Degrees of Truth – The Reins of Life (2016)

I Degrees of Truth sono una band nata nel 2015 nei dintorni di Milano e con The Reins of Life si affacciano per la prima volta sulla scena progressive metal italiana. Con soltanto un demo alle spalle, la band milanese aveva ancora molto da dire e nel primo full-lenght sfoga la sua vena creativa cercando la propria dimensione in un panorama musicale in cui si fa fatica ad emergere senza buone idee. Scopriamo insieme il loro primo lavoro.

Pattern è la breve introduzione strumentale scelta per il disco e crea subito un’atmosfera adatta a formare un contesto interessante. Accenni di elettronica e di sinfonico si uniscono e danno vita al primo vero pezzo di The Reins of Life, Finite Infinite. Una dolce voce e un piano si lasciano accompagnare da un set archi che ci accompagnano verso il cuore di questo album. La produzione sonora è veramente apprezzabile e fa quasi strano pensare che questo sia solo un disco d’esordio, dal momento che anche la qualità compositiva è degna di nota e sembra concepita con esperienza e professionalità. Il brano si sviluppa su sonorità molto melodiche e non presenta ancora peculiarità tipiche del progressive, il che lo identifica come un brano di apertura che ci apre la strada verso questo concept album sull’evoluzione dell’umanità. A seguire troviamo subito la title-track che nella prima parte ha un incedere lento ma costante, segno che i ritmi stanno per aumentare. Ed infatti, lo sviluppo della composizione è una contorta ma ordinata sequenza tra momenti di puro prog metal e brillanti soluzioni sinfoniche, che lasciano spazio a qualche variazione successiva. La suite (11 minuti) è divisa in quattro parti sottolineate da spaccature non troppo nette tra loro che però non impediscono al brano di avere un’identità omogenea, e lo confermano anche i richiami a temi sentiti qualche minuto prima all’interno del brano stesso. Il mix tra prog e sinfonico è veramente da applausi, l’idea dietro alla struttura dei brani è quasi ineccepibile e le sezioni strumentali sono pregevoli. Dopo questo viaggio attraverso il pezzo più lungo dell’intero lavoro veniamo catapultati in Evolution, che assume già tinte molto più marcatamente prog. L’eleganza con cui si sposano le tracce elettroniche inserite all’interno dei brani con le sezioni sinfoniche è qualcosa che a mio parere va premiato in sede di valutazione finale, dal momento che permettono al gruppo di raggiungere uno stile proprio (che all’esordio non è per nulla scontato) e al contempo rendono più gustosa una composizione già di per sé decisamente godibile. Subito dopo è il momento di Civilization, che si contraddistingue subito per una scelta melodica che potrebbe cadere immediatamente nel banale, ma ancora una volta in fase di songwriting il duro lavoro della band tira fuori delle soluzioni spettacolari che non smettono di stupire neanche dopo numerosi ascolti. Ancora estasiati dal finale della traccia precedente ci imbattiamo nelle note iniziali di Subtle Borderline, che per metà è un intermezzo sinfonico molto valido che poi muta in un prog classico e deciso, il quale dà vita a sua volta ad un finale dal gusto ottocentesco che riempie di valore tutto il contesto. Il risultato è un brano strumentale ottimo e ben strutturato senza un attimo di tregua, che ancora una volta va a rimarcare l’abilità del quintetto lombardo. Con The World Beneath My Feet il gruppo sceglie un approccio più classico con sonorità non nuove al prog sinfonico nostrano, ma non manca di far valere la propria identità che si manifesta nell’originalità di certe idee nella composizione del brano in questione. La settima traccia sulla tracklist purtroppo scorre senza le notevoli sorprese che ci eravamo abituati a scovare nei pezzi ascoltati finora, ma comunque non abbassa il livello su cui si sta attestando questo disco d’esordio. Fine Art of Havoc ha dei tratti che lo differenziano in modo evidente da ciò che abbiamo sentito fin qui, con il suo approccio decisamente più cupo e il mix tra la voce melodica di Claudia Nora Pezzotta e il growl di Omar Ruggiero, che figura come ospite per queste parti di cantato più violento. Veniamo un po’ spiazzati dall’atmosfera regalata dall’ottavo pezzo del disco, il quale però si avvale di un’ottima concezione come i brani che lo hanno preceduto. Rispetto ad altri, però, lascia meno il segno. Mentre ci avviciniamo al termine di un album così piacevolmente sorprendente, è il turno di The Grim Lesson, che per la sua struttura suona quasi come una “nuova introduzione” alla parte finale del disco. Si torna su stili che guardano molto più al sinfonico che ad altro, con molte sfumature interessanti che ritroviamo anche nel pezzo che segue, ovvero Deep Six. Qui però l’idea di base è diversa, perché anche se la sua introduzione è collegata col pezzo appena terminato, l’intento del brano ci riporta alle sonorità a cui ci siamo abituati nella bellissima parte iniziale di questo disco. In parte ricorda alcuni brani degli olandesi Stream of Passion, e per certi versi anche la voce ricorda quella spettacolare di Marcela Bovio, ma nel complesso lo sviluppo di Deep Six è molto particolare e alterna fasi più lente a parti decisamente più ritmate. All’ultimo posto sulla lista troviamo Pillar of Hope, che si avvicina come durata alla suite analizzata all’inizio di questa recensione. A differenza della traccia che dà il titolo al disco, questa è bipartita e si divide quasi perfettamente a metà: con un inizio lento, la prima parte è una lenta introduzione al brano che cresce gradualmente di intensità fino a sfociare nella seconda metà di questo struggente finale. Il suono è quello tipico del symphonic più poetico e melodico per tutta la durata di questo brano conclusivo, con il quale i Degrees of Truth ci lasciano andare dopo aver dato prova di qualità oltre la media.

Non capita spesso che un disco d’esordio mi colpisca così tanto. Spesso, influenzato dall’idea che un gruppo emergente manchi dell’esperienza necessaria per costruire un lavoro solido e pieno di idee brillanti, mi trattengo su determinati giudizi e limito valutazioni che vorrei tenere per un secondo momento. Ma con i Degrees of Truth c’è ben poco da dire. Anzi, di cose da dire ce ne sono molte, dato che la musica da loro proposta è piena di sfaccettature che si lasciano analizzare in maniera molto dettagliata, ma di fronte a certe scelte compositive si corre davvero il rischio di rimanere senza parole. Seppur con qualche rischio nella seconda parte del lavoro, sono riusciti a mantenere alto il livello generale e di questo non si può che prendere atto. I complimenti più sentiti alla band, che da oggi seguirò con attenzione nella speranza che futuri lavori possano essere momenti di crescita per un collettivo che ha già le idee molto chiare.

Voto: 90/100

Francesco

Tracklist:

  1. Pattern – 01:00
  2. Finite Infinite – 05:27
  3. The Reins of Life – 11:01
  4. Evolution – 05:42
  5. Civilization – 04:37
  6. Subtle Borderline – 04:07
  7. The World Beneath My Feet – 05:59
  8. Fine Art of Havoc – 05:58
  9. The Grim Lesson (Evolution Demise) – 03:20
  10. Deep Six – 06:03
  11. Pillar of Hope – 10:32
Durata totale: 01:03:46

Lineup:

  • Claudia Nora Pezzotta – voce
  • Graziano Franchetti – chitarra
  • Gianluca Parnisari – tastiera
  • Matteo Clark – basso
  • Luca Ravezzani – basso
Genere: symphonic/progressive metal

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