Helloween – Keeper of the Seven Keys – Part II (1988)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONECon Keeper of the Seven Keys – Part II (1988) gli Helloween portano ancora più in là quanto di buono già sentito nel precedente Keeper of the Seven Keys – Part I (1987)
GENEREUn power metal di carattere happy, ancor più moderno e affinato rispetto al predecessore.
PUNTI DI FORZAUno stile che ha fatto scuola, una classe infinit, tantissime idee. Il tutto al servizio una scaletta perfetta, senza neppure un solo, vero, punto basso; in compenso, sono presenti tantissimi picchi, classici assoluti del power metal di tutti i tempi. 
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORIEagle Fly Free (ascolta), Rise and Fall (ascolta), Dr. Stein (ascolta), March of Time (ascolta), I Want Out (ascolta), Keeper of the Seven Keys (ascolta)
CONCLUSIONIKeeper of the Seven Keys Part II è un disco perfetto e grandioso, oltre che di importanza estrema, per influenza, all’interno del mondo power metal. A un fan del genere non può mancare!
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Come vi avevo raccontato appena due settimane fa, Keeper of the Seven Keys – Part I, secondo album nella carriera degli Helloween, è un album grandioso. Non solo è il primo lavoro power metal moderno della storia e influirà su migliaia di gruppi successivi: si tratta di un album quasi perfetto, pieno di grandi pezzi e di grandi emozioni. Eppure, incidere un album così bello è sempre un’arma a doppio taglio: bisogna lavorare sodo per bissarne il valore, e non è detto che ci si riesca. Non è stato però il caso delle zucche di Amburgo, che giusto un anno dopo la prima parte pubblicarono l’eccezionale Keeper of the Seven Keys – Part II. Con esso gli Helloween dimostrarono di aver affinato ancor di più il proprio stile: se Keeper… Part I era ancora un po’ timido sotto questo punto di vista, il secondo sviluppa al meglio l’happy metal diventato poi un trademark per i tedeschi. In generale, pur essendo ancora legato allo speed precedente, Keeper… Part II rappresenta un’evoluzione ancor più spinta verso la modernità, definendo ancor meglio quelli che sono gli stilemi del genere power. Ma non c’è solo questo: c’è anche della musica di livello eccezionale senza nemmeno una sbavatura, e una scaletta che non soffre nemmeno della lieve inconsistenza che impedisce la perfezione al precedente. Nessuna sorpresa, insomma, che anche Keeper… Part II, al pari della prima parte, sia uno degli album più influenti di sempre in ambito power metal, oltre che uno dei capolavori più brillanti nella sua storia!

Si parte dal preludio di rito Invitation, giusto un minuto tranquillo e solenne di intrecci tra chitarra e suoni orchestrali, che non serve a molto se non a introdurre al meglio Eagle Fly Free… ed è subito classico! Abbiamo uno dei pezzi più amati dai fan, e non si fa fatica a capire perché: dopo un ulteriore preambolo di pura energia, prende il via un episodio archetipo del power più classico. Strofe veloci e macinanti, con una melodia più che tradizionale e un incedere nervoso si alternano con urgenza con bridge più obliqui e leggeri, che rendono l’aura misteriosa per un attimo prima dell’esplosione dei ritornelli. Questi ultimi si liberano di ogni oscurità e si mostrano liberatori e brillanti, allegri, grazie a un Michael Kiske in grande spolvero che canta su una melodia azzeccata alla perfezione. È il momento migliore di un brano ottimo in ogni passaggio, dalla struttura all’intricato momento centrale, con uno splendido lavoro di tutti i musicisti (compresi Markus Grosskopf al basso e Ingo Schwichtenberg alla batteria, che hanno spazio per mettersi in mostra). Di fatto abbiamo già uno dei pezzi topici di Keeper… Part II e un classico assoluto degli Helloween, anche se la serie di capolavori è appena all’inizio. Come A Little Time dal predecessore, You Always Walk Alone è un pezzo scritto in origine da Kiske per gli Ill Prophecy e si sente, vista la sua essenza più speed e i toni crepuscolari. Eppure, rispetto a quello dell’album precedente è un brano intricato e power, come se i tedeschi lo avessero rielaborato per adattarsi al proprio genere. Lo si sente sia nelle strofe, che nonostante il riffage tradizionale sono circolari, vorticose e potenti, sia nei bridge, tempestosi e cupi, sia nei ritornelli, preoccupati ma in qualche modo anche catchy. Spesso inoltre le ritmiche e le soluzioni sono oblique e complesse, il che però non è un problema: le zucche di Amburgo riescono a gestire bene questa complessità. Lo dimostra al meglio la sezione centrale, persino con un vago retrogusto prog; è solo l’ennesimo arricchimento per un’altra canzone splendida. Si cambia del tutto registro con Rise and Fall, traccia solare e spensierata, la quintessenza dell’happy metal. È un’impostazione che si mantiene sia nelle strofe, giocose e animate, sia nei tanti momenti corali, sguaiati e quasi da taverna, sia nei refrain, più lineari ma gioiosi allo stesso modo. Il quintetto sottolinea ancor meglio questa natura con tanti piccoli arrangiamenti bizzarri sparsi qua e là, che rendono il tutto meno serio. Il risultato finale è un pezzo breve e semplice, ma che intrattiene in maniera estrema, e va annoverato tra i picchi assoluti di quest’album!

In scena ora si stagliano dei suoni orrorifici: fanno pensare quasi a qualcosa sula stessa linea, ma poi Dr. Stein entra nel vivo diretta e tranquilla, con giusto una vaga nota obliqua nel lead di chitarra. Il resto però è scanzonato e leggero, sia per quanto riguarda questa norma che per i bridge e per i ritornelli, vagamente malinconici ma accoglienti e anche molto catchy. Degna di nota anche la parte centrale, che oltre ai soliti incroci di altissima qualità tra Kai Hansen e Michael Weikath presenta una bella parte di organo, che ricorda quasi un film horror d’annata. È la ciliegina sulla torta dell’ennesimo pezzo semplice ma grandissimo, oltre che di un classico senza tempo per gli Helloween. È quindi il turno di We Got the Right, che vira su qualcosa di più serioso e intimista. In principio si mostra morbida, quasi fosse una semi-ballad, ma poi entra nel vivo lenta ma animata e metallica. Tuttavia, l’aura è sempre la stessa, palpabile e quasi drammatico, sia nella maschia base che nella voce di Kiske, a tratti lancinante. È quello che si può sentire nelle strofe, dirette e potenti, come nei riflessivi chorus, a cui però non manca l’energia. Ottime anche le variazioni sparse qua e là, dal momento centrale, più veloce del resto, alle varie aperture che tornano verso la melodia. C’è anche da dire, d’altra parte, che rispetto a ciò che ha intorno il pezzo scompare un po’, il che a pensarci è assurdo: la sua qualità è altissima, e in quasi ogni altro album rientrerebbe di diritto tra i picchi! Tuttavia, la successiva March of Time è ancora meglio, pur essendo quasi banale: del resto migliaia di gruppi power ne hanno ripreso le sonorità nel tempo. Lo si può sentire dalle melodie sognanti iniziali, che poi torneranno nei chorus in versione potenziata, per un connubio evocativo che colpisce con una gran forza e un pathos ancora molto intenso. Ottime anche le strofe, più dirette e potenti, come anche i bridge, brevi ma con una magia tutta loro che arricchisce molto il complesso, e la sezione centrale, la più movimentata e complessa del pezzo. C’è poco altro in una canzone davvero elementare ma emozionante: abbiamo senza dubbio un altro degli squilli di Keeper… Part II! A questo punto la fila di capolavori è già lunghissima, ma gli Helloween non sono ancora sazi, e calano il carico da novanta con I Want Out. È forse il pezzo più rappresentativo della loro carriera, e capire il perché è semplice: già l’inizio è impressionante, coi lead di chitarra che evocano una malinconia eccezionale. È quella che si propaga per le strofe, veloci, dirette e senza grandi fronzoli, e si fa anche più forte nei bridge, addirittura aggressivi, per poi toccare l’apice nei ritornelli. Questi sono uno dei momenti più alti dell’intero album, col duetto Kiske-cori che sa essere lancinante ma al tempo stesso catchy all’estremo, e incide a meraviglia. Completa il leggendario passaggio centrale, con ritmiche e assoli memorabili: è giusto l’ennesimo passaggio grandioso di un episodio perfetto al cento percento, non solo un classico ma anche uno dei pezzi power metal più belli di tutti i tempi.

Dopo tante emozioni, gli Helloween concedono un attimo di pausa: Keeper of the Seven Keys comincia tranquilla, con un dolce arpeggio. Tuttavia, non siamo in presenza di una dolce ballad, bensì di una mastodontica suite che presto vira sul metal melodico, a cui però non manca la potenza. La norma iniziale è animata ed energica, evoca un mood sereno ma con un velo di preoccupazione che nell’evoluzione tende a potenziarsi. Si raggiunge un apice negli ondeggianti bridge, ma poi la tensione si scioglie nei refrain, dolci e liberatori, che avvolgono nella loro tranquillità grazie anche a un Kiske mai così emozionante. Pian piano il pezzo comincia a distaccarsi da questa falsariga: la parte centrale è una lunga progressione variegata e tortuosa, che alterna varie anime. Si va da momenti estroversi con influssi heavy classico, spesso con un florilegio di assoli, ad altri tranquilli e intimisti, fino ad arrivare a passaggi vorticosi e cupi, a volte esasperati. In tutto questo anche l’atmosfera varia parecchio: se all’inizio è quasi scanzonata, col tempo si fa sempre più crepuscolare e oscura, preoccupata, accumulando moltissima tensione, seguendo anche il racconto dark fantasy narrato del testo. E così dopo una serie di passaggi intensi e memorabili – del resto quelli della canzone lo sono quasi tutti – la musica arriva a un apice di tristezza e cupezza, ma la svolta è dietro l’angolo. A poca distanza dalla fine, l’ambiente di colpo comincia ad alleggerirsi: è il preludio all’ultimo ritornello, che torna a essere tranquillo, solare, ed esplode con una forza ancor maggiore. Ne risulta un momento celestiale e di impatto emotivo assoluto, uno dei più belli di una traccia che dopo poco si conclude calma come era iniziata, dopo tredici minuti senza un istante di noia. E se forse Helloween dall’album precedente è migliore (giusto per un pelo), in fondo poco importa: abbiamo lo stesso una suite meravigliosa, una delle più belle mai apparse nella storia del power metal. Nelle primissime versioni di Keeper… Part II, l’album si concludeva con la title-track, ma già dalle prime ristampe del 1988 in coda è presente Save Us. Si tratta di un pezzo speed power veloce e diretto, senza grandi fronzoli, seppur il trademark degli Helloween sia sempre presente. Se le strofe sono nervose e hanno un velo cupo, i ritornelli virano su una norma ancora potente ma più aperta, che riecheggia del tipico happy metal del gruppo. Va nella stessa direzione la frazione centrale, intricata e riempita dai veloci intrecci di Hansen e Weikath, che nonostante un velo di nostalgia a tratti piuttosto marcata, è più disimpegnata del resto. Ancor più rappresentativa è la coda finale, ossessiva nel ripetere il coro del ritornello, e che dà al tutto un tocco di allegria. il risultato è un pezzo semplice ma di altissima qualità: pur non essendo al livello dei migliori dell’album non sfigura in chiusura.

Per concludere, Keeper of the Seven Keys – Part II è un album perfetto, uno dei più belli di sempre in ambito power metal. In più, al pari del precedente è un pezzo di storia clamoroso: quasi ogni gruppo che abbia voluto affrontare il genere in seguito si è dovuto prima confrontare con queste due opere, che di sicuro ne hanno influenzato il suono. Per tutti questi motivi, i due Keeper of the Seven Keys non vi devono mancare: se vi definite appassionati del power, anzi, sono tra i pochissimi album da possedere a tutti i costi!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Invitation01:06
2Eagle Fly Free05:08
3You Always Walk Alone05:08
4Rise and Fall04:20
5Dr. Stein05:03
6We Got the Right05:07
7March of Time05:13
8I Want Out04:39
9Keeper of the Seven Keys13:38
10Save Us05:13
Durata totale: 54:35
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Michael Kiskevoce
Kai Hansenchitarra
Michael Weikathchitarra
Markus Grosskopfbasso
Ingo Schwichtenbergbatteria
ETICHETTA/E:Noise Records
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