Run Chicken Run – Open the Grill (2016)

Per chi ha fretta:
Pur non avendo alcuna pretesa di innovare, i marchigiani Run Chicken Run riescono lo stesso a divertire, come dimostra il loro esordio Open the Grill (2016). Il loro è un hard rock sporco e maleducato, ispirato soprattutto ad AC/DC e Rose Tattoo, con in più piccole influenze che vanno dagli anni settanta ai novanta. È un genere che non ha nulla di inedito, ma del resto l’unico intento del gruppo è intrattenere senza prendersi troppo sul serio, il che gli riesce molto bene. Lo dimostra una scaletta da una mezz’ora scarsa ma piena di pezzi godibili, tra cui spiccano il seducente blues Black Pantera, l’energica Guitar and Sex, la semplice ma graffiante title-track strumentale e la scatenata closer-track Run Chicken Run. E così, a dispetto di una registrazione di basso livello che limita la sua resa – ma non di troppo – Open the Grill è un album molto adatto a chi cerca dell’hard rock semplice ma divertente che non sappia troppo di nostalgico!

La recensione completa:
È possibile, nel mondo musicale, essere efficaci pur rinunciando a innovare? A istinto verrebbe da pensare di no: del resto questo suggeriscono vari revival rock e metal di questi anni, spesso sterili e di basso livello. Ma in realtà si può riuscire a fare bene anche senza grande originalità: basta solo metterci impegno e soprattutto non prendersi troppo sul serio, come fanno i marchigiani Run Chicken Run. Nati quasi per gioco nel 2014, sono andati avanti fino ad arrivare al full-lenght d’esordio Open the Grill, uscito nella seconda metà dell’anno scorso, ma senza venir meno al loro intento iniziale. È una caratteristica che si nota sin dal genere: i marchigiani suonano un hard rock sui generis, ispirato soprattutto ad AC/DC, Rose Tattoo e all’hard rock più sporco e maleducato. In più Open the Grill presenta influssi che vanno dall’incarnazione anni settanta fino ad arrivare a qualche venatura anni novanta, passando per lo sleaze metal e senza mai rinnegare le proprie radici blues. Ne risulta un disco grezzo e scarno, senza alcun fronzolo, con canzoni fatte di ritmiche elementari che reggono la voce roca e grattante di Michele Montesi. Insomma, il suono dei Run Chicken Run non è niente che non si sia già sentito; del resto i marchigiani non hanno nessun intento di innovare. Come già detto il loro unico scopo è divertire senza prendersi troppo sul serio:è questo il pregio più grande della loro musica, che di conseguenza ha la giusta carica e pur essendo derivativa non suona stantia o trita, se non in alcuni rari momenti. Il vero problema dell’album è invece la registrazione: da questo punto di vista Open the Grill è di livello davvero basso, suona piatto, gracchiante, impreciso e lo-fi al massimo. Se ciò non incide troppo sul divertimento o sulla carica che i Run Chicken Run evocano, sono convinto che con una registrazione più decente l’album avrebbe potuto rendere ancora di più.

Come indica il nome stesso, la opener We’re Gonna Rock You è semplice e rockeggiante, un brano di gran energia che ricorda gli AC/DC, ma con un piglio lievemente più veloce e aggressivo. I riff di base sono penetranti e avanzano a lungo variando di poco: le strofe sono leggermente più sottotraccia e tranquille, i ritornelli esplodono in maniera roboante, con le loro melodie semplici ma molto catchy. Completano il quadro un assolo adatto alla situazione e alcuni passaggi ritmici strumentali di ottima fattura, che arricchiscono un’apertura in grande stile, a poca distanza dai picchi dell’album! I ritmi calano un po’ per la più rilassata Rolling Down, la cui atmosfera richiama quasi lo stoner rock di inizio nineties. È una suggestione che torna soprattutto nelle strofe, di basso profilo e molto rilassate, con ritmiche a metà tra il classico rock duro, southern e blues. Sono comunque una bella base di partenza, che lancia a dovere refrain più intensi, ma senza strappare troppo: puntano anch’essi su una certa calma, non disturbata dai fraseggi più cupi della chitarra né dal cantato più urlato di Montesi. A parte un altro buon assolo, c’è poco altro da riferire in una canzone che passa in fretta: non sarà eccezionale, ma intrattiene al punto giusto. Il suono di uno sparo, seguito da riff del bassista Paolo Scarabotti, apre Take Aim and Shot, mid tempo che si rifà di nuovo al gruppo dei fratelli Young, stavolta nella sua incarnazione anni ottanta. Eppure i Run Chicken Run riescono a renderla divertente: lo sono sia la norma, col riffage di Montesi e Leonardo Piccioni più che classico e il loro incidere diretto, sia gli stacchi che si aprono qua e là, più densi e potenti, ma senza perdere il suo piglio scanzonato. Allo stesso intento si rifanno i vari arrangiamenti, tutti adatti per completare un quadro ben fatto e divertente, che svolge bene il suo compito.

Blade of Sadness ha un ottimo riff di base, circolare e potente, ma stavolta i cliché pesano un po’ di più, e anche il suono è peggiore che altrove, con sbavature evidenti qua e là. Sono difetti che castrano soprattutto le strofe, che potrebbe graffiare di più e risultano invece smorzate, oltre che un po’ mosce. Va meglio coi ritornelli, catchy in maniera discreta, seppur non colpiscano come altrove in Open the Grill. Non è male nemmeno la coda finale, del tutto strumentale e coi buoni incroci tra le due chitarre. Ne risulta un pezzo riuscito a metà e rappresenta uno dei punti più bassi della scaletta, pur essendo almeno decente. Si volta pagina con Black Pantera, hard blues sporco e sensuale che scambia strofe tranquille, oblique e chorus graffianti, quasi cupi, ma senza perdere l’essenza precedente. C’è davvero poco altro per un brano che fluisce lento ma coinvolge con ogni suo passaggio, compreso l’assolo centrale: il risultato è semplice ma di gran impatto, va incluso addirittura tra i migliori dell’album! Rispetto alla precedente Revenge è più energica, ma stavolta i riff colpiscono meno che in passato con la loro essenza ritmata che richiama in maniera vaga i Guns N’ Roses. In fondo non è poi così male: l’alternanza abituale dei marchigiani tra strofe più morbide e chorus movimentati e potenti funziona. Tuttavia, entrambi incidono meno che altrove, come anche i vari arrangiamenti sparsi qua e là. Abbiamo un pezzo che si lascia poco dietro, pur avendo almeno il pregio di essere gradevole. Va però molto meglio con Playful Guy, che all’inizio può sembrare quasi un lento, se non fosse per le chitarra sempre distorta in sottofondo. Presto inoltre il pezzo si fa più duro:pur rallentando ancora, i ritornelli sono potenti e liberatori, grazie alle chitarre di Piccioni e Montesi, al tempo stesso melodiche e potenti sotto alla voce dello stesso frontman. Chiude il cerchio un nuovo assolo di buona qualità, degno complemento di una traccia davvero elementare ma di qualità.

Guitar and Sex presenta ancora una base tradizionale, ma non è un problema: le ritmiche incidono a meraviglia nonostante il senso di già sentito, forti dell’energia che i Run Chicken Run riescono a sprigionare. Così, la norma è coinvolgente ai massimi termini, e i brevi stacchi più ariosi che appaiono qua e là aiutano a dare al tutto più respiro. Tra di essi spiccano i ritornelli, in cui il batterista Mirko Santacroce si mette in mostra sotto a una base semplice ma catturante al punto giusto. La solita sezione centrale di alto livello completa un quadro ottimo, in assoluto uno dei picchi dell’album. È ora il turno di Open the Grill, brano strumentale costruito su un giro circolare di chitarra che spunta spesso sulla base saltellante e animata data dalla sezione ritmica. Questa norma si alterna spesso con momenti più aperti e placidi in cui a farla da padrone è invece un riffage disteso. Il tutto è all’insegna di un mood solare e tranquillo, che riesce ad avvolgere molto bene; il resto lo fanno le variazioni solistiche, tutte ben inserite per rendere l’affresco più variegato e scongiurare il rischio noia. E se non è facile scrivere un pezzo strumentale efficace, specie in un genere come l’hard rock, i marchigiani ci riescono a meraviglia: il risultato è un altro dei pezzi migliori dell’album omonimo. Il colpo da K.O. è però rappresentato da Run Chicken Run, episodio finale che sin da subito è veloce e scatenato. Se le strofe sono sì magmatiche ma più lente e contenute,  pian piano la progressione sale, raggiungendo prima bridge obliqui e quasi dissonanti, e poi ritornelli non pesantissimi ma coinvolgenti al massimo. C’è poco altro in una cavalcata veloce che si esaurisce in brevissimo tempo –poco più di due minuti e mezzo la sua durata – ma lascia una grande impressione. Abbiamo infatti una chiusura col botto, uno dei pezzi migliori del disco con le due precedenti e Black Pantera!

Come già detto all’inizio, i Run Chicken Run non hanno nessuna pretesa a parte divertire, e questo riesce loro piuttosto bene anche a dispetto della registrazione difettosa. Forse Open the Grill non è un disco che passerà alla storia, né farà al caso vostro se cercate qualcosa di originale a tutti i costi. Se però avete bisogno solo di una mezz’ora di divertimento senza tanti pensieri, allora vi è consigliato: troverete un album sincero e ironico, di sicuro meglio di tanti prodotti nostalgici più seriosi che sanno solo di stantio.

Voto: 73/100


Mattia
Tracklist:

  1. We’re Gonna Rock You – 03:219
  2. Rolling Down – 03:59
  3. Take Aim and Shot – 03:01
  4. Blade of Sadness – 03:11
  5. Black Pantera – 03:28
  6. Revenge – 03:05
  7. Playful Guy – 04:05
  8. Guitar and Sex – 04:08
  9. Open the Grill – 03:52
  10. Run Chicken Run – 02:38
Durata totale: 34:44

Lineup:

  • Michele Montesi – voce e chitarra
  • Leonardo Piccioni – chitarra
  • Paolo Scarabotti – basso
  • Mirko Santacroce – batteria
Genere: hard rock
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Run Chicken Run

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