The Ossuary – Post Mortem Blues (2017)

Per chi ha fretta:
Pur essendo un side project degli storici techno deathster Natron, i baresi The Ossuary suonano un genere completamente diverso, come dimostra il loro esordio Post Mortem Blues (2017). Il loro è un mix tra hard rock e doom metal che guarda molto agli anni settanta, con giusto poche concessioni più moderne. Questo genere è un pregio, anche vista la passione del gruppo, ma può essere visto anche come il loro principale difetto insieme all’omogeneità. I pugliesi non propongono nulla che non si sia già sentito, il che rende molte canzoni prive di freschezza e di guizzi giusti, a parte un paio di episodi come la lenta Graves Underwater e la originale title-track. Così, pur essendo molto piacevole Post Mortem Blues non riesce ad andare oltre il livello discreto, segno che i The Ossuary dovranno lavorare molto per elevarsi dal mare di gruppi derivativi che affollano oggi il revival hard rock anni settanta.

La recensione completa:
Lo ammetto: io faccio davvero fatica a capire quei musicisti che suonano in tanti progetti tutti sulle stesse coordinate stilistiche. Credo che non abbia molto senso: se la musica è sempre la stessa, non sarebbe meglio produrla tutto con lo stesso nome, invece che disperderla sotto vari monicker? Trovo invece molto più ragionevole quando un side-project ha un genere del tutto diverso da quello della band madre, come nel caso dei baresi The Ossuary. Si tratta di un gruppo nato per idea di Domenico Mele, Dario “Captain” De Falco e Max Marzocca, rispettivamente chitarra, basso e batteria degli storici Natron, e completati alla voce da Stefano “Stiv” Fiore (già con la power/progressive band Twilight Gate). Il quartetto suona un genere del tutto diverso dal death metal tecnico della band madre: parliamo di un mix tra hard rock e doom metal che guarda soprattutto agli anni settanta, con gli ovvi Black Sabbath come primo riferimento. In più, c’è qualche sprazzo legato all’heavy metal del decennio successivo e alcuni elementi più moderni, in particolare dallo stoner, ma per il resto la musica si rifà a pieno al revival dell’hard rock classico degli ultimi anni. Se da un lato la passione del gruppo per questo mondo è palpabile, dall’altro però può essere visto come un difetto, che pesa abbastanza su Post Mortem Blues, esordio uscito lo scorso 17 febbraio. Il suo principale problema è infatti che i The Ossuary non propongono nulla che non si sia già sentito altrove, e riescono solo in parte a rileggerne i cliché in maniera personale. È questo il motivo per cui a molte canzoni dell’album manca la freschezza e il guizzo giusto: seppur la qualità media sia buona, solo un paio di episodi riescono a spiccare davvero e a rimanere in mente. Inoltre, Post Mortem Blues soffre un po’ di omogeneità: alcune delle sue melodie tendono ad assomigliarsi un po’ troppo tra loro. Intendiamoci: parliamo di un lavoro ben composto e suonato, con in più una bella registrazione, moderna ma che al tempo stesso valorizza l’essenza retrò dei The Ossuary. Di fatto, Post Mortem Blues è un album godibile, interessante e senza quasi nulla di sgradevole, che però non lascia moltissimo dietro di sé e non riesce ad andare oltre un certo livello.

Senza nessun preambolo, Black Curse entra subito in scena col suo riff principale, di influenza stoner più che vaga. È la base di un pezzo circolare, lento e potente, che pende sul lato doom dei pugliesi, seppur non manchi di un’ariosità più rock. Essa è presente in secondo piano nelle strofe, più pesanti, ma si mostra con forza nei ritornelli, tranquilli e sentiti, con Fiore che tira fuori un certo pathos, ma senza rinunciare alla sua aggressività classica. Per gran parte il pezzo avanza su queste coordinate, senza grandi variazioni; fa eccezione solo la parte centrale, più complessa e in cui brillano gli assoli e gli incastri di riff. È tra i passaggi più riusciti di un pezzo che nonostante soffra dei difetti di Post Mortem Blues è di buona fattura, e apre le danze a dovere. Fin dall’arpeggio pulito iniziale, la successiva Witch Fire si rivela animata, con strofe non pesantissime ma brillanti e circolari che impattano bene. I giochi si fanno più energici per i ritornelli, che colpiscono bene grazie al riffage di Mele, magmatico e sabbathiano. C’è poco altro nella canzone a parte una breve frazione morbida e riflessiva al centro, che però lascia in breve spazio al ritorno della norma principale, stavolta corredata da un bell’assolo. Nel complesso abbiamo un pezzo semplice e breve ma di buona lena,  che guarda da poco lontano i migliori dell’album. Dopo un intro affidato alla batteria di Marzocca, Blood on the Hill esordisce animata e quasi allegra, seppur un velo di inquietudine aleggi lungo tutta la sua durata. È un dualismo che funziona discretamente nelle strofe, potenti e ben incisive con le ritmiche di Mele e una base ritmata in maniera particolare, nonostante qualche cliché ne diminuisca la resa. Va però peggio coi ritornelli, che cercano di essere catchy ma sono un po’ troppo dissonanti e strani per riuscirci, ed esplodono poco. Buone sono invece la parte centrale e quella finale, entrambe all’insegna di una certa delicatezza – a eccezione del buon momento solistico della prima. Ne consegue una traccia discreta, piacevole ma un po’ sottotono rispetto al resto di Post Mortem Blues.

Graves Underwater è più calma di ciò che l’ha preceduta: dopo un avvio potente si sviluppa a partire da un tempo lento e costante, su cui spesso e volentieri spuntano arpeggi melodici, più che riff veri e propri. È il caso delle strofe, placide e in cui i fraseggi di chitarra e la voce di Fiore evocano un certo pathos. È una sensazione che si fa più forte durante l’evoluzione del pezzo, per poi esplodere bene coi refrain. Essi svoltano verso la potenza, ma senza perdere una certa sofferenza, che accoppiata all’energia presente è efficace ai massimi livelli. Questa struttura regge la canzone per circa quattro minuti, con alcune variazioni che contribuiscono all’aura emotiva generale, poi la musica si spegne. Sembra la fine, ma poi si riparte: a chiudere il brano è una lunga coda tranquilla, con gli arpeggi di Mele sotto ai dolci vocalizzi del cantante. È un altro arricchimento per una traccia che avvolge molto bene con la sua atmosfera e le sue belle melodie, risultando per questo uno dei picchi assoluti del lavoro! Si torna quindi a qualcosa di più movimentato con Post Mortem Blues, che come indica il titolo è uno shuffle incalzante in cui energia hard e qualche venatura doom si mescolano a un’anima melodica puramente blues.  L’ibrido che ne deriva è di grandissimo impatto, sia per le strofe, oblique ma incalzanti e di gran impatto, sia per i brevi bridge anni settanta, sia per i chorus, lineari e catchy oltre che più orientati verso il lato metal dei The Ossuary. Completano il quadro una serie di piccoli assoli ancora in linea con l’anima blues del pezzo, e alcuni passaggi più duri in cui questa natura si rafforza, come quello finale. Sono tutti arricchimenti per un pezzo splendido, il migliore dell’album omonimo col precedente, oltre che il più personale: per questo a mio avviso rappresenta la via che i The Ossuary dovrebbero affrontare in futuro!

The Crowning Stone è dominata a lungo da una norma lenta e solenne, con un riffage lento e ossessivo di influsso stoner, psichedelico ed etereo. Si cambia strada solo per l’accoppiata bridge/ritornelli: quando i primi sono frammenti strumentali cupi e potenti, i secondi si aprono di molto, con solo l’arpeggio pulito di Mele e la placida sezione ritmica a sostenere la voce di Fiore. Per quanto piacevoli, si tratta di frazioni un po’ mosce, come del resto  risulta il pezzo, a lungo godibile ma senza incidere granché: a parte qualche raro momento, passa in fretta senza lasciare quasi traccia di sé. Va meglio con Evil Churns, che vira su un doom lentissimo e pesante, quasi solenne, che in principio ricorda da lontano addirittura i Candlemass. La traccia avanza per qualche minuto titanica e rabbiosa, intervallata giusto da qualche apertura più lenta, ma cupa più o meno allo stesso modo. Solo dopo un po’ i The Ossuary cambiano strada verso un’impostazione più veloce e ritmata, con un riffage molto potente, che si ripete in maniera ossessiva e colpisce con un gran impatto e un’ottima carica oscura. È una norma ripetitiva ma mai noiosa, grazie anche a qualche stacco un po’ più lento e aperto, ma sabbathiano e cupo allo stesso modo, e ad alcuni arrangiamenti di qualità. Tra questi spiccano l’assolo centrale di Mele oppure il finale, che abbandona il metal per una lunghissima coda di psych rock onirico, un bel modo per perdersi. Tutto sommato abbiamo un pezzo di buona qualità, poco distante dai picchi assoluti di Post Mortem Blues. Il compito di concludere quest’ultimo è quindi affidato a The Great Beyond, che da subito alterna passaggi più leggeri ma cupi e nervosi con potenti sfoghi, lenti ma di gran effetto a tinte doom. È una falsariga che si consuma in breve: presto il pezzo accelera con forza, facendosi più vorticoso e potente. Si tratta di una lunga frazione centrale che incide in maniera discreta, pur sapendo parecchio di già sentito, sia nella sua parte principale – ricorda molto i pezzi precedenti  – che negli stacchi solistici e strumentali, che riportano alla mente troppo i Sabbath. Sommando pregi e difetti, abbiamo un pezzo discreto e piacevole, quasi un manifesto dell’album che chiude.

Riepilogando, Post Mortem Blues è un lavoro che pur non essendo eccezionale si rivela buono e godibile, e può fare la vostra felicità se non cercate il capolavoro a tutti i costi. Per quanto riguarda invece i The Ossuary, la loro proposta è interessante, grazie a qualità che sembrano sopra alla media e alla giusta dose di passione per il genere. La band deve però maturare in fase di songwriting e soprattutto abbandonare – o almeno rileggere in maniera personale – un po’ di cliché, se vuole dire la propria e non risultare solo un pelo sopra ai tanti gruppi derivativi che affollano la scena. Come sempre in casi simili, solo il futuro ci saprà dire cosa avverrà, ma io sono ottimista e spero che i pugliesi riescano in futuro a sfruttare a pieno il proprio potenziale.

Voto: 72/100


Mattia
Tracklist:

  1. Black Curse – 04:51
  2. Witch Fire – 03:34
  3. Blood on the Hill – 04:08
  4. Graves Underwater – 06:28
  5. Post Mortem Blues – 04:22
  6. The Crowning Stone – 04:05
  7. Evil Churns – 09:03
  8. The Great Beyond – 05:19
Durata totale: 41:50
Lineup:

  • Stefano “Stiv” Fiore – voce
  • Domenico Mele – chitarra
  • Dario “Captain” De Falco – basso
  • Max Marzocca – batteria
Genere: hard rock/doom metal

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