Nekhen – Entering the Gate of the Western Horizon (2015)

Per chi ha fretta:
One-man band del musicista nostrano Seth Peribsen, il progetto Nekhen è di grandissimo spessore, come dimostra l’EP d’esordio Entering the Gate of the Western Horizon (2015). Il suo stile di base è un doom metal ultra-ribassato e strumentale, incrociato con melodie folk mediorientali e varie influenze; il tutto rientra nello scopo del progetto, quello di rievocare le atmosfere dell’Antico Egitto. Del resto l’EP è un concept basato sul libro rituale dell’Amduat, che racconta il viaggio del dio del Sole Ra attraverso gli inferi nelle ore notturne. Ciò si traduce in un unico brano diviso in dodici parti che rappresentano i dodici capitoli dell’Amduat, per un viaggio vivido, immaginifico ed esotico ai massimi termini. Il punto di forza assoluto del lavoro è un songwriting di altissimo livello che cura ogni dettaglio e non tralascia nulla, che si tratti di melodie, di atmosfere o di registrazione. È il motivo per cui Entering the Gate of the Western si rivela perfetto, forse poco adatto a chi non ama l’originalità ma consigliato caldamente a tutti gli altri!

La recensione completa:
L’Antico Egitto è uno di quei topos che nonostante il passare delle mode rimane sempre affascinante,vuoi per la sua distanza temporale, vuoi per l’esotismo, vuoi la peculiarità della sua arte e cultura. Negli ultimi secoli, letterati, pittori, musicisti film-maker,  e artisti di ogni tipo ne sono rimasti influenzati e hanno cercato di riprodurne le caratteristiche: ovviamente in questo il metal non fa eccezione. È facile pensare ai Nile, che hanno inserito nel loro death metal con melodie mediorientali e testi che si rifanno proprio alla religione e all’esoterismo degli antichi egizi. C’è però chi ha portato il discorso ancora più a fondo: è il caso di Nekhen, one-man band del musicista nostrano Seth Peribsen nato nel 2014 e uscito l’anno seguente con l’EP d’esordio Entering the Gate of the Western Horizon. La musica del progetto è di base un doom metal strumentale ultra-ribassato e profondo: sembra quasi di ascoltare del groove metal o del djent rallentati ai massimi livelli che qualcosa di più classico. Già questo è originale, ma Seth Peribsen ci aggiunge una forte componente di musica folk mediorientale, fatta di chitarre, bouzouki e percussioni, il che rende il tutto più suggestivo e in linea col tema egiziano di Nekhen. Completano il quadro alcune influenze black, drone e sludge, che arricchiscono lo spettro dell’album, e una registrazione pulita al punto giusto, che valorizza bene il tutto. Il risultato è che Entering… è un album di spiccata originalità, oltre a essere di gran fascino. Ma il punto di forza assoluto del progetto Nekhen è il songwriting, sempre di livello altissimo: ascoltando l’EP è palpabile la cura per ogni dettaglio. Che si tratti dell’atmosfera, sempre avvolgente, oppure le melodie, molto catturanti e fascinose, tutto è architettato alla perfezione per creare un’esperienza unica. È proprio questo a rendere l’EP splendido e al di sopra di ogni aspettativa.

Nonostante l’assenza di cantato, Entering the Gates of the Western Horizon è un concept album. La sua struttura si ispira all’Amduat (in particolare alla versione completa ritrovata nella tomba del faraone Thutmosi III), testo religioso egiziano che narra del viaggio notturno attraverso l’aldilà di Ra, il dio del Sole. Le dodici ore notturne in cui il libro è diviso, che corrispondono a dodici diverse fasi del rituale di rigenerazione del Sole, sono rese da Seth Peribsen attraverso dodici tracce collegate tra loro senza pause, tanto da poter essere considerate un unico brano di mezz’ora. Nonostante la lunghezza, e nonostante i temi musicali si ripetano qua e là, il complesso non annoia nemmeno per un istante. Merito della grande abilità di Nekhen nel cambiare continuamente le carte in tavola pur mantenendo alcuni punti fissi, e della cura che il musicista riserva a ogni singolo passaggio, ben studiato per incidere nel punto in cui si trova. Ne risulta un lungo viaggio estremamente immaginifico: pare davvero di trovarsi sulla barca di Ra e di attraversare con lui l’aldilà. Sin da Waters of Ra la suggestione è fortissima, per poi esplodere in pieno con Baw of Duat, che entra nel vivo lenta ma poi si fa più potente e solenne. Da qui Entering… comincia a scivolare verso l’oscurità, spogliandosi di influenze folk e assumendo venature black, come in Water of the Unique Master, which Brings Forth Offerings oppure influenze più grasse e sludgy nella malata e oscura With Living Forms. Si arriva così a West, lugubre e quasi caotica a tratti, e totalmente spoglia di influssi folk, che torneranno solo in The Depths, Waterhole of Those of the Duat, in cui si vede un filo di luce. Siamo in effetti al punto di svolta sia dell’Amduat che dell’EP: ora il Sole comincia la sua rinascita, che lo porterà poi a splendere di nuovo. Dopo l’arcana e morbida Mysterious Cavern, esplode così Sarcophagus of Her Gods, l’inizio di una lunga progressione in cui sia la chitarra che gli elementi folk si prodigano in melodie esotiche, ridondanti ma mai noiose. Attraverso With Images Flowing Forth, With Deep Water and High Banks e Mouth of the Cavern which Examines the Corpses la musica si fa sempre più densa, suggestiva e solenne, perdendo man mano di oscurità. È una tendenza che si fa sempre più potente fino all’arrivo di With Emerging Darkness and Appearing Births, in cui il Sole torna finalmente a splendere, ben rappresentato dalla musica trionfante, che riepiloga in maniera quasi gloriosa tutti i temi sentiti fin’ora. È la frazione più lunga – e anche una delle più in vista – dell’album, prima che esso si concluda. L’unica cosa che manca? Un momento morto!

Insomma, Entering the Gate of the Western Horizon è un viaggio vivido e possente che porta lontano, in un’epoca di migliaia di anni fa che però non finisce di affascinare. Ed è un album che colpisce per atmosfera, per esotismo, per originalità e per oscurità, perfetto sotto ogni punto di vista e senza la minima sbavatura. Certo, c’è anche da dire che se per voi il vero doom metal sono i Candlemass o il vero folk sono i Korpiklaani, la creatura di Seth Peribsen potrebbe farvi storcere il naso. Ma se invece amate l’originalità, e soprattutto se l’Antico Egitto vi affascina, allora il consiglio è di fiondarvi sul progetto Nekhen senza pensarci due volte: la soddisfazione è garantita!

Voto: 80/100 (voto massimo per gli EP: 80)


Mattia
Tracklist:
  1. Waters of Ra – 02:41
  2. Baw of the Duat – 03:12
  3. Water of the Unique Master, which Brings Forth Offerings – 02:18
  4. With Living Forms – 02:33
  5. West – 03:16
  6. The Depths, Waterhole of Those of the Duat – 02:08
  7. Mysterious Cavern – 02:00
  8. Sarcophagus of Her Gods – 01:36
  9. With Images Flowing Forth – 02:12
  10. With Deep Water and High Banks – 02:12
  11. Mouth of the Cavern which Examines the Corpses – 02:40
  12. With Emerging Darkness and Appearing Births – 03:52
Durata totale: 30:40

Lineup:
  • Seth Peribsen – tutti gli strumenti
Genere: doom/folk metal
Sottogenere: middle-eastern folk metal/strumentale
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook di Nekhen

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