Death – Scream Bloody Gore (1987)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEScream Bloody Gore (1987), esordio dei Death, è l’album che trasforma il death metal da sottogenere più violento del thrash a genere a sé stante. 
GENEREIl più classico dei death metal, con tutti gli stilemi del genere e giusto pochi residui dal thrash, visibile nelle strutture  lineari delle canzoni e in alcune influenze.
PUNTI DI FORZAUn album non solo importantissimo a livello storico, ma anche di grande sostanza, con tanti brani memorabili e pochissimi momenti morti.
PUNTI DEBOLIUn po’ di ripetitività e di immaturità.
CANZONI MIGLIORI

Sacrificial (ascolta), Mutilation (ascolta), Regurgitated Guts (ascolta), Torn to Pieces (ascolta), Evil Dead (ascolta)

CONCLUSIONISeppur non sia perfetto, Scream Bloody Gore rimane comunque un capolavoro e un album seminale, fondamentale per ogni fan del death metal classico!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
94
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16 ottobre 1985: esce Seven Churches, primo full-lenght dei californiani Possessed. Si tratta di un lavoro non solo grandioso, ma importantissimo: è il primo album death metal della storia, nonostante le fortissime radici ancora nel thrash del periodo, e avrà una grande influenza già nell’immediato. Se prima esisteva solo qualche sparuta band sconosciuta a interpretare vagiti del genere, nel giro di un paio di anni si sviluppò una scena numerosa (sia negli Stati Uniti che, per esempio, in Brasile) ancora molto underground ma che stava gettando le basi del genere. In questo breve periodo, tuttavia, il death metal non era ancora un’entità a sé stante, ma si poteva considerare una branca più rapida e violenta del thrash. Per farlo diventare un genere vero e proprio sarebbe servita una svolta, che non tardò troppo ad arrivare. Il venticinque maggio 1987 vide la luce Scream Bloody Gore, esordio dei giovanissimi floridiani che rispondevano al semplice ma evocativo nome di Death.

Si tratta di un album più che seminale, che stabilisce molti degli stilemi tipici del death metal classico, a partire dal suono. Sviluppando la lezione degli Slayer e dei già citati Possessed, il gruppo guidato da Chuck Schuldiner creò qualcosa di ancora più estremo, sdoganando il tipico sound ribassato e i riff a motosega che poi il genere avrebbe adottato tra le sue basi. Anche a livello di immaginario Scream Bloody Gore ebbe un’influenza fondamentale: già dalla sua leggendaria copertina (firmata dal grande Ed Repka), si nota quella fascinazione per il macabro, per l’orrore e per lo splatter diventata anch’essa distintiva nel death. E se ancora sono presenti brandelli dal thrash e dal metal classico – le strutture sono ancora lineari e il blast beat ancora non era stato applicato al genere – l’esordio dei Death può essere lo stesso considerato il primo album death metal puro della storia. Ma anche così non fosse, parliamo di un album grandioso: seppur i floridiani fossero ancora un po’ ingenui – il che si traduce in un po’ di ripetitività ogni tanto – Scream Bloody Gore è un piccolo capolavoro del genere, come leggerete tra un istante.

Le danze prendono vita in maniera lenta, ma le chitarre e lo scream/growl di Schuldiner, un rantolo angosciante, generano subito un ambiente cupo, malsano. È un ottima introduzione non solo al disco ma anche per la vera opener Infernal Death, che dopo poco entra nel vivo accelerando. La sua norma è veloce e molto incalzante, alternando una base vorticante e vertiginosa con momenti lievemente meno frenetici ma di gran impatto, e a passaggi davvero macinanti. Si tratta di un breve sfogo piuttosto lineare, nonostante alcune variazioni che tengono alta la tensione e la rendano sempre interessante: il risultato è un’apertura in grandissimo stile, a dispetto di una durata inferiore ai tre minuti. Come la precedente, Zombie Ritual si apre con lentezza, con un lead di chitarra inquietante, ma poi accelera con grande impatto. La sua falsariga di base è furibonda, con un riffage tipicamente death che devasta tutto, aiutato in questo dalla voce del mastermind. Solo ogni tanto il ritmo rallenta: è il turno di brevi aperture più riflessive, che lasciano da parte la potenza ma aumentano sempre più in oscurità, fino ad arrivare a ritornelli molto arcigni. Se entrambe le parti funzionano – specie quelle più pestate – qualche raccordo sembra però un po’ frenato. Non aiuta nemmeno la durata, più lunga della media di Scream Bloody Gore, che unita a una struttura lineare amplifica il problema. Ne risulta uno dei pezzi meno belli dell’album, seppur sia molto godibile e sfiguri solo per la qualità intrinseca del resto. La successiva Denial of Life è serrata e rabbiosa per buona parte della sua durata, con un riffage intricato e dissonante scandito all’unisono da chitarra e basso. C’è spazio anche per notevoli rallentamenti che mantengono lo stesso tipo di ritmica, per un effetto che si fa sempre più lugubre e avvolgente: in questo caso il tentativo è riuscito al cento percento. Non c’è quasi altro, a parte una sezione più variegata nel finale, in un pezzo che vola letteralmente: non sarà forse tra i migliori dell’album, ma sa benissimo il fatto suo!

Sacrificial prende le sue mosse da una norma lenta e strisciante, che preannuncia quasi il death/doom metal primigenio – nonché gli Autopsy che Chris Reifert fonderà subito dopo aver inciso quest’album. È un’essenza che resiste a lungo, quasi asfissiante a tratti e con gran potenza; in principio può sembrare che tutto l’episodio sia così, ma poi i Death cambiano strada. I bridge aumentano progressivamente di velocità fino all’arrivo dei refrain, che deflagrano con una gran ferocia. È un momento davvero travolgente, ma anche il resto del pezzo è di efficacia fantastica, dalla struttura di base alla parte solistica centrale, l’unica variazione importante. L’unica cosa che manca è un qualsiasi momento morto: abbiamo un grandissimo brano, uno dei picchi assoluti della scaletta! Al contrario della precedente, Mutilation è una scheggia impazzita sin dal pesantissimo esordio, col suo riffage violento che è puro death metal classico. Tuttavia, la cattiveria aumenta ancor di più nell’evoluzione, con bridge più intensi e agitati che confluiscono in chorus selvaggi e aggressivi in maniera estrema, un vero e proprio pugno in faccia di potenza e frenesia. Come sempre, c’è spazio solo per un assolo slayeriano al centro, per il resto la struttura è molto lineare, ma neanche stavolta è un problema. Ne risulta un’altra perla davvero splendida, che con la precedente forma un uno-due stordente. Il K.O. arriva però con Regurgitated Guts, che presenta passaggi molto obliqui, di raccordo in una struttura invece più lineare. È questa la natura sia delle strofe, dirette e con un bello scambio di rallentamenti e accelerazioni, oltre che macabre come da norma death, sia dei ritornelli, più vertiginosi e oscuri, seppur la norma non cambi poi molto. Inoltre la struttura è più varia che in passato: qua e là sono sparse diverse variazioni: quella più evidente è alla fine, con una sezione strumentale fragorosa e di gran potenza. È il giusto contraltare per un pezzo forse un po’ particolare ma di qualità assoluta, al pari dei due pezzi che l’hanno preceduta.

Dopo un breve preambolo, Baptized in Blood entra in scena macinante, senza quasi sollievo. Le strofe corrono molto, con la loro impostazione sempre on-speed e vorticosa a cui i Death ormai ci hanno abituato, per non parlare poi dei bridge, davvero esasperati. L’unico momento per respirare un po’ sono i ritornelli, più lenti e leggeri, seppur si respiri lo stesso un’aria malsana; tuttavia, la loro melodia di base è un po’ troppo obliqua, e ne limita leggermente la resa. Per il resto abbiamo un pezzo di altissima qualità, dalle strofe alla possente parte centrale, che di sicuro non sfigura in un album come Scream Bloody Gore. All’inizio, la seguente Torn to Pieces sembra quasi voler tirare il fiato: la sua base è un riff tagliente che guarda più al thrash rispetto al solito, retto dal tempo solo medio-alto di Reifert. È una falsariga circolare che dura a lungo, ma a tratti i Death strappano per fughe travolgenti che pur durando poco di solito non lasciano superstiti. Fa eccezione la parte finale, tutta in velocità, e che ancora una volta colpisce con la forza di un treno in corsa. Del resto, il dualismo del pezzo funziona benissimo, e ogni momento è realizzato alla perfezione: abbiamo un brano forse un po’ sottovalutato dai fan, ma che a mio avviso risulta addirittura tra i migliori della scaletta. È quindi il turno di Evil Dead: è introdotta da un preludio melodico e lento, con la chitarra di Schuldiner che ripercorre la colonna sonora dell’omonimo film – in Italia noto come “La Casa”. Poi però entra nel vivo con un’urgenza palpabile, con scambi repentini tra brevi sfoghi tumultuosi, strofe più dirette, semplici, e ritornelli frenetici ma al tempo stesso di facile presa, addirittura cantabili. In tutto questo c’è spazio solo per un paio di assoli, vorticosi e col giusto impatto, per il resto la traccia procede veloce e lineare per tutta la sua durata. Non è comunque un problema: il risultato non solo spicca molto ma è eccezionale, un altro degli squilli che rendono l’album così grandioso.

Scream Bloody Gore prende il via ossessiva e potente, con un riffage che a dispetto di un lieve effetto già sentito impatta ancora al meglio delle sue capacità. Tuttavia, stavolta i Death dimostrano di voler mescolare le carte in tavola: i cambi di coordinate sono più fitti del solito, con la norma che pur senza variazioni radicali presenta diverse svolte interessanti. Il risultato è una corsa a perdifiato che avvolge a lungo in un’aura lugubre e diventa ancor più impattante nei ritornelli, stoppati ma davvero orrorifici. Il cambiamento più rilevante si ha però sulla tre quarti, che si tranquillizza un po’ ma senza perdere l’aura macabra e cupa che avvolge il resto. Essa diventa anzi più intensa per merito delle profonde ritmiche e dallo splendido momento solistico di Schuldiner, prima che una nuova fiammata di cattiveria concluda il pezzo. Si tratta del momento migliore di una traccia splendida però in toto, appena sotto ai migliori dell’album a cui dà il nome. La versione in vinile originale dell’album terminava qui, ma in quella in CD già dal 1987 sono presenti due tracce bonus. La prima, Beyond the Unholy Grave, è piuttosto semplice, andando avanti molto a lungo col suo riffage di base, debordante e dissonante. Esso regge sia le strofe, vorticose e dirette, che i refrain, cadenzati e stoppati ma di gran forza, grazie anche alla prestazione urlata del frontman. C’è spazio solo ogni tanto per brevi rallentamenti, che danno un pelo di profondità in più al complesso con la loro vaga malinconia, ammantata però da una forte oscurità. Per il resto il pezzo è una scheggia impazzita, ma non è un problema: ogni passaggio è ben scritto, e il suo valore è giusto un pelo sotto alle fiammate migliori del disco! È quindi la volta di Land of No Return, che comincia con toni quasi doomy per poi animarsi di più: la sua base è vorticosa e presenta un vago retrogusto punk, specie nel ritmo di Reifert. È il punto di partenza per uno sviluppo che porta la musica a farsi più tempestosa e malvagia: i refrain si rivelano veloci e di gran impatto, death metal classico al cento percento. C’è poco altro da riferire per una traccia che passa velocissima e si rivela semplice, oltre che molto in linea con quanto già sentito fin’ora, forse anche troppo. Abbiamo un pezzo che sa un po’ di già sentito, ma in fondo è di buonissima qualità, e come chiusura di un album così importante non stecca.

Insomma, nonostante la sua immaturità e qualche difettuccio Scream Bloody Gore è un piccolo capolavoro. Forse non sarà l’album più bello di tutti i tempi nel suo genere, ma a un vero appassionato non può mancare – ma ciò del resto vale per l’intera discografia dei Death. Il death metal propriamente detto comincia da queste tracce, che poi influenzeranno tutto ciò che verrà dopo – tanto da far apparire quest’album quasi banale, alle orecchie di un ascoltatore odierno. Per tutti questi motivi, se amate lo stile più selvaggio e rabbioso del metal è una presenza imprescindibile nella vostra collezione!

All’incirca trent’anni fa, il venticinque maggio del 1987, vide la luce Scream Bloody Gore dei Death, il primo album death metal puro della storia, come già spiegato nel corso della recensione. Vista la sua importanza storica – e perché no, anche il suo valore intrinseco – noi di Heavy Metal Heaven abbiamo pensato di celebrare la ricorrenza a modo nostro, con una delle classiche “recensioni storiche”. Questo è il nostro modesto tributo all’importanza dell’esordio del gruppo di Chuck Schuldiner.

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1 Infernal Death 02:54
2 Zombie Ritual 04:35
3 Denial of Life 03:38
4 Sacrificial 03:43
5 Mutilation 03:30
6 Regurgitated Guts 03:47
7 Baptized in Blood 04:32
8 Torn to Pieces 03:38
9 Evil Dead 03:02
10 Scream Bloody Gore 04:35
11 Beyond the Unholy Grave (bonus track) 03:05
12 Land of No Return (bonus track) 02:59
Durata totale:  43:58
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Chuck Schuldinervoce, chitarra, basso
Chris Reifertbatteria
OSPITI
Randy Burnspercussioni
ETICHETTA/E:Century Media Records
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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