shadow (2017)

Per chi ha fretta: 
Nati da un’idea di Steph (ex-Theatres des Vampires), i frusinati Shadowthrone prendono nome dal secondo album dei Satyricon, ma suonano più in linea coi Dimmu Borgir. Il loro è un symphonic black metal non troppo distante da questi ultimi, nonostante alcuni spunti di personalità come una natura meno pomposa e varie influenze, tra cui quella più rilevante è il thrash. In più i laziali hanno dalla loro una buona abilità nell’impostare le atmosfere, variegate e avvolgenti, che sono il punto di forza dell’ensemble. Nonostante ciò, il loro esordio Demiurge of Shadow soffre di alcuni difetti: si tratta di un album corto e inconsistente, la cui registrazione (specie dell’elemento orchestrale) è migliorabile. In più la scaletta è ondivaga, con un paio di pezzi meno belli, anche se brani come Faded Humanity, Daemonius, Blazing South of Kingdom e Total Darkness ne ritirano su le sorti. Perciò, tutto sommato Demiurge of Shadow è un buon album, adatto ai fan del black metal sinfonico, seppur probabilmente gli Shadowthrone possano fare di meglio.

La recensione completa:
Come è noto, il black metal sinfonico è un genere disprezzato dai fan più oltranzisti, che spesso lo vedono come un’aberrazione, un alleggerimento del suono primordiale fatto solo per motivi commerciali. In realtà è una generalizzazione grossolana: forse in qualche caso è davvero così, ma di solito le band del genere lo suonano per convinzione. È il caso del gruppo di oggi, gli Shadowthrone da Ceccano (Frosinone): nascono nel 2014 per idea di Stefano “Steph” Benfante, fuoriuscito dai Theatres des Vampires proprio allo scopo di fondare un gruppo più in linea coi suoi gusti. Seppur prendano il nome dal leggendario secondo album dei Satyricon, il loro suono è un symphonic black metal classico che di base si rifà a Limbonic Art e Dimmu Borgir, ma con tendenze meno pompose e più minimali. I laziali non si limitano a copiare questi gruppi: il loro suono presenta influenze inedite all’interno del loro genere, tra cui spicca la loro forte vena thrash, che rende il loro sound molto più robusto. Ma il vero punto di forza degli Shadowthrone sono le atmosfere: nella loro musica tendono a variare molto, andando dalla solennità alla brutalità, dall’epicità alla ferocia, passando per un gran numero di sfumature, e facendo tutto questo senza rinunciare alla potenza. È questo equilibrio il punto di forza assoluto di Demiurge of Shadow, esordio sulla lunga distanza del gruppo uscito all’inizio di quest’anno sotto Hidden Marly Production. Si tratta di un album interessante per i motivi appena elencati, pur non essendo esente da difetti. Su tutti, spicca una certa inconsistenza: otto brevi pezzi effettivi (più un intro e un outro) per trentotto minuti sono adeguati per un album black classico, ma sembrano pochi per l’intento atmosferico degli Shadowthrone. In più, in Demiurge of Shadow si può migliorare anche la registrazione: se la componente black dei laziali è pulita e quasi perfetta, quella sinfonica sembra a tratti un po’ piatta. Insieme a un songwriting non sempre all’altezza, sono difetti non trascurabili, ma che come vedrete non danno troppo fastidio alla resa finale del complesso.

Le danze partono da Across the Open Sea, intro che comincia con l’effetto della risacca distorto e quasi dissonante. Presto però in scena arriva una chitarra dilatata, che insieme a un sottofondo sinfonico e all’intervento di un violino alla fine ci trasporta in un mondo solenne ma oscuro. È insomma un ottimo preludio di atmosfera, prima che d’improvviso la title-track deflagri con forza. Abbiamo allora un pezzo oscillante che avanza in maniera obliqua, con la martellante batteria di Dave e le ritmiche lente a seguire due sentieri diversi, per un effetto estraniante ma di solito buono. Anche se con alcune variazioni, è questa l’impostazione generale di Demiurge of Shadow, interrotta solo da momenti più arcigni e in cui a turno si fanno sentire le chitarre oppure le orchestrazioni di Steph. Si cambia verso in maniera importante solo nel tratto centrale, in principio più veloce e orientato verso il black classico col suo riffage a zanzara, per poi aprirsi su un lungo stacco soltanto sinfonico. Complessivamente è un passaggio che funziona in maniera discreta: lo stesso vale per il finale, che unisce i due mondi in qualcosa di strano, con persino una chitarra classica in sottofondo. Tuttavia, c’è da dire ogni tanto appare scollato, con i passaggi poco coerenti tra loro, e questo non gli consente di andare oltre un livello solo discreto. Va molto meglio con Faded Humanity, che dall’inizio alterna tratto a tinte black melodico, oscuri ma anche caldi e quasi intimisti a lunghe digressioni più fredde e lontane, quasi spaziali, grazie al dominio della componente sinfonica. Si tratta di una norma che avanza con giusto qualche variazione per oltre metà canzone, ma poi comincia a evolversi, facendosi sempre più stridente, vorticosa ed estrema, fino a raggiungere il finale, molto pestato e oscuro. Si tratta di un’ottima progressione, che funziona quasi in ogni passaggio: abbiamo perciò un pezzo semplice ma di ottima qualità, che lo porta tra i picchi assoluti dell’album!

Theories Behind Chaos ha un avvio poderoso di grande influenza thrash, che per quasi tutta la prima parte macina con gran forza (a eccezione di un breve sfogo esasperato di black sinfonico). Presto però le coordinate cambiano: dopo un breve accenno iniziale, la musica rallenta e si fa più labirintica e obliqua. È una lunga progressione con riff potenti, a volte anche di retrogusto death, che si incastrano tra loro e a volte vedono l’ingresso di misteriose orchestrazioni, mentre altrove presentano un’impostazione più aggressiva. L’elemento thrash però non sparisce: poco dopo metà riappare, e pian piano si riprende la scena fino alla fine, affidata invece alle orchestrazioni. Il risultato di tutto ciò è un ibrido particolare, forse non tra i migliori esperimenti di Demiurge of Shadow ma godibile al punto giusto. Con Seal of Opulence la direzione cambia ancora: dopo un intro d’atmosfera, con campane e suoni d’ambiente, parte un brano dalle coordinate a metà tra metal moderno e metalcore (!), con un mood davvero cupo. Siamo però ancora nel preludio: dopo un ulteriore stacco morbido la traccia si sposta su coordinate più arcigne e classiche rispetto al black metal. Abbiamo allora una norma lenta , circolare e nera come la notte,  aggressiva sia per le dissonanze delle chitarre di Steph e Francesco che per lo scream di Serj, molto graffiante. Questa impostazione avanza a lungo, ma ogni tanto le coordinate cambiano. Spuntano a tratti frazioni che recuperano la componente sinfonica, fin qui abbastanza sacrificata, e acquisiscono una grande carica melodica, specie per le chitarre, ma senza rinunciare all’oscurità, che si fa giusto più accogliente e malinconica. Entrambe le componenti funzionano bene, a eccezione di qualche passaggio un po’ troppo rilassato, ma poco importa: pur non essendo chissà quale capolavoro, il pezzo risulta piacevole e di buona qualità.

Daemonius si rivela presto una traccia multiforme: in principio è battente e torna alle influenze thrashy già sentite in precedenza, ma poi comincia a evolversi molto. Lo si sente già dall’ingresso delle tastiere sinfoniche alle spalle di questa parte, preludio a una virata decisa verso qualcosa di più vorticoso e rapido, col blast di Dave a reggerlo. Anche questo dura poco: presto il pezzo rallenta e presenta una bizzarra alternanza tra momenti di vaga influenza folk, quasi allegri, e progressioni di blasfemo black, feroce e di gran impatto. C’è spazio anche, al centro, per un’apertura molto tranquilla, divisa tra una prima parte vuota e una seconda più metallica ma sempre lenta: serve a far respirare le orecchie dai cambi repentini della norma che di lì a poco riprende a muoversi, ancor più tortuosa. Il finale è quasi schizofrenico nel riproporre i suoi temi già sentiti, ma riesce ad avere un gran impatto. Del resto, in tutta la traccia quasi ogni particolare è a punto, e i momenti morti sono rari: abbiamo insomma un gran pezzo, poco lontano dai migliori di Demiurge of Shadow. La successiva Disciples of the Dark Master nasce subito con un riffage lugubre, per poi cominciare a svilupparsi come un pezzo nervoso. È questa l’essenza che accomuna sia la falsariga di base, più contenuta dal punto di vista del ritmo, che i passaggi che fuggono in velocità. Gli unici momenti un po’ più pacifici sono i ritornelli, più aperti e in cui domina la componente sinfonica, e l’assolo centrale, che per quanto energico ha una melodia triste, quasi nostalgica. Se tutto questo è piacevole, al contrario di quasi tutto il disco c’è ben poco che resti in mente: la musica passa veloce lasciando poca traccia di sé, aiutata anche dalla durata piuttosto contenuta. Abbiamo insomma un pezzo decente ma poco appetibile, che rappresenta il punto più basso in assoluto del disco.

A questo punto,la scaletta si ritira su con Blazing South of Kingdom, che all’inizio torna a mostrare il lato thrash degli Shadowthrone, oltre a un’anima ombrosa. Questa si alterna nel corso della traccia con momenti più macinanti, black metal sinfonico dall’essenza eterea e spaziale, ma anche veloce e macinante. Con questo dualismo si crea una certa tensione, che si potenzia sempre di più fino a raggiungere una frazione centrale in cui le due anime si mescolano in qualcosa di strano e obliquo, quasi caotico a tratti, prima che la musica ricominci a calmarsi. Il finale è molto più contenuto, quasi come se i laziali avessero finito il carburante e volessero evocare calma – cosa che peraltro gli riesce bene, anche se a questa frazione sembra mancare di qualcosa. Tuttavia, in fondo non è un problema così grande per un episodio che anche così guarda da vicino i pezzi migliori di Demiurge of Shadow. Siamo ormai quasi alla fine, e per l’occasione gli Shadowthrone scelgono Total Darkness. Si parte con una fuga oscura e lineare, che accoppia elementi thrash e black in qualcosa di estrema efficacia, grazie alle ritmiche incalzanti di Steph e Francesco, alla voce rabbiosa di Serj e a volte anche alle orchestrazioni, che si mescolano alla perfezione al resto. Questa base regge la traccia per diverso tempo, con diverse variazioni nel ritmo ma senza perdere la sua anima. Qua e là però c’è spazio anche per diversi stacchi: alcuni sono più estremi e rabbiosi, mentre altri sono più striscianti e strani, e altrove ancora la musica si apre per qualcosa di etereo, ma senza perdere in potenza. Un ottimo esempio di ciò sono i refrain, blasfemi e con un’aurea oscura di gran forza, che avvolge a meraviglia grazie soprattutto alle solite orchestrazioni di Steph. Quest’anima più aperta e atmosferica prende il sopravvento nella seconda metà, in media più tranquillo ma molto avvolgente. In generale, ogni singolo passaggio qui è riuscito bene: l’album si chiude insomma col suo pezzo migliore insieme a Faded Humanity! Il finale vero e proprio è però affidato a Howling Abyss, lungo ed espanso outro che vede solo due chitarre acustiche, una veloce e ritmica, l’altra lenta e melodica, incrociarsi nel vuoto. Questa impostazione dura a lungo, un po’ ripetitiva ma senza annoiare, per merito della tranquillità e delle variazioni della seconda chitarra. È insomma un finale particolare ma piacevole, adatto al contesto in cui è piazzato.

Insomma, senza avere grande pretese di innovare, gli Shadowthrone hanno confezionato un prodotto godibile e che nonostante i suoi difetti risulta di buonissimo livello. È anche vero che i laziali possono fare di più, viste quelle che sembrano essere le loro qualità, ma per ora ci si può anche accontentare, vista anche la poca esperienza del gruppo come tale – come già detto esistono solo da tre anni. Perciò, se vi piace il black metal sinfonico, Demiurge of Shadow potrebbe fare proprio al caso vostro.

Voto: 76/100

Mattia

Tracklist:

  1. Across the Open Sea – 02:02
  2. Demiurge of Shadow – 03:54
  3. Faded Humanity – 04:23
  4. Theories Behind Chaos – 03:41
  5. Seal of Opulence – 05:39
  6. Daemonius – 03:32
  7. Disciples of the Dark Master – 03:25
  8. Blazing South of Kingdom – 03:55
  9. Total Darkness – 04:29
  10. Howling Abyss – 03:06

Durata totale: 38:06

Lineup:

  • Serj – voce
  • Francesco – chitarra
  • Steph – chitarra e orchestrazioni
  • Emanuele – basso
  • Dave – batteria

Genere: symphonic black/thrash metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Shadowthrone

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