Nevermore – This Godless Endeavor (2005)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEThis Godless Endeavor (2005) è il sesto lavoro in studio dei Nevermore.
GENEREUn groove metal più aggressivo e diretto della media degli americani, seppur non manchino l’alienazione e gli elementi progressive tipici della loro musica
PUNTI DI FORZAUna scaletta di livello medio molto elevato, un grande impatto, alcuni pezzi da urlo
PUNTI DEBOLIUn filo di omogeneità, un po’ di appiattimento, una relativa mancanza di hit.
CANZONI MIGLIORIBorn (ascolta), Bittersweet Feast (ascolta), Sentient 6 (ascolta), A Future Uncertain (ascolta)
CONCLUSIONIThis Godless Endeavor è un album ottimo, adatto sia ai fan dei Nevermore che a quelli del groove metal, che apprezzeranno l’approccio meno atmosferico e più diretto del disco.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
84
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Che si sia tra i loro fan o tra gli altrettanto numerosi detrattori, bisogna riconoscere che i Nevermore sono una band coerente con sé stessa. Nonostante il loro progressive groove con influssi a volte lontani dal metal non sia molto amato, specie nelle branche più conservatrici e tradizionaliste del pubblico, il gruppo lo ha sempre portato avanti con convinzione. Il risultato, almeno a mio parere, è una carriera piena di album rilevanti: alcuni di essi sono capolavori memorabili del genere metal, ma anche quelli meno ispirati sono di alto livello. È il caso di This Godless Endeavor, sesto album del gruppo uscito nel 2005. Si tratta di un lavoro più aggressivo e diretto della media dei Nevermore: di conseguenza, punta meno sull’atmosfera rispetto agli altri. Non manca però il classico mood oppressivo del gruppo, qui meno etereo ma alienato e più pesante che in precedenza, come non mancano gli elementi progressive che hanno sempre contraddistinto il gruppo di Seattle. Da una parte, questa diversità rispetto al passato è un pregio, visto che consente ai Nevermore di svecchiarsi e non fossilizzarsi troppo, ma dall’altro è una delle cause per cui l’album si presenta un po’ piatto. Oltre a un po’ di omogeneità, This Godless Endeavour soffre di una forte mancanza di hit. Se tante canzoni sono ottime, mancano però quelle eccezionali che l’avrebbero reso facilmente un capolavoro assoluto. Niente di drammatico, beninteso: anche così risulta un lavoro di alto livello, ben al di sopra alla media attuale del metal. Rimane però un piccolo rammarico, visto che This Godless Endeavor aveva il potenziale per essere all’altezza dei picchi assoluti della discografia dei Nevermore.

L’inizio con Born è davvero travolgente: in scena c’è subito una tempesta di note serrata e incattivita, di grandissimo impatto complessivo. Si tratta giusto di un’introduzione: presto il tutto si calma, ma l’oscurità e l’aggressività non si attenuano. Seppur sia più lenta, la norma è ancora molto rabbiosa e opprimente, grazie a un Warrel Dane allucinato e a una base magmatica e pesante, che a tratti vede il ritorno prepotente della norma iniziale. Solo di tanto in tanto questa base si apre, per frazioni cupe ma più espanse, di norma di breve durata: fa eccezione solo il ritornello, un lungo vortice di melodie pestato ma molto carico a livello emotivo, che scioglie tutta la tensione accumulata fin’ora. Il dualismo tra le due parti funziona piuttosto bene, aiutato anche da diversi arrangiamenti qua e là, tutti di ottima qualità. Nel complesso risulta un pezzo eccellente, a pochissima distanza dai picchi di This Godless Endeavour. Dopo un breve intro, vorticoso ma pieno di melodia, Final Product si calma un po’. Tuttavia, il mood è ancora oscuro e pesante, con melodie oscure che attraversano un riffage non sempre potente ma che sa quando graffiare e quando invece rafforzare la componente atmosferica. Questa è la base per buona parte del pezzo, seppur attraversi diverse variazioni, tutte a ben riuscite: si cambia direzione solo per i ritornelli, che si spostano molto sulla melodia. Tuttavia, essi risultano un po’ troppo artificiosi a tratti, non incidendo a dovere – mentre altrove la situazione è migliore. Molto più valida è invece la parte centrale, che tra momenti di potente groove metal e grandi assoli della coppia formata da Jeff Loomis e dal neo-entrato Steve Smyth svolge al meglio il suo lavoro. Anche per questo, abbiamo un pezzo buonissimo, nonostante il suo difetto.

Dopo un avvio stridente, d’improvviso My Acid Words entra nel vivo con un riff che stupisce con le sue tonalità melodeath. È un passaggio che rispunta spesso, e le cui suggestioni aleggiano anche altrove, per esempio nei passaggi più circolari delle strofe o nei bridge, cupi e movimentati ma senza aggressività. Il resto della base è invece più grasso e potente, ricorda più il groove; ancora diversi sono i ritornelli, lievi e molto malinconici, quasi pacifici. Ottimo anche l’assolo centrale, progressivo e tortuoso, e gli obliqui passaggi dissonanti, come per esempio quello finale. Sono la ciliegina sulla torta di un pezzo che mescola varie suggestioni in qualcosa che passa in pochissimo tempo, anche vista una relativa linearità, ma lascia dietro di sé un’ottima sensazione. La successiva Bittersweet Feast è sinistra fin dall’arpeggio iniziale, che prima di diventare pesante è vorticoso ma non troppo dissonante. È però solo un’illusione: presto infatti si entra nel vivo con una falsariga granitica e minacciosa, sia per le ritmiche della coppia Loomis/Smyth, taglienti come un rasoio che per Dane, molto rabbioso. Pian piano il pezzo si evolve verso una norma più aperta, ma le suggestioni restano le stesse: i lunghi bridge, per quanto espansi e lenti, sono ancora nefasti, per non parlare dei chorus veri e propri, eterei ma ritmati e di gran oscurità. Tutto ciò funziona a meraviglia; lo stesso vale per il passaggio centrale, quasi psichedelico con l’assolo di tastiera dell’ospite Axel Mackenrott (Gamma Ray, Masterplan) e un momento di pathos assoluto a seguire. Abbiamo insomma un pezzo splendido, uno dei picchi assoluti del disco!

A questo punto, i ritmi si placano con Sentient 6, che si avvia come una semi-ballad lievemente oscura ma docile e sentita grazie agli intrecci tra chitarra e pianoforte. Presto però si cambia strada: i ritornelli sono più potenti, pur non perdendo il pathos precedente, che anzi viene potenziato dalle melodie quasi doom della chitarra e dalla prestazione emotiva del frontman. Il tutto procede con lentezza e senza grandi scossoni: si cambia verso solo all’incirca a metà, con una sezione solistica potente che però non interrompe l’aura disperata e docile del resto. Ciò accade solo nel finale, che dopo una breve pausa inquietante, con strani sussurri, esplode con una falsariga pesante e torva, che colpisce alla grande con la sua cupezza e va avanti per un po’ martellando duro. Nonostante la diversità col resto però non stona: è anzi un ottimo finale per una traccia dello stesso livello, a un pelo dal meglio di This Godless Endeavor. Con Medicated Nation si torna quindi all’abituale stile dei Nevermore in quest’album, circolare e potente. È quello che ha luogo nelle strofe, ossessive e vorticanti, che nonostante ritmi spesso non lineari riescono lo stesso a essere dirette. Tuttavia, in questo caso non colpiscono come altrove, sembrano un po’ insipide; lo stesso vale peraltro per gli scomposti bridge e per i ritornelli, semplici ma non troppo efficaci. In generale, l’unica parte davvero buona è l’assolo centrale, tutto on-speed e con la giusta frenesia; per il resto, il pezzo passa veloce – anche vista la corta durata – e risulta godibile, ma non lascia emozioni così forti dietro di sé. Abbiamo insomma l’episodio meno bello di tutto l’album, pur essendo almeno discreto.

The Holocaust of Thought è un breve interludio di un minuto e mezzo, con il basso di Jim Sheppard, effetti vari e la chitarra dell’ospite di lusso James Murphy che si intrecciano in un affresco malinconico. Come pezzo, ha una duplice funzione: aiuta a dare un momento di riposo alle orecchie e introduce al meglio Sell My Heart for Stones, che segue. Quest’ultima per un po’ procede su una falsariga ancora tranquilla, melodica, con giusto un arpeggio di chitarra a reggere la voce di Dane. Tuttavia, presto il pezzo esplode coi suoi ritornelli, con una certa potenza seppur le melodie dominino e l’atmosfera sia sofferta e dolorosa. La traccia avanza per quasi tutta la sua durata alternando queste due frazioni in maniera lineare e senza variazioni troppo grandi, per un risultato molto placido. Il livello di energia sale solo nel passaggio centrale, parecchio movimentato tra assoli vorticosi e spunti ritmici pesanti, obliqui. Ciò comunque non dà alcun fastidio: arricchisce anzi un brano che non sarà tra i migliori di This Godless Endeavor, ma sa comunque il fatto suo! Si torna quindi all’aggressività con l’attacco di The Psalm of Lydia, graffiante e thrashy, che lascia presto spazio a un pezzo meno dritto ma movimentato ed energico allo stesso modo. Stavolta però la struttura è spostata più sul lato progressive dei Nevermore: si evolve in maniera piuttosto repentina, senza una struttura fissa, con passaggi che solo ogni tanto si ripresentano uguali a sé stessi. Tra di essi spiccano quelli più lenti ed espansi, che incidono sempre; lo stesso vale anche per quelli più potenti e diretti. Il discorso è differente per i passaggi più intricati e tecnici, che ogni tanto sono un po’ confusi e sterili, come se gli americani soffrissero un po’ di narcisismo. Si tratta di un difetto non trascurabile per un pezzo di buona qualità, ma sotto alla media del lavoro.

Anche A Future Uncertain comincia come un lento, con arpeggi solo vagamente crepuscolari sotto alla voce doppiata di Dane. Dopo un po’ tuttavia la musica strappa verso una norma molto più pesante, che sotto la spinta della doppia cassa di Van Williams comincia una rapida corsa, prima di stabilizzarsi su una norma più tranquilla, ma anche più obliqua e oscura. Momenti rallentati e fughe si alternano con velocità, fino ad arrivare a ritornelli persino più cupi del resto, quasi lugubri con le dissonanze delle chitarre. Il tutto è arricchito da alcuni stacchi, tutti all’insegna della velocità e dell’alta caratura tecnica, ma stavolta senza stridere: questi momenti si incastrano bene nel resto e aiutano il pezzo ad avvolgere ancor di più. Di fatto abbiamo un brano ottimo, che incide soprattutto per atmosfera e risulta addirittura uno dei migliori pezzi dell’album con Bittersweet Feast! Anche la conclusiva This Godless Endeavor prende il via lenta e tranquilla, ma stavolta è una forte depressione a dominare la scena. È ciò che si conferma anche quando si entra nel vivo, in principio replicando le melodie iniziali con più intensità e qualche dissonanza, ma poi potenziandosi in maniera definitiva. Quando la norma principale si avvia cavalcante ed energica, in sottofondo è presente una certa infelicità, spesso un po’ nascosta, ma che a tratti torna in primo piano. Ciò accade in special modo nei passaggi meno pestati e più aperti, in cui accanto alle ritmiche pesanti spuntano melodie docili, che hanno un gran effetto accoppiate alla voce del frontman, meno aggressiva che altrove. Questo dualismo va avanti per parecchio senza grandi variazioni, se non quelle nei piccoli arrangiamenti a cui i Nevermore ci hanno abituato. Solo poco dopo metà c’è spazio per una frazione spezzettata e tecnica, che conduce l’ascoltatore tra momenti scomposti con in evidenza un riff panteriano, altri con assoli vertiginosi prolungati e altri anche più intricati e alienanti. Tutto ciò funziona bene di solito, ma ogni tanto il gruppo sembra un po’ esagerare in fatto di estasi tecnica, perdendo di vista il focus della musicalità. In fondo però è l’unico difetto di un pezzo lungo quasi nove minuti che non annoia mai, e chiude a dovere l’album a cui dà il nome.

Come già detto, This Godless Endeavor non è l’album migliore dei Nevermore né un capolavoro, ma risulta ottimo e avvolge molto bene nel suo mood alienato. Se siete fan del gruppo di Seattle, di certo apprezzerete il tentativo; io credo però che vista la sua natura più diretta e pesante, questo sia un lavoro adatto a qualsiasi fan del groove metal. Insomma, io ve lo consiglio!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Born05:05
2Final Product04:21
3My Acid Words05:41
4Bittersweet Feast05:01
5Sentient 606:58
6Medicated Nation04:01
7The Holocaust of Thought01:27
8Sell My Heart for Stones05:18
9The Psalm of Lydia04:16
10A Future Uncertain06:07
11This Godless Endeavor08:55
Durata totale: 57:10
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Warrel Danevoce
Jeff Loomischitarra
Steve Smythchitarra
Jim Sheppardbasso
Van Williamsbatteria
OSPITI
Axel Mackenrotttastiere
James Murphychitarra solista (traccia 7)
ETICHETTA/E:Century Media Records
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