Noctem – Haeresis (2016)

Per chi ha fretta:
Haeresis (2016), quarto full-lenght dei valenciani Noctem, è un lavoro interessante. Se il loro black/death con influssi melodeath e thrash non è nulla di nuovo, gli spagnoli riescono comunque a incidere, grazie a un buon mordente e alla carica delle atmosfere oscure. Dall’altra parte, però, l’album pecca di un po’ di omogeneità, dovuta anche alla tendenza del gruppo di spingere troppo sull’acceleratore, ma in maniera sterile. Anche la scaletta non è eccezionale: se non mancano hit come Through the Black Temples of Disaster, Blind Devotion, la title-track, Whispers of the Ancient Gods o Pactum with the Indomitable Darkness, la media complessiva non va oltre un certo livello. In fondo però non è un problema: Haeresis è un album buono e godibile, che saprà farsi apprezzare da tutti i fan del metal estremo.

La recensione completa:
A ragionare per stereotipi, la Spagna è una terra di sole e di flamenco, oltre che di svago e leggerezza. Come al solito però fare di tutta l’erba un fascio è sempre sbagliato: di sicuro non sono spensierati i gruppi che fanno parte della sua scena estrema, come per esempio i protagonisti di oggi, i Noctem. Nati nel lontano 2001 a Valencia, negli anni successivi hanno pubblicato un paio di demo, per poi uscire nel 2009 col loro esordio Divinity. Da lì, la loro carriera è proseguita spedita: sono andati in tour con nomi quali Incantation, Marduk, Samael, Nargaroth e Hate, e hanno inciso altri tre lavori, tra cui l’ultimo, Haeresis, risale al trenta settembre scorso. Il genere affrontato in esso dai valenciani è un black metal massiccio con robusti influssi dal death, di solito di stampo classico. I Noctem non disdegnano però incursioni in territori melodeath e thrash, influssi che servono loro per potenziarsi ma senza che ammorbidiscano mai il loro sound. Si tratta di un genere debitore di nomi come Belphegor e Behemoth, ma la cui mancanza di originalità non pesa troppo: merito soprattutto del mordente e della carica oscura degli spagnoli, non per caso il punto di forza di Haeresis. I suoi difetti sono altrove: per esempio, l’album soffre un po’ di omogeneità, con alcuni pezzi che si assomigliano tra loro. Colpa anche dei Noctem stessi, che tendono a volte a spingere troppo sull’acceleratore, e il loro macinare alla lunga diventa ripetitivo. Non che sia un difetto così castrante: Haeresis è un album ben fatto e suonato, oltre a possedere un’ottima registrazione, nitida ma al tempo stesso grezza il giusto. Dal punto di vista della forma non c’è molto da criticare: purtroppo però gli manca un pelo di sostanza e quella manciata di guizzi vincenti che avrebbero potuto renderlo grandioso, come leggerete tra poco.

Through the Black Temples of Disaster entra in scena subito sparata al massimo della velocità e della potenza. È l’inizio di una corsa a perdifiato che dopo una prima parte dissonante e fragorosa si sposta sul lato death dei Noctem, divenendo sempre più vertiginosa e ansiogena, oltre che lugubre. Solo ogni tanto il batterista Voor rallenta un po’, per frazioni più black che perdono in potenza ma compensano  rafforzando oscurità e nervosismo. Ciò avviene in special modo al centro, di media lento ma incisivo a meraviglia; il passaggio migliore del pezzo è però il finale, più intenso e che abbraccia toni melodeath. È un buon completamento per una buonissima traccia, poco lontana dal meglio che Haeresis abbia da offrire. La successiva Auto-da-Fé alterna fughe convulse e rabbiose e momenti più rallentati, che a volte presentano influssi thrash, seppur lo scream di Beleth e le venature black di chitarra li rendano piuttosto cupi. È una norma in cui domina una fortissima frenesia, quasi angosciosa, che avanza per quasi tutto il pezzo e si tranquillizza solo nella sezione centrale, morbida e con solo la chitarra in scena. È giusto un momento di pace prima che il brano ricominci a salire di voltaggio: in breve il ritmo torna serrato, e i cori che spuntano rendono il tutto più blasfemo. Si tratta del passaggio migliore di una canzone che per il resto non si lascia grandissime tracce alle spalle, pur essendo piacevole. Al contrario della precedente, The Submission Discipline si sviluppa in maniera più lenta e costante: parte da un intro occulto con una chitarra acustica vagamente orientaleggiante. È la norma seguita poi anche quando il metal entra in scena, in principio lento ed evocativo, ma siamo ancora nell’intro. Presto gli spagnoli strappano con velocità, per un’evoluzione tortuosa e feroce che alterna con velocità frazioni ossessive e fragorose, di grandissima potenza, e passaggi più spogli e diretti, che però non perdono nulla in impatto. C’è spazio anche per ritorni della norma iniziale, con frazioni oscure ma tranquille che si aprono qua e là: pur mancando di impatto non ammosciano il pezzo, anzi ne potenziano la cupezza. La struttura inoltre è lineare, nonostante alcune variazioni aiutino a tenere alta l’attenzione. Il risultato è un gran bel brano, non troppo distante dai picchi dell’album.

Blind Devotion si distingue moltissimo dalle altre per il suo ritmo che sale solo in rari momenti, mentre di solito abbiamo un mid-tempo cadenzato e marziale, spesso anche di retrogusto doom. Eppure, il trademark dei Noctem non scompare: le loro melodie tipiche sono sempre presenti e creano un panorama cupo, pesante, quasi asfissiante a tratti, grazie anche ai vocalizzi mutevoli di Beleth e alle contorsioni del riffage black al di sotto. Nonostante possa sembrare molto lineare, all’interno del pezzo sono presenti molte variazioni, che le danno uno spessore maggiore: dalla fuga al centro, l’unico vero momento veloce, all’assolo finale, melodico ma dannatamente oscuro, tutto funziona a meraviglia. Abbiamo insomma un ottimo pezzo, non solo uno dei più originali della scaletta ma anche uno dei migliori! Con The Dark One si torna quindi  a correre: a parte qualche breve stacco per lanciare la successiva fuga non si tira mai il fiato nel brano. Questo è però anche il suo limite: solo alcuni dei passaggi che si incolonnano riescono a lasciare il segno, come quelli lievemente più lenti, in cui tornano a spuntare gli influssi thrash degli spagnoli. Per il resto è un macinare a volte anche divertente ma un po’ sterile, e sa pure di già sentito. Nemmeno la parte centrale semplice e rallentata, che incide discretamente con la sua atmosfera cupa, riesce a risollevarne le sorti. Abbiamo un pezzo un pelino insipido, che sa essere piacevole ma non riesce ad andare oltre. È ora il turno di Haeresis, che comincia piuttosto tranquilla, con una melodia carica a livello emotivo che farà poi da base anche al resto del pezzo. Tuttavia, la norma rimane calma anche quando Voor accelera, col gruppo che vira con forza verso il melodeath. Così, i passaggi più pestati presentano lead in bella vista che danno loro profondità e pathos; in più, tra di essi spuntano stacchi veloci ma un po’ più calmi, che ricordano ancor di più il suono di Gothenburg. A parte un bel finale rallentato, c’è poco altro in un pezzo lineare e breve, che passa in poco tempo ma lascia una grande impressione dietro di sé: abbiamo addirittura uno dei picchi dell’album a cui dà il nome! Whispers of the Ancient Gods prosegue sul discorso tracciato dalla title-track: sin dal placido inizio è un brano molto armonioso, natura che si conferma anche in seguito. La sua struttura alterna momenti più veloci, spesso in blast-beat ma senza perdere il tocco melodico, e lunghi rallentamenti ondeggianti e spesso riflessivi. Queste due parti si alternano più volte e presentano entrambe un buon numero di variazioni, sempre impostate a dovere: ne è un esempio l’assolo centrale di Exo, bello e avvolgente come è raro sentire nel metal estremo. È il segreto di un altro pezzo che senza eccessi né in cattiveria né in complessità riesce a coinvolgere a meraviglia coi suoi fraseggi, conquistando un posto tra il meglio che Haeresis abbia da offrire!

In Conjuring Degradation and Morbidity rimangono ancora brandelli melodeath, ma stavolta l’attitudine è molto più aggressiva. Lo si sente già all’inizio, con il growl cupo e spaventoso di Beleth che si posa sul riffage black di Exo ed Ethel, per un effetto molto lugubre. La traccia procede scambiando prepotenti frazioni di velocità esasperata, dissonanti e rabbiosi, con momenti più rallentati ma graffianti allo stesso modo. Se la seconda norma di solito incide bene, lo stesso non si può dire della prima, che non solo macina un po’ a vuoto, ma a questo punto sa parecchio di già sentito. Ottime sono invece le divagazioni melodiche in coda, buona conclusione per una traccia non del tutto riuscita, che sommando punti di forza e pecche è soltanto discreta. Anche The Paths of the Lustful Abandon è piuttosto tranquilla rispetto alla media: la sua falsariga è lenta e molto avvolgente, con splendide ritmiche e Beleth che col suo scream dà al tutto un po’ di aggressività in più. È su questo sfondo che gli spagnoli disegnano vari arrangiamenti, che siano melodie sinistre e dissonanti oppure tratti in cui la sezione ritmica pesta con forza. Ogni tanto inoltre nasce qualche fuga potente, a tinte puramente black metal: si tratta di sfuriate sommato efficaci, seppur non al livello del resto. In fondo però non è un problema così grave stavolta: abbiamo un pezzo che non pur non essendo tra i picchi di Haeresis è abbastanza godibile. Ormai sembra che il disco si sia assestato su una norma più melodica rispetto alla prima parte, ma nel finale i Noctem cambiano di nuovo strada con Pactum with the Indomitable Darkness. Si tratta di un pezzo che dopo un lungo intro nervoso con le sole chitarre pulite esplode in qualcosa di cupo e vorticoso, freddo e senza concessioni alla melodia. Nonostante un vago senso di già sentito, è una norma con l’impatto di uno schiacciasassi, che devasta tutto nella sua  lunga corsa disperata. Per quasi tutta la sua durata è retto dal blast beat di Voor: fa eccezione solo qualche breve apertura che però serve solo a lanciare meglio la ripartenza successiva, cosa che peraltro ai valenciani riesce in maniera egregia. Il risultato è una tempesta di note che aggredisce con forza per qualche minuto, calmandosi solo sulla tre quarti, che in breve riprende le sonorità del preludio ma senza smorzare affatto l’impatto del resto. Il risultato è un gran bel pezzo, giusto a un passo dai migliori della scaletta che chiude.

Al netto di pregi e difetti, Haeresis non è un album eccezionale, ma si rivela buono e godibile al punto giusto, con il suo gran carico di ferocia e potenza. Se siete amanti di black, death e in generale del metal estremo, e non cercate a tutti i costi il capolavoro, i Noctem fanno decisamente al caso vostro: se vi capiterà, date pure loro una possibilità!

Voto: 75/100

Mattia

Tracklist:

  1. Through the Black Temples of Disaster – 05:49
  2. Auto-da-Fé – 03:52
  3. The Submission Discipline – 04:06
  4. Blind Devotion – 04:55
  5. The Dark One – 04:18
  6. Haeresis – 03:29
  7. Whispers of the Ancient Gods – 04:24
  8. Conjuring Degradation and Morbidity -04:26
  9. The Paths of the Lustful Abandon – 03:29
  10. Pactum with the Indomitable Darkness – 05:34
Durata totale: 44:22

Lineup:

  • Beleth – voce
  • Exo – chitarra solista
  • Ethell – chitarra ritmica
  • Varu – basso
  • Voor – batteria

Genere: black/death metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Noctem

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